Le barriere che cadono, l’inverno che avanza e noi

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Volge ormai al termine la stagione estiva dopo i giorni del controesodo, il ritorno, di chi ancora ha modo di farsi una vacanza nel mese di agosto, nelle rispettive città. Un mese che nel senso comune rappresenta la pausa, un momento di tranquillità nella frenesia della vita di tutti i giorni, tra le tante fatiche e gli stenti del presente. Se forse per alcuni è stato effettivamente così, a livello sociale ciò che ne è emerso è stata una sequela di eventi drammatici, in un complessivo quadro che indica un punto di non ritorno raggiunto nel mese di agosto.

Con indignazione e rabbia, ripercorriamo l’estate in cui il ministro Minniti – senza senso del ridicolo – ha dichiarato di aver intravisto “la luce in fondo al tunnel”. Come sempre sappiamo che, al di là delle espressioni pubbliche che ciascuno decide di adottare, il nodo di fondo sono i punti di vista dai quali analizziamo ciò che ci si muove intorno: quello che abbiamo visto noi, senza nascondere un certo senso di schifo e inquietudine misto a impotenza, è l’avanzare della barbarie, la messa a sistema di una guerra ai poveri, la rottura di un argine che pure non abbiamo mai ritenuto sufficiente come risposta al riaffermarsi delle più brutali e violente pulsioni serpeggianti in fette sempre più ampie della popolazioni. Tutto questo all’interno di una spinta sempre più forte orientata verso la desertificazione sociale delle nostre città e delle periferie del paese, che un intero sistema politico sta portando avanti mascherata dietro parole come decoro, sicurezza, legalità. Su questi elementi abbiamo visto aprirsi definitivamente una campagna elettorale lunga, nella quale a quanto pare non esisteranno più tabù, elementi minimi di dignità, certezze che ancora pensavamo esistere. L’inverno è arrivato.

Abbiamo raccolto qui una serie di spunti in vista dei prossimi mesi, una lente attraverso la quale vogliamo affrontare le discussioni e i percorsi che si sono già aperti, così come quelli che si apriranno, per uscire fuori dall’angolo nel quale ci provano a chiudere.

  • UN GELIDO AGOSTO CHE APRE LE PORTE ALL’INVERNO CHE AVANZA

Tutto ha avuto inizio con la criminalizzazione delle organizzazioni non governative (ONG) impegnate in operazioni di salvataggio in mare: una campagna infame, tesa a screditare la solidarietà, senza alcun fondamento. Lanciata da un PM in cerca di protagonismo che accusava le ONG di essere in combutta con gli scafisti, è stata ripresa acriticamente da molti media e da molti politici, nonostante fosse infondata anche a detta dello stesso parlamento. Nessuna complicità con gli scafisti, che del resto trovano un fiorente mercato non perché ci sono le ONG ma perché l’Europa si è blindata e ha chiuso ogni via legale e sicura d’accesso a migranti e richiedenti asilo. La stessa guardia costiera libica, cui il nostro paese ha consegnato la vita dei migranti pur di tenerli lontani da “casa nostra” fornendo motovedette, ha comprovati rapporti con gli scafisti. Facendo ricadere le accuse su altri, mascherando le proprie profonde responsabilità morali, la campagna contro le ONG ha visto protagonisti tutti i principali attori politici: tutte le destre, il Movimento 5 stelle, il Partito Democratico che con Esposito ha dichiarato testualmente che non possiamo permetterci per ideologia di salvare la vita a tutti.

Al fine di ostacolare le operazioni di salvataggio in mare, il ministro Minniti ha ideato un codice di condotta che vieta il trasbordo dei migranti da una nave all’altra e impone la presenza di polizia giudiziaria armata a bordo delle navi delle ONG. L’intento, chiaramente, era quello di rendere più difficoltosi i salvataggi (che sarebbero – secondo questa campagna mediatica, ma non secondo la ricerca scientifica e accademica sul tema – un fattore di attrazione) e, tramite la presenza di armi a bordo, costringere le organizzazioni non governative ad accettare un ruolo di polizia (e quindi anche di repressione e di contrasto all’immigrazione) che avrebbe snaturato l’essenza del loro operato. Alcune ONG – le meno politicizzate – hanno accettato: ciò non le ha salvate dal subire le intimidazioni e persino gli spari della guardia costiera libica, come è successo all’ONG spagnola Proactiva Open Arms, senza che questo scatenasse un moto di indignazione. Altre ONG – tra cui Medici Senza Frontiere – hanno rifiutato il codice di condotta e sono state costrette ad abbandonare il Mediterraneo. Si è così rimosso dal Mediterraneo l’unico attore sociale che ancora svolgeva un ruolo di controllo parziale nei confronti dell’operato della Guardia Costiera libica, cui ora abbiamo esternalizzato il ruolo di gendarme del mare.

