Professionalizzazione: dal MIUR proposte ideologiche inaccettabili

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Il 23 settembre il Governo Gentiloni ha approvato la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NaDEF) con cui vengono stabiliti i nuovi obiettivi di finanza pubblica per i prossimi anni. Come preannunciato dal Ministro Padoan, la NaDEF prevede il raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio nel 2019: prosegue quindi la politica di austerità che ha impoverito milioni di italiani e dequalificato il nostro sistema formativo a causa dei tagli alla spesa pubblica. Nel documento approvato viene riproposto il progetto di rilancio della formazione professionale in Italia, che secondo numerosi politici e opinionisti dovrebbe ispirarsi al “modello duale tedesco”. Come vedremo né l’attuale formazione professionale italiana né le proposte di riforma avanzate dal Governo hanno nulla a che fare con il modello tedesco. Nel DEF leggiamo che una studentessa o uno studente può soddisfare il proprio obbligo scolastico e raggiungere un titolo di studio equivalente alla laurea trascorrendo tutto il percorso formativo in azienda tramite i contratti di apprendistato di primo e secondo livello: “il giovane può conseguire, con percorsi di apprendistato di primo livello, una qualifica professionale, un diploma professionale, un diploma di istruzione ed una specializzazione di istruzione e formazione tecnico professionale. Il periodo di apprendistato può avere la stessa durata del percorso formativo. Conseguito il titolo, il giovane potrà continuare con l’apprendistato professionalizzante”1. Questo modello è stato costruito a seguito del Jobs Act e dimostra il reale progetto che sta dietro al cosiddetto “sistema duale all’Italiana”: mandare gli studenti, anche minorenni, a lavorare nelle imprese, con un costo per i datori di lavoro nettamente inferiore rispetto ad un lavoratore subordinato.  Questa non è formazione, ma lavoro minorile e sostituzione di lavoratori tutelati con studenti sottopagati, che spesso non hanno alcuna garanzia di imparare un mestiere a causa dei controlli insufficienti. Come evidenziato dal rapporto Education at a Glance dell’OCSE, il nostro Paese presenta delle forti contraddizioni rispetto all’accesso all’istruzione e all’occupazione: riteniamo che il primo passo per raggiungere una reale “società della conoscenza” sia l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni e il divieto di inserimento degli studenti all’interno dei processi produttivi. Il saper fare non si acquisisce con lo sfruttamento e la sostituzione dei lavoratori per arricchire i datori di lavoro, ma tramite percorsi di formazione che diano spazio alla creatività, alla pratica e alle attività laboratoriali, ma sempre al di fuori della produzione. Questa idea alternativa di formazione è alla base dello sciopero dall’alternanza scuola-lavoro indetto per il 13 ottobre dall’Unione degli Studenti.

 

Lauree professionalizzanti: proposta ideologica del MIUR

 

Il problema della professionalizzazione non si limita al sistema scolastico. Poco prima di abbandonare il proprio incarico, la Ministra Giannini ha inserito nel “Decreto AVA” (DM 987/2016) un nuovo ordinamento, senza alcuna consultazione con il mondo dell’università. In seguito la Ministra Fedeli ha sospeso il provvedimento e istituito una “Cabina di regia” a causa delle proteste sollevate da più parti e del rischio di creare dei percorsi sostanzialmente identici sia negli atenei che negli Istituti Tecnici Superiori (ITS). Questo nuovo organo, da cui sono state escluse le rappresentanze studentesche se non per sporadiche consultazioni, ha elaborato un programma di riforma della formazione terziaria professionalizzante intitolato “Formazione terziaria professionalizzante – Il modello Italia” che è stato poi sottoposto al parere del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) e del Consiglio Universitario Nazionale (CUN), dove abbiamo portato una nostra analisi critica e delle proposte alternative tramite la rappresentanza eletta di Link Coordinamento universitario.

