La lunga marcia del lavoro gratuito

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Riprendiamo questo contributo di “Mi Riconosci? – Sono un professionista dei beni culturali” in vista dello sciopero dell’alternanza scuola-lavoro di domani, 13 Ottobre, a partire dall’esperienza dei/lle tanti/e che nel settore dei beni culturali hanno vissuto sulla propria pelle lo sdoganamento delle più avanzate forme di lavoro gratuito.

Era il 1993, nel pieno di Mani Pulite. I diritti dei lavoratori sembravano saldi e stabili, anzi sembravano troppi. Il lavoro era quella cosa che si faceva per mantenersi, per vivere. L’attacco era iniziato da un pezzo, ma nessuno ci faceva caso. I ragazzini del liceo a volte lavoravano durante l’estate, per imparare un mestiere o per dare una mano alla famiglia a sostenere le spese. E il lavoro si pagava, sempre.

In un freddo giorno di gennaio veniva approvata all’unanimitàdal Parlamento, caso rarissimo nella storia repubblicana italiana, una legge chiamata “Conversione in legge, con modificazioni del decreto legge 14 novembre 1992, n. 433, recante misure urgenti per il funzionamento dei musei statali. Disposizioni in materia di biblioteche statali e di archivi di stato.” Banale. Cosa c’entra coi ragazzini del liceo che lavoravano durante l’estate? Poco. O tutto.

Quella legge diceva due cose semplici, ovvero che le organizzazioni di volontariato potevano essere utilizzate per assicurare “ l’apertura quotidiana, con orari prolungati, di musei, biblioteche e archivi di Stato”.  Banale, semplice, e infatti accettato all’unanimità. Si andava a ratificare una situazione esistente, i volontari già davano occasionalmente una mano a tenere aperti musei, biblioteche e archivi. Poi sosteneva che “Lo svolgimento delle mansioni di addetto ai servizi di vigilanza e custodia non comporta il riconoscimento della qualifica di agente di pubblica sicurezza.” Per motivi legali, un comma necessario. Che tuttavia, diceva una cosa non banale: puoi avere delle mansioni di vigilanza e custodia, ma non per questo sei un lavoratore come gli altri. Che in altre parole, vuol dire che ci saranno agenti di pubblica sicurezza pagati e volontari che fanno gli agenti di pubblica sicurezza senza esserlo.

Oggi siamo nel 2017, sono passati quasi venticinque anni, e ci sono persone di 17 anni che guidano un muletto senza essere pagati e senza avere la licenza per farlo. E quel 14 gennaio 1993 sembra un giorno meno innocuo.

Sono venticinque anni che, lentamente, inesorabilmente, si è imposta nel parlato l’angosciante espressione “lavoro gratuito” o, detta in modo più raffinato “prestazione professionale a titolo gratuito”. Qualcosa che un tempo si poteva fare solo ad amici, per simpatia. Oggi si fa per fame.

Dal 1993 in poi nel settore dei Beni Culturali, seguendo una tendenza iniziata già prima e già parzialmente legittimata nel 1966i volontari hanno iniziato a fare un po’ di tutto, più o meno illegalmente: la legge permetteva solo di utilizzarli per poter assicurare “l’apertura quotidiana”, ma una volta inseriti legalmente negli organici di musei e biblioteche, finirono a fare catalogazione, front-office, vigilanza, didattica, visite, inventariazione, siti internet, e via dicendo. Spesso dietro questi volontari si nascondevano professionisti in cerca di occupazione, che pur non stare con le mani in mano si accontentavano del “rimborso spese”. Era lavoro gratuito, ma gli Italiani non se ne accorgevano perché, alla fin fine, chi diavolo sapeva di cosa si occupasse davvero un archivista, o un museologo? E per certo dare una mano nel Museo civico è carino.

Da allora il lavoro gratuito è cresciuto, sfamato e rifocillato con cure e attenzioni dalla nostra classe politica, fino a diventare enorme e visibile a tutti. Prima si è allargato ancora, nelle professioni creative, artistiche, sociali, e poi sempre nel settore dei Beni Culturali, ancora con una legge, con il Codice del 2004 che permetteva ai volontari di provvedere ai “servizi strumentali comuni destinati alla fruizione e alla valorizzazione di beni culturali”. Altro cavallo di Troia.

