Un sistema di istruzione plasmato sui fallimenti del sistema produttivo italiano – contro il mito della professionalizzazione

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Un sistema di istruzione plasmato sui fallimenti del sistema produttivo italiano – contro il mito della professionalizzazione

 

Il rapporto OCSE Education at a Glance 2017, mostra, come ogni anno, dei dati allarmanti sul sistema di istruzione nel nostro Paese.

I finanziamenti complessivi per l’istruzione dal ciclo primario al terziario, seppur aumentati, restano i più bassi tra i Paesi OCSE raggiungendo il 7.1% della spesa pubblica. Fin dall’asilo la spesa pubblica è dello 0,5% a fronte dello 0,8% di media OCSE e solo il 72% degli asili è pubblico. IL dato è migliore per le scuole elementari, ma cala drammaticamente più si alza il livello di istruzione. Nelle università la spesa per studente è di 11 500 dollari statunitensi per studente (7100 senza tenere conto delle attività di ricerca e sviluppo) inferiore di oltre 3 900 dollari statunitensi alla media OCSE. L’Italia mostra avere tasse universitarie molto più alte della maggiorparte dei Paesi Europei (escludendo gli USA con sistema privatistico). Resta molto alto il divario di genere. Seppur, in linea con la media OCSE, vi sono più donne inserite in un percorso di studio (circa il 60%), esiste ancora un sistema fortemente basato sugli stereotipi di genere. Le donne prediligono percorsi umanistici ed artistici, con picchi nel settore educativo in cui sono presenti il 94% di donne, a fronte dei settori ingegneristici, in cui sono presenti il 79% di uomini.

Il nostro è un Paese che stenta ad investire sull’istruzione ed in cui è ancora molto forte una cultura patriarcale che si esplicita fin dalla scelta degli studi.

Nel dibattito pubblico, intanto, si consuma un dibattito sul numero di laureati che, come denunciamo da anni, sono uno tra i numeri più bassi di tutti i Paesi OCSE.

Per il primo anno dopo molti anni, non è la scuola e la dispersione scolastica al centro del dibattito. All’interno della statistica Ocse, infatti, si miete una retorica molto diffusa sul piano internazionale che loda il sistema professionale italiano – sob! -, un sistema la cui coesione con i percorsi generalisti, a seguito della riforma Gelmini, non è mai stata risolta e che anzi, a seguito dell’introduzione obbligatoria dell’alternanza scuola lavoro e dell’apprendistato previsto dal JobsAct, risulta sempre più orientata all’acquisizione di un mestiere, piuttosto che nella capacità di trovare un lavoro – cosa be diversa – e sapersi orientare nel mondo.

E proprio attraverso questa retorica il rapporto OCSE loda l’avvicinamento italiano alla media OCSE per iscrizioni ai percorsi professionali – si prevede che il 39% della popolazione in Italia consegua, nell’arco della propria vita, un titolo di studio secondario superiore a indirizzo generale e il 53% un titolo secondario superiore a indirizzo professionale – stante poi attaccare il sistema italiano per l’inadeguato numero di laureati. Non sono forse indicazioni in contraddizione? Nel dibattito pubblico di questi ultimi giorni si prova, infatti, ad attribuire il calo di laureati come responsabilità delle scelte universitarie, dando ampio accento ai dati, pure presenti nel rapporto, che vedono studentesse e studenti privilegiare le lauree umanistiche e le scienze sociali.

Tutti i giornali si sono concentrati su questo punto, citando dalla scheda Paese del rapporto: “Nel 2015, il 39% degli studenti ha conseguito una laurea di primo livello nel campo delle belle arti e delle discipline umanistiche, delle scienze sociali, del giornalismo e dell’informazione (media OCSE, 23%) e il 25% si è laureato in una disciplina tecnico-scientifica (media OCSE, 22%). All’opposto, una quota relativamente bassa di laureati di primo livello ha concluso gli studi nel campo dell’economia, della gestione e in giurisprudenza (il 14% rispetto a una media OCSE del 23%).” Conviene allora, per dovere di cronaca, mettere un pochino i dati in ordine, provando a dimostrare che questa retorica che ne deriva (anche particolarmente favorevole alla Ministra Fedeli in un momento in cui sono fase di ideazione le “lauree professionalizzanti” come previsto dal piano Industria 4.0 varato nella scorsa legge di stabilità) in realtà abbia molti altri nessi causa/effetto. Sono altri i passaggi del rapporto che dovrebbero stare sui titolo di giornale.

Andiamo con ordine.