Il documento presenta una analisi totalmente infondata mercato del lavoro italiano e sul rapporto tra questo e il sistema formativo. Viene infatti dichiarato che la causa dell’elevata disoccupazione giovanile, come anche l’elevato tasso di dispersione scolastica, siano dovuti all’assenza di percorsi formativi terziari brevi e professionalizzanti, senza supportare queste dichiarazioni con adeguate argomentazioni. Come rilevato dall’analisi dei dati OCSE in Education at a glance 2017, è evidente come il problema del mercato del lavoro italiano sia legato all’assenza di una politica industriale orientata all’innovazione e dall’assenza di tutele per i lavoratori: i nostri Governi hanno finanziato gli sgravi fiscali a pioggia piuttosto che gli investimenti e il welfare, spingendo il nostro Paese verso un futuro di svalutazione del lavoro e precarietà. Anche in merito alla dispersione scolastica è evidente quali siano le cause reali: gli ostacoli economici e sociali nell’accesso all’istruzione e il minor numero di borse di studio tra i Paesi europei. Inoltre nel documento non è specificato dove siano necessarie le lauree professionalizzanti, per quali settori produttivi e per quali obiettivi di sviluppo. Così come non è indicata la coerenza tra percorsi secondari e i percorsi terziari dell’offerta formativa professionalizzante, né la coerenza con i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro. Per quanto riguarda le professioni ordinistiche è evidente l’utilità di un percorso terziario abilitante all’iscrizione agli Albi, secondo i criteri indicati anche dall’Unione europea, ma non è chiaro perché si voglia estendere la riforma anche ad altri settori, senza limiti.

Le caratteristiche delle LP triennali proposte dal MIUR sono preoccupanti e tendono a trasformare il percorso formativo in un “training on the job” standardizzato, piuttosto che alla flessibilità necessaria per una migliore formazione tecnica e pratica. Il modello proposto è infatti unico, con l’obbligo di trascorrere un terzo del percorso in azienda – almeno 50 cfu (DM 987, art. 8, c. 2, lett. a) – e di assumere “tutor” provenienti da queste imprese. Infine è previsto che i corsi siano limitati a soli 50 iscritti, mentre i corsi non potrebbero accedere all’accreditamento nel caso in cui il tasso di occupazione dei laureati a 12 mesi sia inferiore all’80% – un indicatore che non dimostra in alcun modo la qualità di un percorso formativo. E’ evidente la contraddizione tra l’obiettivo di fornire percorsi professionali flessibili e l’imposizione di criteri così stringenti, soprattutto in una fase di iniziale sperimentazione. D’altra parte è chiara la matrice ideologica del numero chiuso e del vincolo di occupabilità: ancora una volta si utilizzano demagogicamente i bisogni degli studenti per trasformare i percorsi formativi in addestramento, utile solamente alle esigenze di breve periodo delle imprese.

Per questi motivi le LP dovrebbero essere percorsi direttamente legati a specifiche esigenze formative e professionali, come nel caso dell’abilitazione alle professioni ordinistiche, senza l’imposizione del numero chiuso né dell’obiettivo di occupabilità all’80%.

 

Istituti Tecnici Superiori: cosa manca nella proposta MIUR

 

L’altro elemento centrale nel documento del MIUR sono gli Istituti Tecnici Superiori. Al momento questi Istituti presentano circa 9 000 iscritti, offrono prevalentemente percorsi biennali e prevedono l’insegnamento per almeno il 40% del percorso all’interno delle aziende. Anche il personale docente deve provenire dalle imprese coinvolte. La stessa governance degli ITS vede una forte partecipazione delle imprese. Queste istituzioni formative, nate per completare la filiera formativa degli istituti tecnici e professionali, presentano profonde criticità. Per quanto riguarda il ruolo degli Istituti nel complessivo sistema di formazione professionale, gli ITS devono essere legati al sistema universitario abbandonando la forma giuridica della Fondazione di diritto pubblico, per passare a una identità giuridica sul modello degli spin-off già presenti in numerosi atenei. In tal modo resterebbe possibile la flessibilità organizzativa, ma vi sarebbe un maggiore raccordo con gli atenei in vista del coordinamento dell’offerta formativa. Infatti riteniamo che i corsi biennali, che forniscono un Diploma di Tecnico Superiore al V livello EQF, vadano progressivamente sostituiti con corsi triennali – già previsti dalla normativa ma raramente attivati – che garantiscano il VI livello al pari del titolo di laurea. Anche il documento del MIUR prevede questo obiettivo, ma proponendo un sistema di “passerelle” da percorsi biennali ITS a lauree professionalizzanti che dà per scontata la coerenza e l’equivalenza delle conoscenze e competenze acquisite: se fosse automatico il passaggio da un corso all’altro non avrebbe senso il doppio canale. Invece gli ITS dovrebbero prevedere corsi triennali che garantiscano il massimo livello di professionalizzazione, mentre i corsi di laurea triennale dovrebbero fornire competenze e conoscenze complementari, più approfondite e generali, rispetto al settore di riferimento. Per garantire l’accesso alla formazione professionale terziaria il MIUR deve prevedere l’aumento dei finanziamenti pubblici agli ITS in modo da coprire interamente il costo standard, così da eliminare le rette richieste ad oggi agli studenti per l’attività ordinaria. Oltre a questo fondamentale finanziamento, sarà necessario un piano nazionale, da elaborare insieme alle Regioni e alle parti sociali, per definire una programmazione sull’apertura di nuovi ITS, in coerenza con il fabbisogno del sistema produttivo, per garantire la più ampia partecipazione possibile alla formazione professionale ai più alti gradi.

