STABILITA’ 2018, L’UNICA COSA STABILE E’ LA NOSTRA PRECARIETA’

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Lunedì 16 ottobre il Consiglio dei Ministri ha licenziato la bozza di Legge di Stabilità 2018. Su una manovra da più di 20 miliardi, 15,7 miliardi sono destinati ad evitare l’aumento dell’IVA imposto dai vincoli di bilancio. Ancora una volta gran parte delle risorse disponibili vengono sacrificate in nome delle stesse politiche di austerity che hanno soffocato il rilancio dell’occupazione e impoverito milioni di persone. I tagli previsti alla spesa dei ministeri ammontano a 1 miliardo di euro.

Noi giovani, secondo Gentiloni, siamo la seconda priorità dopo la sterilizzazione della clausole di salvaguardia sull’IVA – quindi vengono prima gli interessi della tecnocrazia, poi i giovani. Le misure previste per contrastare la disoccupazione giovanile, però, sembrano semplici regali alle imprese. Viene previsto uno sgravio fiscale per tre anni del 50%, con un tetto annuo di 3000 euro per ogni giovane, per i nuovi assunti con contratto a tutele crescenti – un contratto precario mascherato da tempo indeterminato – con età fino a 34 anni per il 2018 e fino ai 29 dal 2019 al 2020. Nelle Regioni del Sud lo sgravio triennale sarà del 100% con tetto di circa 8000 euro all’anno per gli under-29; inoltre sarà del 100% per gli assunti in seguito ad un percorso di alternanza scuola-lavoro o apprendistato. Il costo totale di queste misure ammonta a circa 355,2 milioni di euro nel 2018, arrivando a 1,8 miliardi nel 2020. Una cifra importante, peccato che questi incentivi siano inutili. Do you remember the Jobs Act? Una volta terminati gli sgravi fiscali le assunzioni stabili si sono interrotte, sono aumentati i contratti a tempo determinato e la situazione del mercato del lavoro è rimasta degradante per i giovani: infatti l’incentivo è stato utilizzato soprattutto nel settore terziario a bassa produttività, dove si concentra il fenomeno dei lavoratori poveri (working poor). Con il Jobs Act di Renzi sono stati trasferiti alle imprese tra i 14 e i 22 miliardi di soldi pubblici, con effetti tutt’altro desiderabili visto l’aumento dei rapporti di lavoro precari. Basta con i soldi pubblici regalati ai privati! Quindi ci correggiamo, la seconda priorità di Gentiloni e riempire i portafogli degli imprenditori.

Se volete fare qualcosa per i giovani, allora stateci a sentire. Vogliamo un Piano per il Lavoro che investa sull’innovazione e crei occupazione diretta da parte dello Stato. Nel nostro Paese c’è un grande bisogno di nuovo lavoro nelle Infrastrutture, nei servizi della Pubblica Amministrazione, nella Cultura, nell’Istruzione e nella Ricerca. La Legge di Stabilità 2018 abbozzata dal Governo prevede solamente 7.900 assunzioni nel Pubblico impiego e 1500 stabilizzazioni di precari della Ricerca, numeri del tutto insufficienti. Per rilanciare davvero lo sviluppo sostenibile dell’Italia servirebbero 100 mila assunzioni nella PA e 20 mila assunzioni di ricercatori a tempo indeterminato nell’Università e negli Enti di ricerca, come indicato dal sindacato CGIL.

Le misure annunciate dal Ministro Calenda per il Piano Impresa 4.0 non sono sufficienti per raggiungere questi obiettivi, ma ancora una volta si limitano a garantire sconti fiscali che non rilanciano l’economia e soprattutto l’occupazione. Nel Piano è assente la volontà di estendere il diritto alla formazione continua, da esercitare indipendentemente dalla coerenza tra posto di lavoro e percorso formativo. Infatti il credito d’imposta sulla spesa per formazione del personale – una misure attualmente dalle coperture incerte – non garantisce la libertà di scegliere il proprio percorso formativo, ma solamente l’aggiornamento delle competenze funzionali all’impresa.

La conferma del Bonus Cultura per i neo-diciottenni è inaccettabile, poiché gli ultimi due anni di incentivo sono stati fallimentari. I 290 milioni stanziati potrebbero invece essere investiti per garantire l’accesso gratuito ai musei statali per tutte e tutti. La formazione continua si promuove innanzitutto rimuovendo gli ostacoli economici all’accesso alla Cultura e ampliando la portata dell‘offerta culturale.

Contemporaneamente viene ridotta ulteriormente la spesa sanitaria in rapporto al PIL, che dal 6,9% del 2013 passerà al 6,5% nel 2018 fino al 6,3% nel 2020. Nel frattempo le condizioni di lavoro nelle strutture sanitarie continuano a peggiorare per mancanza di personale e sempre più pazienti sono costretti a rinunciare alle cure perché non sono in grado di pagare il ticket.

Viene previsto lo stanziamento di soli 300 milioni per il Reddito di Inclusione (REI), di cui può beneficiare solo 1,7 milioni di persone rispetto ai 4,7 milioni di poveri nel Paese. L’assegno erogato sarà del tutto inadeguato a garantire l’autonomia sociale, perché le cifre variano dai 190 euro per i singoli ai 480 euro per le famiglie con 5 o più componenti. Una misera mancia pre-elettorale che non contrasta l’aumento delle diseguaglianze nel Paese. Il nostro Paese ha bisogno di dotarsi un reddito di base, garantito a tutte e tutti i residenti in Italia, che garantisca l’autonomia dal ricatto tra disoccupazione e lavoro povero e sfruttato.

Padoan, Calenda, Gentiloni e tutti coloro che parlano di ripresa dell’economia non si preoccupano della nostra condizione, pensano unicamente al profitto delle imprese sulla nostra pelle. Con questa legge l’unica cosa stabile resta la nostra precarietà! #stopsfruttamento

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