Arriviamo quindi ai fatti gravissimi degli ultimi giorni di Agosto a Roma, quando è stato sgomberato, manu militari e senza offrire soluzioni alternative reali, uno stabile – di proprietà di un fondo speculativo – che era stato occupato da centinaia di rifugiati politici, tra cui alcuni avevano anche ottenuto la cittadinanza italiana, quattro anni fa. Lo sgombero violento – condannato da Medici Senza Frontiere, Onu e Amnesty – ha cercato di nascondere le responsabilità gravi di una politica che, in questi anni, non è riuscita a trovare una mediazione che tenesse conto dei diritti e dei bisogni di titolari della protezione internazionale che sono stati abbandonati a sé stessi e costretti per necessità a occupare (come avviene a numerosissime famiglie povere italiane e immigrate): come riportavano alcuni sarebbero da indagare le mancanze del Campidoglio dato che la Regione Lazio, su pressione dei movimenti per la casa, aveva stanziato svariati milioni di euro per affrontare le emergenze abitative della Capitale, compresa quella al centro dell’attenzione di via Curtatone. Soluzioni alternative realistiche non c’erano, tanto che a una piccola parte dei migranti è stato consentito temporaneamente di rimanere in un piano dell’immobile sgomberato. Gli altri, non avendo soluzioni diverse, erano rimasti accampati nella piazza circostante – senza creare nessun problema ai residenti della zona, tra l’altro storico punto di ritrovo e insediamento di eritrei ed etiopi inclusi nel tessuto cittadino.

Ma con una direttiva della prefettura (e quindi del Ministero dell’Interno), nell’assenza complice di una sindaca evanescente, la polizia antisommossa è tornata alla carica usando una violenza inaudita (condannata da moltissime realtà associative, caritatevoli, non governative) con tanto di manganellate e idranti su donne, anziani, bambini inermi. Una macelleria messicana, che secondo Medici senza Frontiere (presente sul posto), ha causato il ferimento di 13 migranti, che ha coinvolto anche giornalisti e attivisti presenti sul luogo. Un’operazione la cui natura si ritrova chiaramente nelle parole pronunciate dal funzionario di polizia finito su tutti i giornali, che nell’esortare i suoi sottoposti a spaccare le braccia dei migranti, ne spiega in maniera puntuale il senso: “devono sparire”. Un tenore ripreso dalla Prefetta di Roma, Paola Basilone, che ha parlato di un’operazione di “cleaning”, pulizia, come si parlasse di rifiuti o topi. La classe politica italiana, con pochissimi distinguo, si è schierata con le forze dell’ordine.

L’indegna conclusione di questa gelida estate è stato quello che l’Unicef ha definito senza mezzi termini uno sgombero elettorale, che pure sul piano internazionale ha messo in luce la violenza dell’operato di Minniti, in barba ai più basilari fondamenti del diritto internazionale, come emerge anche dalle direttive in maniera di sgomberi.

  • LE RELAZIONI PERICOLOSE DI MARCO MINNITI E GLI ARGINI CHE CADONO

È a partire da questi avvenimenti che si è evoluto il ruolo che lo stesso Ministro dell’Interno sta giocando in termini di relazioni internazionali, e in particolare nella definizione delle strategie europee di gestione dei flussi migratori. La scelta messa in atto rispetto al codice di condotta per le ONG, che ha raccolto il plauso unanime di Spagna, Francia e Germania, è stato la leva tramite la quale si è aperta la via all’esportazione di accordi già sperimentati sul confine turco-siriano. Se l’UE versa miliardi di euro al sultano Erdogan per militarizzare e bloccare nelle sue strutture i migranti che tentano dall’est di entrare in Europa, l’Italia inizia a versare milioni e milioni di euro alle milizie libiche pur di non far affacciare sul Mediterraneo chi scappa dalle guerre che l’Occidente ha portato in Africa dietro i vari tentativi di “stabilizzazione” e depredazione dell’area. Ci dovrebbero stupire le voci sui fondi versati direttamente a chi gestisce i disumani campi di detenzione in Libia, su cui tanta documentazione si è riuscita a raccogliere nelle ultime settimane? Non quando questa è ormai la ricetta di gestione, italiana ed europea, delle proprie frontiere esterne, con un sostanziale appalto della violenza nei confronti di governi o milizie che di scrupoli, nel dubbio, non se ne fanno. Poco importa se questo passa dal riallacciare i rapporti con al-Sisi in Egitto, in barba alle inchieste del New York Times che hanno provato a riaccendere una luce sulla morte di Giulio Regeni: sull’altare dei respingimenti dei migranti, la verità sulla morte del ricercatore – per mano degli apparati statali e repressivi egiziani – può essere sacrificata, senza alcun tipo di presa di posizione da parte del Governo.

