Uno sciopero dell’alternanza contro l’economia della promessa 4.0

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Uno sciopero dell’alternanza scuola – lavoro contro l’economia della promessa 4.0

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Sciopero potrebbe sembrare una parola un po’ stantìa, dal sapore vecchio, forse fin troppo operaio per trattarsi di studentesse e degli studenti. Eppure cosa dovrebbero fare dei ragazzi costretti a 200 e 400 ore di alternanza scuola-lavoro nella maggiorparte dei casi impiegate in catena di montaggio o in lavoro povero, se non provare – insieme – ad invertire i rapporti di forza? La provocazione con tanto di tute blu indossate da studentesse e studenti, ci porta davanti alle contraddizioni tra presente, passato e futuro: nell’era della quarta rivoluzione industriale si discute di robotica ma al contempo si mandano gli studenti a friggere patatine.

Il 13 ottobre si realizzerà per la prima volta nella storia l’esperimento dello sciopero dell’alternanza scuola-lavoro per mettere tutti di fronte a questa forbice di disuguaglianze: nell’anno in cui entra a regime l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro voluta dalla legge 107, studentesse e studenti incrociano le braccia.

L’innovatività di questa forma di sciopero però è caratterizzata dalla capacità di adattare la volontà di interrompere la produzione di valore con alcune altre:

  1. La volontà di ripresa dello spazio pubblico;
  2. La volontà di costruzione di alleanze paradigmatiche per mettere in luce tutta la catena dello sfruttamento e del lavoro gratuito di cui l’alternanza scuola-lavoro è solo l’ultimo anello;
  3. La volontà di costruire potenza collettiva attraverso la pratica di sciopero, immaginando forme di “sciopero alla rovescia” pomeridiane da cui scaturisce la potenza creativa di studentesse e studenti che non vogliono costruire uno sciopero statico, ma profondamente politico, che contrapponga al profitto l’idea di una produzione a scopo sociale e collettivo;
  4. La rivendicazione di diritti: uno statuto delle studentesse e degli studenti in alternanza, un codice etico per escludere le aziende colluse con la mafia o con reati ambientali di poter praticare alternanza, ma soprattutto la rivendicazione della liberazione del tempo con un’idea nuova di rapporto formazione/lavoro;
  5. La volontà di esprimere una visione politica su condizioni generazionali e generali di cui l’alternanza è solo un frammento e su cui non è più possibile nè aspettare, nè farsi abbindolare dalla guerra tra poveri o tra generazioni (pensionati/giovani, garantiti/non garantiti);
  6. La volontà – nell’era del mercato digitale – di utilizzare strumenti nuovi per contrastare la messa a profitto degli studenti in alternanza come l’attacco alla web reputation delle aziende, sperimentato da studentesse e studenti sull’evento delle “Luci d’Artista” a Salerno.

 

Una studentessa o uno studente a 17 anni ha molti sogni. Chi lo sa cosa stesse pensando il ragazzo di 17 anni che a La Spezia ha subito un incidente sul lavoro durante la sua esperienza di alternanza; chissà che idea abbia del nostro Paese lo studente che si è dovuto vestire da sala per servire ai tavoli della festa del PD a Genova o a Viterbo; la studentessa che è costretta ad imparare ad andare a lavoro con i tacchi, a truccarsi ed a sorridere perchè anche questo è parte della produzione di valore; lo studente che ha passato giorni a scartavetrare navi; la studentessa che ha dato per ore volantini; chissà cosa avrà pensato lo studente che ha svolto alternanza all’Enel a Brindisi dopo che ha visto le percentuali del registro tumori ed il sequestro preventivo dell’azienda per reati ambientali; chissà cosa avrà imparato di nuovo una studentessa che frigge patatine al McDonald’s.

L’economia della promessa – l’idea per cui devi “accumulare esperienza” perchè poi, forse, ti tengono in azienda – abbassa ancor di più la propria età anagrafica: fin dai 17 anni hai l’esatta percezione che ti abbiano rubato sogni e futuro ancor prima di quanto potessimo immaginare qualche anno fa.