E poi con il lento sdoganamento totale dei tirocini, man mano ridotti a ridotti a  “esperienze di lavoro” affatto formative, ma volte a legittimare abusi strutturali e mascherare veri e propri rapporti di lavoro, ovviamente, non pagato. Tirocini curriculari, che dovevano essere solo e soltanto strumenti per affinare il processo di apprendimento e formazione, e poi i vari che si incontravano una volta entrati nel mondo del lavoro, utili ormai, nella stragrande maggioranza dei casi, solo a creare enormi guadagni alle aziende e enormi risparmi allo Stato. E il balzo da un tirocinio all’altro diventava man mano la norma.

E prima che ce ne fossimo resi conto, “lavoro gratuito” non era più un ossimoro, e il confine tra “favore” e “prestazione professionale” era diventato più labile che mai. Ora il mostro vive tra noi, e nelle nostre teste.

Negli ultimi anni, il Governo è rapidamente passato al salto di qualità. Prima l’enorme campagna per reclutare migliaia di volontari per EXPO, vera testa di ponte per far uscire finalmente, dopo anni di sperimentazione, l’idea del lavoro gratuito fuori dai confini delle professioni culturali o creative. Un reclutamento vergognoso, raccapricciante, che ha dato luogo a tante proteste e che, per inciso, ha prodotto una manifestazione in enorme perdita. Perché il lavoro di qualità, paga.

Poi la riforma del terzo settore, con cui il Servizio Civile diventa a tutti gli effetti formazione lavorativa. Solo che, a differenza di un tirocinio (o meglio di ciò che dovrebbe essere un tirocinio, in un mondo civilizzato) non prepara al lavoro e non prevede assunzione. Altro ossimoro.

E infine la terza meraviglia, l’alternanza scuola-lavoro. Che ovviamente non è alternanza scuola-lavoro, perché i ragazzi non vanno a lavorare né per guadagnarsi da vivere né per prepararsi a un lavoro successivo: vanno a “lavorare”, ovvero a essere spremuti come prugne, per non essere bocciati, sotto costrizione, e gratis. Solo e soltanto gratis, ovviamente, e devono pure dire grazie. Sfruttamento, incentivato dal MIUR, e travestito, come usuale, da “incontro tra sapere e “saper fare”. Vera e propria ginnastica d’obbedienza, citando De André. Il cerchio così si chiude, e l’abitudine alla prestazione professionale gratuita, al favore sotto coercizione, che prima si imparava tra i banchi universitari, ora viene imposta ad adolescenti di 16 anni.

Ormai il mostro sta divorando qualsiasi cosa. Cresce senza pietà, arrivando a legittimare la prestazione professionale gratuitaanche per le professioni ordinistiche, quelle che forse fino ad oggi si sentivano al sicuro. Chiedendo che, come fu per i Beni Culturali nel 1993, anche questo tipo di lavoro gratuito venga regolamentato per legge, accettato come normale, logico, ovvio.

Nessuno si può sentire al sicuro. Arriveranno altre leggi, che diranno che gli universitari devono lavorare gratis, gli avvocati devono lavorare gratis, i medici devono lavorare gratis. E dire grazie. A meno che non ammazziamo, massacriamo, facciamo immediatamente a pezzi questo mostro. Che si chiama legislazione, che si chiama legittimazione sociale. Impedendo, con ogni mezzo possibile, la promulgazione di nuove infami leggi che legittimino il lavoro gratuito, e spingendo, ancora con ogni mezzo, perché le leggi esistenti, le famose teste di ponte, vengano smantellate, una ad una. Siamo stati sperimentazione, possiamo essere i primi a dire basta a questa deriva. E dobbiamo essere uniti, partendo dal sostegno allo sciopero dell’alternanza scuola-lavoro di domani 13 ottobre.

Perché il “lavoro gratuito” sparisca per sempre dal linguaggio comune, e il volontariato torni ad essere una stupenda esperienza al servizio della propria comunità.

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