Il progetto del MIUR di rendere gli ITS delle “Scuole speciali per le tecnologie avanzate” è positivo, ma deve essere realizzato con azioni concrete piuttosto che con generici e fuorvianti riferimenti ad esperienze straniere che appartengono a sistemi di istruzione e formazione totalmente differenti. Gli Istituti dovranno collaborare strettamente con i competence center previsti dal Piano Industria 4.0. Inoltre dovrà essere prevista la la possibilità di collaborazione tra ITS e atenei per attività di ricerca e sperimentazione. Infine le Figure professionali a cui fanno riferimento i Diplomi di Tecnico Superiore dovranno essere inserite nei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro al fine di garantire la coerenza tra l’offerta didattica, le prospettive occupazionali e gli obiettivi di sviluppo del sistema Paese.

 

Formazione terziaria professionale: senza finanziamento è tutta vuota retorica.

 

Per migliorare la qualità della formazione, anche dal punto di vista della professionalizzazione, è necessario investire sulle istituzioni formative pubbliche per garantire un’istruzione gratuita e di qualità a tutte e tutti: l’accesso universale ai più alti gradi di istruzione è il prerequisito fondamentale dell’innovazione e del complesso di trasformazioni che viene definito “società della conoscenza”. Il primo problema della formazione professionale in Italia consiste proprio negli ostacoli all’accesso all’istruzione: il tasso di dispersione scolastica è al 13,8% nel 2016, con picchi del 23,5% in Sicilia che dimostrano una forte divergenza tra Nord e Sud2. Se quasi uno studente su quattro nel Meridione abbandona prematuramente gli studi, è evidente che bisogna garantire il diritto allo studio a tutte e tutti con la completa gratuità dell’accesso ai percorsi formativi e tramite un welfare studentesco che abolisca gli ostacoli economici e sociali, cominciando con l’istituzione del reddito di formazione universale.

Per quanto riguarda la qualità della formazione, notiamo che la spesa totale in istruzione secondaria superiore per ogni studente in Italia è di 8 788 euro, contro i  13 615 della Germania e i 13 927 della Francia. Alla faccia del modello tedesco! Non esiste modello virtuoso di formazione senza un adeguato investimento che garantisca strumenti per la didattica e autonomia agli istituti scolastici. Lo stesso limite fondamentale si ritrova nella spesa per studente nella formazione terziaria: in Italia è di 11 509 euro, mentre in Francia di 16 422 e in Germania di 17 1793. La questione del finanziamento pubblico e della qualità è prioritaria per una riforma della formazione professionale, così come la necessaria programmazione che definisca dalla scuola secondaria superiore all’università e agli Istituti Tecnici Superiori gli obiettivi formativi e la coerenza dei percorsi formativi con un modello di sviluppo orientato all’innovazione e alla sostenibilità.

La formazione risulta ancor più fondamentale in una fase storica in cui cominciano a svilupparsi processi di forte innovazione tecnologica: la cosiddetta “Quarta rivoluzione industriale” rischia di tradursi in disoccupazione tecnologica e di cogliere impreparati i lavoratori che non avranno adeguate competenze all’altezza dei tempi. Secondo l’OCSE, in media meno del 10% dei lavoratori rischia di essere sostituito interamente da macchine nel proprio lavoro, ma un altro 25% vedrà il proprio lavoro ampiamente trasformato con l’automazione4. Non possiamo dunque tollerare le diseguaglianze cognitive legate alle risorse insufficienti destinate all’istruzione di ogni ordine e grado. Nonostante il sottofinanziamento della scuola e dell’università il Ministero continua a portare avanti delle politiche che non risolvono i problemi alla radice, ma anzi proseguono sulla strada della trasformazione dell’istituzione formativa in una sorta di azienda che offre servizi formativi subordinati alle contingenze del mercato.

 

  • Note

 

1 – Nota di aggiornamento del DEF 2017, pag 134

2 – Istat, 2016

3 – OCSE, Education at a glance 2017

4 – OCSE, Skills for a digital world, 2016

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