  1. Non è una contraddizione in termini lodare che ci siano tanti iscritti ai percorsi professionali nelle scuole superiori, percorsi orientati al lavoro e spesso assolvibili con l’apprendistato piuttosto che orientati alla prosecuzione degli studi (vista anche l’attuale debolezza in termini di numero di iscritti degli Istituti Tecnici Superiori) per poi lamentarsi del numero di laureati? Questa retorica, che proviene dal Processo di Bologna che ha introdotto il 3 + 2 e dalla comunicazione europea “Rethinking Education”, ci parla di una frammentazione delle conoscenze al ribasso utili a costruire nuove gerarchie sociali sulla base del possesso di competenze. Non tutti possono laurearsi ed è, dunque, molto più utile moltiplicare le barriere e costruire percorsi sempre più professionali, ispirandosi per la scuola anche al modello duale tedesco, affinchè si trovi lavoro. Cosa assurda, come più volte abbiamo denunciato, in un Paese con questo calo di immatricolazioni (lievemente aumentate a seguito dell’introduzione della no tax area dello scorso anno, cosa che dimostra quanto le nostre denunce sul sistema di diritto allo studio siano pregnanti). Sentiamo quindi la necessità di dire ai Governi di fare pace con se stessi e con i loro cervelli. Qual è quindi l’obiettivo? Mandare quante più persone a lavoro appena possibile o costruire un accesso di massa all’istruzione affinchè anche il lavoro sia di una differente qualità e serva a far progredire il Paese?
  2. Dopo anni in cui ci hanno fatto credere che, a detta dei Ministri di questo Paese, “con la cultura non si mangia” o che i giovani “devono scaricare le casse di pomodori” o peggio che “per arricchirsi basta una idea geniale”, non è forse particolarmente incoerente definire che la tendenza sociale a identificare come “poco utili” i percorsi di istruzione terziaria dipenda dalle studentesse e dagli studenti stessi? Non è stata forse in primo luogo la politica, gli editoriali sul Corriere della Sera, la retorica dei choosy, a spingere i giovani al lavoro?
  3. Ecco il nodo dunque. Il lavoro. Perchè concentrarsi sui dati di iscrizione divisi per facoltà, piuttosto che su altri e ben più preoccupanti dati che emergono dal rapporto OCSE 2017? Già sappiamo da diversi anni che l’italia vive un periodo di forte disoccupazione giovanile, fino al picco attuale pari a circa il 40%. Paradossalmente il possesso di un titolo universitario aiuta nella ricerca di un lavoro, ma non serve affatto ad avere garanzie di trovarlo o sul tipo di lavoro trovato: precarietà, lavoro povero sono le parole d’ordine della nostra generazione come dimostrano i dati sui working poor. Insomma, siamo la generazione di laureati che, per la prima volta nella storia recente dalla metà del Novecento in poi, avrà quasi senza dubbio uno stipendio più basso di quello dei propri genitori non laureati. Questo ha un effetto sociale non indifferente nella percezione collettiva. Ma ecco che i date Ocse di ieri ci forniscono ulteriori elementi di complessità, citando dal testo “In Italia, per gli uomini, gli incentivi destinati a incoraggiare il conseguimento di un titolo di studio terziario sono relativamente bassi. Il costo contenuto del conseguimento di un titolo di istruzione terziaria, inferiore del 27% rispetto alla media OCSE è altresì associato a benefici relativamente bassi (inferiori del 22% rispetto alla media OCSE), traducendosi in ritorni finanziari netti relativamente contenuti (circa 200 000 dollari statunitensi, ossia il 79% della media OCSE). Entrambi i costi e i benefici sono ancora più bassi per le donne, traducendosi in ritorni  finanziari netti di 108 000 dollari statunitensi (equivalenti al 65% della media OCSE e al 54% della cifra suindicata per gli uomini).” Ecco il punto, ecco cosa dovrebbe stare a caratteri cubitali sui giornali: il gioco non vale più la candela. Mentre fino a prima della crisi economica per le famiglie, anche più povere, fare sacrifici economici per mandare le proprie figlie ed i propri figli all’università era considerabile “un investimento”, oggi non è più così. Cosa c’entrano in questo le scelte universitarie di studentesse e studenti? Assolutamente nulla. Continuiamo ad aggredire il punto, sempre dal testo “L’Italia è uno dei due Paesi in cui le prospettive di occupazione per i giovani adulti con un’istruzione secondaria superiore a indirizzo generale non sono superiori rispetto alle prospettive di chi ha un livello d’istruzione inferiore al ciclo secondario superiore (51%)” e, poco dopo, “L’Italia è uno dei pochi Paesi in cui le prospettive di lavoro per i 25-34enni con un livello di studi terziario sono inferiori rispetto ai diplomati dei percorsi di studio professionali della scuola secondaria superiore”. Tradotto, come dimostra il grafico qui sotto, conviene NON LAUREARSI, perchè per il mercato del lavoro italiano i giovani altamente qualificati non possono trovare occupazione. Il grafico ci dice, allarmandoci ancor di più, che conviene anche NON DIPLOMARSI perchè sono i giovani senza un diploma trovano più lavoro dei diplomati nelle scuole con indirizzo generalista (licei). Ma in che razza di mondo viviamo?! Questo dovrebbero chiedersi i Ministri di questo Paese. E’ vero, ci sono più iscritti nelle facoltà umanistiche – oltretutto in calo ad onor del vero -, ma questo non è pertinente col calo dei laureati e con i tassi di disoccupazione. Infatti, se andiamo a guardare i dati sull’occupazione, come conferma lo stesso OCSE, i tassi di occupazione nei settori scientifici NON SONO OMOGENEI. I laureati in statistica, scienze naturali e matematica hanno un maggior numero di possibilità, rispetto a ingegneri ed esperti di TIC, di registrare tassi occupazionali che non troppo si discostano da quelli di materie umanistiche e belle arti. La soluzione di chi sta costruendo questo dibattito pubblico quindi qual è? Spingere tutte le studentesse  e gli studenti a iscriversi ad ingegneria? Ci sembra che forse, ancora una volta, si stia cercando un capro espiatorio distrattore del dibattito pubblico, un modo per dare la colpa a noi stessi, piuttosto che alle scelte scellerate nel mercato del lavoro degli scorsi anni. Siamo un Paese in cui c’è piu lavoro per i diplomati che per i laureati: il problema è altrove, basta supercazzole!