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Invece le statistiche fanno ben vedere che il problema sia altro: mentre ci riempiono la testa di frottole su quanto siamo inadatti per avere un lavoro decente, mentre ci spingono a fare in fretta perchè bisogna iniziare a lavorare – pena essere chiamati fannulloni – il nostro Paese resta agli ultimi posti per numero di laureati ed ai primi per lavoro povero. Tant’è che, secondo l’OCSE, trovano più occupazione in Italia gli studenti con diploma professionale che i laureati, mentre nella maggioranza dei Paesi europei i laureati hanno maggiori opportunità lavorative e una condizione di lavoro migliore. Per questa ragione ci troviamo di fronte alla beffa: strumentalizzare a fini di mercato le rivendicazioni storiche di studentesse e studenti per una didattica più innovativa e orientata al saper fare, la necessità di una scuola e diuna università non ferme nell’acquisizione solo di conoscenze mnemoniche, ma anche di capacitazioni.  E’, infatti, così anche nell’università, con i tirocini curriculari, su cui è partita un’inchiesta nazionale chiamata “Formazione Precaria” che attraverserà la giornata dello sciopero del 13 ottobre. Oggi infatti sulla retorica della formazione che deve coniugare al sapere il saper fare, si consumano veri e propri rapporti di sfruttamento a danni di studenti e studentesse.
Inoltre con un riferimento legislativo nazionale e regionale scarso e debole, si manifestano vuoti normativi che stravolgono la valenza formativa del tirocinio e l’assenza di uno Statuto dei diritti  erode e indebolisce ancor di più la nostra possibilità di tutela di fronte ad abusi di ogni genere.
Il tirocinio infatti ha progressivamente acquisito i connotati di uno strumento a disposizione delle aziende e delle istituzioni per ridurre il costo del lavoro. I tirocinanti in questo contesto costituiscono una forza lavoro a basso prezzo, in alcuni casi impiegata in mansioni di basso livello (come portare i caffè o fare fotocopie) con scarsi contenuti formativi che sostituisce veri lavoratori.  L’uso distorsivo e perverso del tirocinio, si inserisce in un contesto di svilimento della formazione che vede le Università trasformarsi in perfette incubatrici di sfruttamento e addestramento utili a creare esercito di riserva per il mercato che crea profitto utilizzando manodopera fortemente subalterna e carente di tutele.

 

Se per noi la formazione permanente deve essere alla base dello sviluppo della persona, se era base della rivendicazione rivoluzionaria delle 250 ore di studio per gli operai (per studiare ciò che volevano, anche senza alcuna attinenza col percorso lavorativo), se per noi formazione permanente è sempre stata una rivendicazione prima di tutto di autodeterminazione e di unione trasversale tra saperi accademici, formali e non formali, tra ciò che si produce nei “luoghi chiusi del sapere” e ciò che si esprime nelle nostre città, oggi il concetto di formazione permanente nella società della conoscenza viene anch’esso strumentalizzato per costruire una stramba “via italiana al modello duale tedesco”: nessun investimento in politiche industriali selettive, pochi investimenti pubblici in ricerca e sviluppo, parcellizzazione al ribasso delle conoscenze e delle competenze, ma formazione continua in aziende che non investono e quindi non sanno formare davvero, ma non vogliono pagare un lavoratore vero. Così come alla produzione taylorista era accompagnata un’idea distinta di età della formazione ed età del lavoro, oggi nell’era del postfordismo aumentato (se così vogliamo definire la rivoluzione 4.0) formazione e lavoro si mescolano dando luogo ad un ingresso precoce nel mercato del lavoro per acquisire “esperienza” senza tutele, senza diritti, senza tempo di vita (ore di scuola, ore di compiti, ore di alternanza, rinuncia alle vacanze estive, pressione sociale). Bisogna quindi retribuire lo studente in alternanza e dichiararne lo status di lavoratore? Assolutamente NO. Bisogna ridare alla formazione il proprio “valore” sociale in se’, come forma di autodeterminazione, senza alcuna centralità della mansione su cui deve piegarsi o per cui dovrebbe essere “utile”. Questo sciopero dell’alternanza dice prima di tutto questo: non siamo lavoratori, siamo soggetti in formazione; essere inseriti in un mondo che ci sta stretto non ci interessa, vogliamo cambiarlo ed essere liberi. L’alternanza, oggi obbligatoria, deve essere un’esperienza realmente formativa, fuori dalla catena produttiva, deve essere laboratoriale, deve costruirsi come una metodologia didattica, non far partecipare studentesse e studenti alla costruzione di plusvalore.

Vogliamo sì produrre (perchè anche i soggetti in formazione di per se’ non sono esenti da produzione immateriale), ma altro! Non per i padroni, ma per tutte e tutti! Non sulla base degli interessi dell’azienda, ma di ciò che più ci piace! Per questo lo sciopero alla rovescia che caratterizzerà il pomeriggio della lunga giornata del 13 ha un significato enorme, è una dichiarazione politica, è la commistione tra la liberazione dei saperi (critici, artistici, musicali) e l’utilizzo del tempo liberato grazie all’astensione dall’attività di alternanza per l’interesse collettivo (rigenerazione urbana, arte, iniziativa sociale).

