[Lecce] – Iniziano le giornate del lavoro!

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    Oggi, 15 settembre, a Lecce, si inaugura la IV edizione delle “Giornate del Lavoro”: una grande manifestazione nazionale organizzata dalla CGIL che si svilupperà con tre giornate di dibattiti, proiezioni, interviste fino a questa domenica.  

    Il futuro del lavoro dopo l’era della disintermediazione“, questo il titolo scelto per l’edizione 2017, la quarta dopo quelle di Rimini, Firenze e Lecce. La Puglia ospiterà dunque quest’evento nazionale di una certa rilevanza, in cui si discuterà di trasformazioni economiche e del lavoro, di diseguaglianze, di Mezzogiorno.

    Anche la Rete della Conoscenza Puglia, organizzazione sociale, sindacato dei soggetti in formazione, partecipa a questa iniziativa portando il contributo e l’esperienza di una porzione non indifferente di questo Paese, i giovani, gli studenti e le studentesse.  Il primo contatto con il mondo del lavoro, per noi studenti e studentesse, avviene certamente nel contesto familiare, tramite i nostri familiari che hanno vissuto sulla propria pelle le trasformazioni del mondo del lavoro; il secondo livello di conoscenza di tale mondo avviene, di pari passo, nei percorsi formativi anche se, sempre più spesso, non si sostanzia in educazione alla cultura del lavoro, a partire dai diritti e dalle tutele che dovrebbero essere garantite ai lavoratori e alle lavoratrici. Ai giovani d’oggi, in questa fase dell’economia della promessa, viene chiesto di essere flessibili, di sottostare a contratti occasionali, di essere ricattabili, ci viene raccontata la favola per cui “va bene tutto purchè si lavori”, purchè “faccia curriculum”. La nostra esperienza, il nostro tempo di vita, di studio, di lavoro sono sempre più sottotutelati, precarizzati, frammentati, una continua corsa contro il tempo per giungere alla meta, sempre meno accessibile: un lavoro e una vita dignitosa, stabile, la possibilità di poter avere un reddito, un salario che non ci faccia vivere di stenti e indipendenza e potere sulle nostre vite. Che tipo di aspettative di vita possiamo avere se già a scuola ci viene fatto conoscere il lavoro gratis e il lavoro povero come forme giuste e contemplabili nella vita di ciascun individuo?

    Di seguito una nostra riflessione che si sofferma proprio sulle trasformazioni del mondo del lavoro e del mondo dell’istruzione pubblica, avvenute negli ultimi anni di politiche neoliberiste, provando a tenere uno sguardo sulla nostra regione, meridionale, perchè è da qui che come cittadini, giovani, lavoratori, studenti, disoccupati, neet, possiamo far partire il nostro riscatto, per una regione e, un Paese, più giusti.  

    Dove siamo?

    Dall’insediamento del Governo Renzi ad oggi, il nostro Paese ha vissuto una velocissima e strutturale fase di riforme che hanno cambiato radicalmente, tra le altre cose, gli apparati più importanti del nostro Paese: il mondo della scuola e quello del lavoro.
    Il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro targata Renzi-Poletti,  approvata a colpi di maggioranza nonostante le forti critiche esposte dalle realtà sindacali, a quasi tre anni dalla sua approvazione, mostra il suo reale volto: la cifra dei 23 milioni di occupati, vanto dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, è stata smascherata da  una recente ricerca della Fondazione Di Vittorio in rapporto ai dati della Bce, secondo cui a crescere è il lavoro povero, basso, dequalificato, con pochi diritti e scarso salario.
    Difatti l’introduzione dei voucher e dei contratti a tutele crescenti, accompagnati dall’abrogazione dell’articolo 18, i tre pilastri della riforma, sono stati i tre temi più criticati dal dibattito pubblico in generale e su cui la CGIL ha portato avanti la raccolta firme per indire un Referendum sul lavoro.
    Con un sostanziale colpo di teatro, il Governo Gentiloni ha mostrato la forte continuità che lo lega al Governo precedente: dopo una finta abrogazione dei voucher, come chiesto da un quesito referendario, presentato con quasi tre milioni di firme dalla Cgil,  vi è stata l’introduzione dei buoni per le prestazioni occasionali, i PrestO, dei voucher 2.0 che hanno bypassato le firme dei milioni di cittadini che si sono espressi sul tema. Lo scorso 17 giugno, anche noi studenti ci siamo mobilitati a Roma insieme a lavoratrici e lavoratori, per contestare questo ennesimo schiaffo alla democrazia del nostro Paese e per rivendicare quel Referendum che apparteneva a tutti i cittadini che lo hanno sostenuto firmando i quesiti, a tutti coloro che stanno subendo queste politiche sul lavoro degli ultimi anni.