È questa la campagna elettorale che congiuntamente le principali forze politiche del nostro paese hanno deciso di giocarsi, in una rincorsa a chi ne respinge di più, a chi si impone nella maniera più muscolosa, a chi con maggior forza fa a pezzi qualsiasi principio di umanità. Ne è la prova la definitiva archiviazione del processo di approvazione dello Ius Soli, per l’introduzione, tra l’altro in maniera molto temperata, di un principio minimo di civiltà. Dopo settimane di dichiarazioni strumentali è giunta infine ieri la conferma rispetto alla mancata calendarizzazione in aula. Del resto, le maggioranze sono facili da trovare quando si vuole approvare un Jobs Act, una Buona Scuola, un regalo alle banche, ma perchè sforzarsi quando si tratta dei diritti di cittadinanza di centinaia di migliaia di minori nati nel nostro stesso paese?

Chi fino a poco tempo fa si propagandava come unico argine possibile ai populismi xenofobi nel nostro paese, oggi è il primo responsabile della definitiva rottura di quell’argine, dello sdoganamento definitivo delle pulsioni violente che insorgono negli angoli più neri della società, della rimozione di ogni possibile tabù sociale. Già in apertura di questo contributo abbiamo voluto sottolineare come da parte nostra non abbiamo mai ritenuto sufficiente la vacillante esistenza di questo argine, laddove una serie di domande sociali portate da più parti continuano ad essere eluse se non aggravate dal quadro politico di sistema, pur nel rischio denunciato, ma ormai confermato, dell’acutizzarsi delle tensioni interne alla stessa popolazione che vive il nostro paese.

  • L’ALTO E LA SUA GUERRA CONTRO IL BASSO

Al radicalizzarsi dei processi di accumulazione e di precarizzazione sulle teste di tutte e tutti noi, il sistema reagisce sotto diversi aspetti, tutti finalizzati al mantenimento di uno status quo fatto di autoritarismo ed impoverimento sociale, nel tentativo di conservare e tutelare ancora gli interessi dei soliti che da anni continuano ad arricchirsi in questo quadro di crisi continua. Da un lato si muove chi, senza alcun tipo di ostacolo, prova a mettere in contrapposizione diretta le diverse domande sociali e soggettività, con un incremento preoccupante dei casi di violenza perpetrata da parte di bande neofasciste, così come avvenuto a Tiburtino III, quartiere della periferia romana dove le destre cittadine hanno focalizzato la loro attenzione negli ultimi mesi. Una guerra tra poveri riemersa con forza negli ultimi anni e che oggi attraversa una sua fase apicale.

Dall’altro lato il piano istituzionale e giudiziario, il cui ruolo in questa partita esce nuovamente rafforzato dalla legiferazione Minniti – Orlando, in un’ottica costruita con anni di retorica intorno al tema del decoro, della sicurezza e della legalità. Negli ultimi mesi il potere costituito nel nostro paese si è dotato degli strumenti più avanzati per portare l’offensiva definitiva nei termini di una vera e propria guerra ai poveri, senza distinzione alcuna di provenienza geografica o condizione soggettiva. La stessa che emerge da mesi di ordinanze, operazioni di militarizzazione delle nostre città, orientate al fine di rimuovere dalla scena tutto ciò che, secondo loro, rappresenta fonte di degrado: dai minimarket che vendono birra a prezzi troppo bassi a Torino, alle strutture occupate da chi ha perso la casa. Nonostante le statistiche che raccontano di una povertà che dilaga nella società, questa è stata trasformata a tutti gli effetti in una colpa, di cui dobbiamo scontare la pena definita dai signori del decoro, del potere, della ricchezza in fin dei conti.