 

La sintesi, infatti, è una sola: il nostro sistema di istruzione è lo specchio dei fallimenti del nostro sistema produttivo, vecchio dal punto di vista industriale e non di qualità dal punto di vista dei servizi. Molti giovani non studiano perchè sanno che gli ingenti costi da sostenere per affrontare il percorso di studio, non serviranno per allontanarli da un futuro di lavoro povero e sottopagato. Ciò, inoltre, è più vero in alcuni regioni piuttosto che in altre. Il rapporto SVIMEZ sul mezzogiorno ci dimostra infatti un calo dell’occupazione nei settori ad alta qualificazione di oltre 18 punti percentuali. I pochi giovani che si iscrivono all’università, dunque, lo fanno soprattutto al Nord, come dimostrano i dati sull’esodo dal Sud dei gioni scorsi. Senza contare gli esodi di massa all’estero per trovare lavoro della cosìdetta “fuga dei cervelli”. Davvero basta quindi dirci che bisogna orientare i giovani verso alcune discipline piuttosto che su altre, gerarchizzando i saperi? Davvero basta investire su lauree più o meno professionalizzanti?

A nostro parere, posta la necessità di un investimento complessivo sulla formazione e di una revisione della didattica che sia strutturale alle scuole ed alle università e maggiormente laboratoriale ed applicativa, non si può uscire da questa situazione se non con soluzioni radicali: promuovere la gratuità dell’istruzione che non induca le famiglie a farsi i conti in tasca su quanto il percorso di studi valga l’investimento; far tornare l’istruzione ad essere un investimento sociale collettivo sui territori, ossia puntare su ricerca e innovazione per promuovere una vera inversione di modello di sviluppo, un piano di investimenti funzionale allo sviluppo dei territori, che non induca i laureati a cercare lavoro altrove e non spinga l’Italia a restare fanalino di coda della transizione economica e produttiva in corso; e soprattutto, ridurre il lavoro povero e mal pagato ed abolire la precarietà.

Oggi slegare la riflessione sull’istruzione dallo stato dell’arte del sistema produttivo italiano e dal suo mercato del lavoro è un errore che fa, ancora una volta, pagare alle studentesse ed agli studenti gli errori di altri sulla loro pelle, rendendoli nella ghigliottina del dibattito pubblico da vittime di scelte politiche a carnefici del loro destino. Questo paternalismo, da chi ci ha distrutto la vita ed il futuro, non possiamo accettarlo più. Per questo ci mobiliteremo il 13 ottobre, con il primo sciopero dell’alternanza scuola-lavoro, e ci stiamo mobilitando nelle università del Paese insieme ai docenti in sciopero, ai dottorandi ed ai ricercatori precari. Davanti al furto del nostro tempo, noi ci riprendiamo tutto per liberare le nostre vite e rialzare la testa insieme!

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