    Ed è proprio la questione democratica ad essere il filo conduttore di queste riforme: il Jobs Act, così come la Buona Scuola, sono state approvate sulla testa di milioni di cittadini e cittadine che hanno espresso attraverso la raccolta firme per i rispettivi referendum, attraverso i sit-in, le mobilitazioni nelle scuole, i cortei che ci hanno visti in prima linea, la propria contrarietà.

     

     

    Saperi e mercato

    Viviamo in una società dove è sempre più forte, inoltre, la subordinazione del mondo della scuola a quello del lavoro: l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro nelle scuole superiori e dei tirocini nelle università, diventano nuovi strumenti a favore delle imprese per non assumere più, avendo a disposizione una sostanziale manodopera gratuita.
    Tutto ciò, inoltre, è incentivato dai forti sgravi fiscali a favore delle imprese che, a seguito di un percorso di alternanza o tirocinio, assumono gli studenti, con contratti a tutele crescenti, e quindi a basse tutele: al sistema di sgravi concessi ai datori di lavoro, si parla di 18 miliardi di euro ad oggi, non corrispondono maggiori investimenti, soprattutto in formazione e qualificazione del personale.
    Molti giovani, dunque, non studiano perchè hanno imparato sulla propria pelle che gli ingenti costi da sostenere per affrontare il percorso di studio, non serviranno per allontanarli da un futuro di lavoro povero e sottopagato.

    Dall’approvazione della legge 107, che ha reso obbligatoria l’alternanza scuola-lavoro con 200 ore nei licei e 400 nei tecnici e professionali, fino ad oggi, abbiamo potuto osservare e comprendere quali sono le contraddizioni e le mancanze di un’alternanza scuola-lavoro disorganizzata, mal strutturata e spesso tradotta in sfruttamento: l’alternanza scuola-lavoro, così come ad oggi è concepita, mina la decisionalità da parte degli studenti e delle studentesse, impossibilitati nel decidere o pronunciarsi rispetto ai propri percorsi di alternanza scuola-lavoro, costretti a sostenere costi e sacrificando il tempo della propria vita e del proprio percorso formativo, riducendo gli spazi della didattica sempre più all’osso. Un’alternanza scuola-lavoro che si pone l’obiettivo di far assumere competenze settoriali anziché trasversali non investendo sulla formazione globale dell’individuo (un esempio ne è il progetto Campioni dell’Alternanza lanciato dal MIUR nello scorso anno scolastico, il cui obiettivo era far assumere le “skills” necessarie ad entrare in un mondo del lavoro precario e complice di sfruttamento). Nel complesso, un quadro che mostra assenze di tutele per gli studenti rendendo l’alternanza scuola-lavoro non una metodologia didattica, ma una realtà fatta di competitività e sfruttamento. L’alternanza, infatti, è specchio di un contesto lavorativo precario, alienato e senza tutele.

    Durante lo scorso anno l’Unione degli Studenti Puglia ha condotto un’inchiesta in tutta la Regione sulle condizioni degli studenti e delle studentesse in alternanza scuola-lavoro: i dati emersi sono allarmanti, se si pensa che il 23% degli intervistati dichiara di non essere stato seguito da un tutor, il 35% ha dovuto pagare per poter svolgere il proprio percorso e il 76% l’ha ritenuta una sottrazione di tempo dalla normale attività didattica. Ma il dato più allarmante è certamente quello del 97% degli studenti che dichiara di voler avere voce in capitolo sul percorso che sta svolgendo.