Un attacco complessivo che ha interessato e continua a interessare anche le tante esperienze di autorganizzazione e gli spazi sociali che nel basso, pur nelle enormi difficoltà che ben conosciamo, lavorano ogni giorno per ritessere ciò che dall’alto vogliono sfilacciare, per opporsi nella pratica ai processi di desertificazione sociale e culturale messi in atto. È l’attacco mosso negli ultimi mesi nei confronti di esperienze come Làbas, Crash e il Guernelli a Bologna, Lume e Soy Mendel a Milano, Manituana a Torino, e le tante occupazioni abitative romane.  Siamo purtroppo abituati alle mega operazioni estive da parte delle forze dell’ordine nei confronti di spazi occupati e centri sociali, ma dal nesso che esiste tra i vari nodi che qui abbiamo messo in luce crediamo debba sostanziarsi un ragionamento che può e deve andare ben oltre la solidarietà reciproca.

Dire che oggi queste esperienze non vanno toccate, che quando sgomberano uno di questi spazi ne vanno liberati altri mille, vuol dire in primis essere tutte e tutti consapevoli dell’importanza del ruolo che questi giocano nei rispettivi tessuti urbani e sociali. Laddove lo spazio pubblico e comune di incontro tra domande e soggettività differenti viene chiuso e progressivamente desertificato, assumersi la responsabilità di agire contro questa dinamica, rappresenta un campo d’azione da percorrere necessariamente con tutti gli strumenti a nostra disposizione. È con questo spirito che Sabato 9 abbiamo percorso le strade di Bologna insieme a spazi e circoli di diverse città, insieme a migliaia di persone che hanno deciso da che parte stare, per riprendersi un’intera città che vogliamo essere aperta, libera e solidale.

Un messaggio che pure da Barcellona si è levato dopo il drammatico attacco sulla Rambla, quando centinaia di migliaia hanno risposto con parole molto chiare: “noi non abbiamo paura”, denunciando al contempo le responsabilità che pure le autorità spagnole portano sulle spalle rispetto alle dinamiche geopolitiche globali.

  • DAI QUARTIERI LIBERI E SOLIDALI, PER RIBALTARE QUESTA GUERRA

Ma se, nell’oscurità che avanza, riusciamo ad individuare anche alcune luci, non possiamo sottrarci dall’analizzare il difficile scenario nel quale, ampliando lo sguardo, ci troviamo a muoverci. Non ci dilungheremo qui nell’approfondire il ruolo centrale che sta giocando anche l’intero apparato mediatico in questo momento, sia perchè bene è stato fatto da parte di altri negli ultimi giorni, sia perchè vogliamo porre l’accento sul ruolo che noi, esperienze sociali, possiamo e dobbiamo giocare in questa partita. Non possiamo rimanere ancorati a fasi politiche e sociali che quest’estate ha definitivamente consegnato al passato, così come dobbiamo fare attenzione a non subire sul nostro lavoro una retorica che pure si è imposta intorno ai cosiddetti “buonisti”, etichetta genericamente affibbiata a chi fa della difesa dei più basilari diritti umani la sua battaglia quotidiana. E neppure possiamo pensare di chiudere un occhio rispetto alle contraddizioni che pure nel sociale esistono su questi campi.

Dobbiamo saper urlare a gran voce che la nostra parte è quella di chi lotta per il diritto alla casa di tutte e tutti, senza distinzioni geografiche o di passaporto. Di chi rivendica un reddito di base europeo per liberare le vite di tutti i soggetti che oggi subiscono quotidianamente il ricatto del lavoro precario, sottopagato, gratuito. Di chi si muove nei quartieri periferici delle nostre città per fornire assistenza legale, sanitaria, psicologica ad italiani e migranti, fianco a fianco. Va detto chiaramente che chi specula sulla pelle dei migranti per fini economici privati non sta dalla nostra parte. Ripensare l’accoglienza, con un ragionamento che deve contaminare tanto chi se ne occupa direttamente nelle strutture esistenti, tanto chi nella società anima i quartieri che attraversiamo, è fondamentale per far saltare i meccanismi di esclusione fisica e sociale nei quali si generano i conflitti nel basso.

Ancora, la dimensione degli spazi fisici, degli spazi pubblici e comuni, assume una centralità fondamentale nel restituire a tutte e tutti i luoghi di incontro diretto dove far incrociare le domande sociali, dove far riconoscere chi fino a qualche ora prima si riteneva contrapposto, dove ri-orientare i processi di conflittualità strutturalmente esistenti. Quelle comunità, quei percorsi di incontro, di condivisione e cooperazione rappresentano per noi le uniche luci in fondo al tunnel in questo gelido inverno, i nostri focolai intorno ai quali ritrovarci e riconoscerci: se ancora lottiamo tutte e tutti per un mondo senza confini, interni o esterni che siano, facciamo in modo di far saltare in primo luogo quelli che ciascuno di noi ha eretto intorno a sé, e ribaltiamo questa guerra!

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