Per noi tutte e tutti, il possesso di un titolo di studio incide fortemente sul tasso di povertà e per questo la battaglia per l’istruzione gratuita resta centrale, d’altro canto questo non basta, secondo le statistiche, ad uscire dalla prospettiva del lavoro povero. Fare un percorso professionale per fare l’operaio o laurearsi per fare il working poor è la negazione della prospettiva di mobilità sociale nata dagli anni ‘70: oggi quel patto sociale non esiste più e per questo sono necessari nuovi rapporti di forza. Chi sceglie di continuare a studiare, infatti, è sempre chi può permetterselo, chi subisce la pressione sociale, il senso di colpa e la retorica del lavoro come unica forma di dignità della persona – il lavoro rende liberi, se no sei un fannullone – è sempre chi subisce marginalizzazione sociale. Per questo oltre alla gratuità dell’istruzione dobbiamo tenere al centro la qualità nei termini della liberazione dei saperi e delle scelte delle persone, tematizzando la differenza esistente tra Centro e periferie, tra nord e sud del Paese, per immaginare un futuro nuovo e non essere manodopera di fatica per un tessuto produttivo oramai obsoleto su cui nessun Governo intende davvero investire.

Nel nuovo assetto di transizione tecnologica serve una visione strategica in grado di innalzare i livelli di formazione per tutti, che non punti alle competenze di mestiere, ma soprattutto alle capacitazioni. Non serve costruire lavoratori pronti all’uso ora, ma obsoleti e sostituibili da qui ai prossimi 10 anni. Serve costruire una strategia di gestione delle grandi contraddizioni insite nel processo di transizione produttiva in una forma che ne valorizzi le potenzialità utili alle persone, immaginando un nuovo modello di sviluppo – magari a partire da investimenti diretti al Sud – e da nuove forme di welfare universale e studentesco. Senza questa visione, la digitalizzazione causerà solo ulteriore polarizzazione del reddito e disuguaglianze. Sappiamo bene, infatti, che saranno le competenze le modalità con cui si articoleranno le nuove gerarchie sociali, per questo rigettiamo la spinta alla forbice che ci stanno propinando: lavoro povero per tutti vs lavoro innovativo per pochi. Già oggi la visione del Governo è chiara: formazione duale dalla scuola fino agli ultimi gradi dell’università, per scaturire nell’integrazione tra formazione e contratti di apprendistato con una visione di filiera formativa e produttiva particolarmente agghiacciante per la sua coerenza. Il Governo si prepara a varare la manovra di stabilità a pochissimi giorni dal giorno dello sciopero del 13 ottobre e non sembra esserci nulla di nuovo. In quella bozza sono contenute, dietro alla retorica dei giovani, l’ennesimo regalo alle imprese con sgravi fiscali. Con un Paese con la disoccupazione giovanile a questi livelli e con questo divario fra nord e sud del Paese siamo stanchi delle bazzecole e dei regali da parte di un Governo sostenuto dalla maggioranza che ha approvato il JobsAct. Non ci interessa cadere nel tranello del Governo che, a qualche mese dalle elezioni e qualche settimana dopo la conferma del programma Garanzia Giovani, vuole provare a fingere interesse per le condizioni delle giovani generazioni, costruendo nel dibattito pubblico una guerra generazionale  sul terreno della legge di stabilità tra chi vuole – legittimamente –  andare in pensione prima di quanto previsto dalla Legge Fornero ed giovani che devono entrarvi. La battaglia per una vita dignitosa, per il tempo liberato, per i diritti è la stessa. Per questo non solo pretendiamo, ma proviamo anche a costruire, un’idea di sviluppo diversa con risposte strutturali nuove. 

Infatti, come mostra il grafico, la questione giovanile è, prima di tutto, questione di classe rispetto a condizioni che oggi ci vedono la generazione più povera rispetto a quella dei nostri genitori dalla seconda guerra mondiale ad oggi, rispetto ai ricatti del lavoro gratuito come unica forma di lavoro possibile e rispetto alle pressioni sociali che impediscono ogni prospettiva di scelta ed autodeterminazione. Chi subisce marginalizzazione, la subisce in più dimensioni: materiali e individuali, di provenienza, di genere, sociali ed emotive, di autodisciplinamento e di colpevolizzazione. Siamo stanchi delle vecchie contrapposizioni che non sanno leggere come, oggi più che mai, per noi giovani la lotta contro lo sfruttamento e per la redistribuzione della ricchezza e la lotta per il diritto ai sogni, ai desideri personali e collettivi, alla liberazione dal senso di colpa, alla liberazione dei tempi di vita, siano sempre più una battaglia unica.

In questo senso “è il nostro tempo”, come slogan della mobilitazione del 13 ottobre. Non si tratta di giovanilismo o di una riflessione categoriale, ma anzi è una sfida per un ribaltamento complessivo dei rapporti di forza: non per noi, ma per tutte e tutti!!

Il 13 ottobre è solo l’inizio, perchè è dall’ultimo anello della catena, come stanno dimostrando le tante solidarietà che ci stanno arrivando da parte di diversi ambienti del mondo del lavoro, dai tirocinanti, agli operai, ai fattorini di Just Eat, che possiamo interrompere la catena dello sfruttamento.

ADERISCI, PARTECIPA, SPARGI LA VOCE! > https://goo.gl/mzdtzY

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