    Non possiamo ritenere bastevole la “Carta dei Diritti e dei Doveri degli studenti in alternanza” in discussione nel Consiglio dei Ministri in questi ultimi giorni,  non bastevole in termini di diritti, che non risulta un reale strumento di tutela e aderisce appieno alle logiche capitaliste del lavoro ai giorni d’oggi, estremamente basato su merito e sulla precarietà.

     

    Quale prospettiva per i Mezzogiorno?

    I pochi giovani che si iscrivono all’università, inoltre, lo fanno soprattutto al Nord, come dimostrano i dati sull’esodo dal Sud, diffusi nei giorni scorsi: negli ultimi 15 anni 530mila giovani tra i 15 e i 34 anni sono emigrati senza mai far più rientro nella propria terra; senza i giovani il Mezzogiorno rischia il collasso, i dati parlano del 27% di residenti in meno nei prossimi 50 anni.
    Non sarà quindi la misura “Resto al Sud”, varata dal Governo Gentiloni, che pur favorendo l’autoimprenditorialità presenta dei grossi limiti sui finanziamenti per pagare i collaboratori al progetto, ad invertire la rotta e a migliorare il futuro di precarietà e sfruttamento a cui sono stati condannate le nostre terre e migliaia di giovani.
    “La prossima legge di bilancio – ha dichiarato il presidente del Consiglio Gentiloni in occasione dell’ottantunesima edizione della fiera del Levante – incoraggerà ulteriormente investimenti e sviluppo del Mezzogiorno”.
    Rivendichiamo degli investimenti strutturali per il Meridione: non crediamo sia necessario continuare ad intervenire in maniera contingenziale sulle contraddizioni storiche che hanno contraddistinto – e contraddistinguono tuttora – il nostro territorio.

    Dal 2008 al 2016 più di 500.000 persone hanno abbandonato il nostro Paese ricercando migliori prospettive lavorative e, a questi, vanno aggiunti i quasi 380mila italiani che hanno preferito il trasferimento dalle Regioni del Sud verso il Centro-Nord del paese.
    Il quadro delineato dall’indagine dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro ci dimostra chiaramente la misura dell’emigrazione, soprattutto di giovani e studenti, dal nostro paese, oltre che il vero e proprio esodo dalle Regioni del Mezzogiorno.
    Basti pensare che nel solo anno accademico 2014/15 circa 23mila giovani universitari si sono spostati nelle regioni del centro-nord, medesima decisione optata da 31.000 neo laureati nel solo 2013, tra emigrazione all’estero e nel nord del Paese.

    A queste decine di migliaia di studenti che decidono di abbandonare le proprie terre in cerca di migliori prospettive vanno aggiunti gli altrettanti costretti ad abbandonare gli studi per motivi economici. L’abbandono scolastico rappresenta ancora una piaga per la nostra Regione – quasi 1 studente su 5 non arriva al diploma – così come il drastico calo delle immatricolazioni negli atenei pugliesi (-%18,7 nel quinquiennio 2008-2013).

    Appare chiaro che dietro a questi dati si nascondano forti responsabilità politiche. Oggi il peso della crisi e della mancanza di prospettive future grava sulle spalle dei tanti giovani costretti a migrare, abbandonare gli studi, o vivere sotto il ricatto del lavoro nero e sottopagato. La mancanza di un vero piano di investimenti in formazione e la distanza del tessuto produttivo da quelli che sono i bisogni e le competenze dei giovani porta sempre più potenzialità a fuggire, svuotando di prospettive di crescita interi territori, città, regioni, ancorate ad un modello di sviluppo passato incapace di includere e mettere a frutto la voglia di fare e le capacità dei tanti giovani che ogni anno migrano verso il nord del paese o all’estero.

