Dagli Stati Generali dello Sfruttamento ad una mobilitazione generale: il 24 novembre chi è sfruttato prende parola!

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Cosa succederebbe se tutti coloro i quali vengono sfruttati decidessero, insieme, di incrociare le braccia? Non è un’esagerazione pensare che in gran parte del paese la produzione, materiale e immateriale, si fermerebbe.
Il 13 ottobre oltre 250mila studenti ne hanno dato un assaggio, scendendo in piazza con le tute blu per il primo sciopero dell’alternanza scuola-lavoro.
Sciopero, perché se si trasferiscono centinaia di ore dalla formazione al lavoro gratuito, se si obbligano gli studenti a spostarsi dalle scuole alle aziende (dalle quali intanto si licenziano i lavoratori), se si immettono nel mercato del lavoro un milione e mezzo di persone che forniscono manodopera gratuita, diventa legittimo -e necessario- per gli studenti astenersi non solo dall’attività formativa, ma anche da quella produttiva che viene loro imposta.

Le parole d’ordine del 13 ottobre erano chiare: statuto dei diritti degli studenti in alternanza, rifiuto dell’alternanza-sfruttamento, formazione gratuita e di qualità per tutti, reddito per autodeterminarsi nelle scelte. Soprattutto, una formazione non subordinata alle necessità del mercato, le stesse che determinano i nostri tempi di studio, di vita e di lavoro, e in nome delle quali si sfruttano persone e territori.
La relazione fra formazione e lavoro viene oggi infatti totalmente distorta: si passa da lavorare gratuitamente obbligati dalla necessità di sostenere gli esami di maturità o acquisire cfu per laurearsi (come nel caso di alternanza e tirocini curriculari) a lavorare nella gig economy (Foodora, JustEat, Deliveroo) per pagarsi gli studi.
Nelle ultime settimane si è tornati a sentire una vecchia solfa, quella dei giovani choosy, dei bamboccioni che non vogliono lavorare, snob, viziati, scansafatiche.
Una rappresentazione che fa comodo solo a chi sulla pelle di questa generazione continua a costruire profitto mentre incoraggia il conflitto fra generazioni che costituisce, ad oggi, l’ennesimo volto della guerra fra poveri nella quale ultimi e penultimi sono costretti a contendersi le briciole.

Ci teniamo a sottolineare alcune cose.
La prima: la precarietà ha smesso ormai da tempo di costituire una questione generazionale, così come lo sfruttamento. Negli ultimi anni, dalla riforma Fornero al Jobs Act, i lavoratori hanno subito attacchi indiscriminati e la condizione di ricattabilità e incertezza è diventata il substrato comune a persone di tutte le età, con storie, vite e contratti profondamente diversi l’uno dall’altro.  Esiste però un tema generazionale di riproduzione delle disuguaglianze che non può essere strumentalizzato dalla retorica del Governo. Per colpa loro, per colpa della precarietà, per colpa dell’assenza di welfare, siamo la generazione più povera dal secondo dopoguerra ad oggi, non certo per responsabilità degli attuali lavoratori, non certo per colpa di chi pretende il giusto diritto alla pensione ed al riposo.
La seconda: siamo stanchi di sentirci definire come giovani troppo esigenti da chi spaccia un lavoro gratuito per “esperienza o gavetta”, per ordinaria la condizione in cui versano le scuole e le università di questo paese, per “normale” la costrizione a lavorare durante tutto l’arco della vita.
Non siamo più disposti a dover scegliere fra accettare tutto questo e lasciare l’Italia (per chi ne ha la possibilità): su 125 mila italiani emigrati all’estero nel 2016, i giovani fra i 18 e i 34 anni sono quasi la metà, tantissimi provenienti dalle regioni del sud, in aumento vertiginoso rispetto all’anno precedente.

Questi numeri non li dice chi sull’occupazione e sui giovani costruisce intere campagne elettorali: vantano un milione di posti di lavoro creati, nascondendo i numeri di contratti precari o a chiamata che ne costituiscono la quasi totalità; dichiarano misure e investimenti per sud, giovani e neet, che poi si rivelano essere sgravi alle imprese che assumono giovani dopo esperienze di alternanza e apprendistato, senza clausole anti licenziamento reali; affermano di aver ridotto la disoccupazione giovanile, ma hanno solo gonfiato i dati con quelli relativi all’alternanza scuola-lavoro, considerata ormai politica attiva del lavoro invece che metodologia didattica.

Se questo è il presente a cui ci condannano, che fine fanno i nostri sogni, le nostre aspirazioni, i nostri progetti?
Verso quale futuro va questo paese?
La battaglia per determinare la risposta a questa domanda ci vede tutti coinvolti: non solo noi studenti, ma anche i lavoratori, i disoccupati, i pensionati.
Perché siamo parte della stessa filiera dello sfruttamento, che si sviluppa sempre di più, nella quale entriamo quando iniziamo la scuola per rimanerci fino alla pensione, per chi l’avrà: un’intera esistenza in cui produrre per altri, senza poter decidere niente sulle nostre vite, dovendo accontentarsi delle briciole, senza avere il diritto ad una casa, a decidere quando e se avere una famiglia, dove e come vivere.
In tutta Italia tante lavoratrici e tanti lavoratori si stanno mobilitando, mentre il Governo propone una legge di stabilità distante anni luce dai bisogni della popolazione.
Adesso è tempo di incontrarsi, riconoscersi, costruire rete e organizzarsi per mobilitarci insieme. Vogliamo farlo a partire dai percorsi di lotta e dalle vertenze aperte sui territori, dai bisogni di tante e tanti, dalla necessità comune di ribellarsi ad un sistema che basa il profitto di pochi sullo sfruttamento e sui ricatti a cui sono sottoposti tutti gli altri.

Per questo, lanciamo per il 17 novembre una giornata di assemblee di confronto fra studenti, lavoratori, disoccupati: gli Stati generali dello Sfruttamento, un momento in cui raccontarci le nostre storie, tanto simili e tanto diverse, per fare fronte comune e costruire insieme una grande mobilitazione su tutti i territori per il 24 novembre, in cui invadere le strade delle nostre città.
A chi ci vuole divisi, a chi specula sui nostri sogni e guadagna sulla nostra pelle, a chi incoraggia la guerra fra poveri per appropriarsi di tutta la ricchezza, rispondiamo con la solidarietà, rispondiamo tornando in piazza insieme per riprendere parola, per tornare a decidere su questo presente, per riappropriarci del nostro futuro.

Leggi e diffondi il nostro appello > https://goo.gl/mdaiDQ

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