    E’ facile capire i motivi che spingono così tanti giovani ad emigrare, quando le uniche possibilità sono rappresentate da un lavoro a nero, sottopagato, privo di diritti e tutele. Nell’ultimo decennio, secondo l’ISTAT, il lavoro irregolare in Puglia, come in tutto il Mezzogiorno, è cresciuto del 6,9%, e sempre di più sono gli studenti-lavoratori, costretti ad accettare qualsiasi forma di lavoro pur di racimolare il necessario per vivere e completare gli studi, a fronte di un sistema di diritto allo studio e di welfare studentesco insufficiente e residuale. In Puglia, i giovani che non studiano e non lavorano sono 338mila, stando ai dati aggiornati al 2016.

     

     

    Dalla disintermediazione alla partecipazione

    La fase attuale è contrassegnata da un lato dalla forte avanzata del modello neoliberista, che col paradigma del Mercato sovrano tende a reprimere e comprimere ogni istanza rivendicativa e ogni diritto sociale conquistato nella stagione delle grandi lotte sindacali degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, dall’altro invece da una netta trasformazione, con fattori intrinsechi ed estrinsechi, del rapporto tra i cittadini e i corpi intermedi. La parcellizzazione della società, figlia del modello tayloristico-fordista, aveva consentito la nascita di soggetti organizzati capaci di far fronte alle esigenze dei cittadini come singoli e come soggetti sociali organizzati (partiti, sindacati). Attualmente il superamento di questo modello di società, pure pieno di contraddizioni, non ha incentivato i cittadini ad una maggiore partecipazione spontanea, ma anzi, ha contribuito ad uno stato di sfiducia tale da considerare il solo sforzo utile al conseguimento di una miglioria, lo sforzo individuale. Come sindacato studentesco viviamo appieno le contraddizioni di quest’epoca, confrontandoci ogni giorno con la generazione più vessata dalle politiche degli ultimi vent’anni; la generazione precaria, a cui hanno tentato di strappare via un passato glorioso di lotte e di conquiste, nella continua e spasmodica ricerca di cancellarle anche il futuro. Noi riteniamo che solo attraverso uno sforzo realmente collettivo, che riesca a farsi portatore di bisogni ed istanze di tutti, sia possibile risalire la china. Riteniamo inoltre che la disintermediazione possa solo nuocere ad una società come questa, fortemente chiusa nell’individualismo e negli egoismi. Crediamo sia necessario, oggi più che mai, cogliere la sfida: costruire dei soggetti sociali aperti e differenti in grado di essere spazi di partecipazione in cui trasmettere istanze e  bisogni, trasformandoli in rivendicazioni attraverso l’organizzazione collettiva per il miglioramento delle condizioni di tutti.   

     

    Il 13 Ottobre saremo in piazza per una giornata di astensione dalle attività di alternanza scuola-lavoro: una provocazione nei confronti di una metodologia didattica che spesso viene utilizzata come strumento per ottenere lavoro gratuito e  rendere gli studenti futuri lavoratori precari. Scenderemo in piazza con la nostra proposta di Statuto delle studentesse e degli studenti in Alternanza, per rivendicare la presenza in ogni scuola di commissioni paritetiche che permettano a tutt* di esprimersi sui propri percorsi di alternanza; di un codice etico che non permetta la partecipazione di aziende dannose per il territorio; per un’alternanza gratuita e che non leda i diritti degli studenti e delle studentesse!

    Partecipare come studentesse e studenti alle giornate del lavoro indette dalla CGIL risulta importantissimo se vogliamo unire le lotte contro un sistema precario e sottotutelato. Sicuramente la scelta del luogo nel quale svolgere queste tre giornate non è casuale, dal momento che la regione Puglia conta il 58% di disoccupazione giovanile. Lecce rappresenta un città del sud nella quale le poche politiche sul lavoro non si dimostrano efficaci e riuscire a ridare centralità alla tematica nei dibattiti che si svolgeranno, facendo emergere le contraddizioni, risulta prioritario.

    Il tempo è nostro!

     

    Rete della Conoscenza Puglia

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