Lo stupro fisico, quello con la penna e quello con la tastiera

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Si sta moltiplicando, in questi giorni, un dibattito pubblico violentissimo a partire dai tragici fatti riguardo due studentesse americane a Firenze, avvenimenti dei quali non possiamo che denunciare a gran voce la gravità ma dei quali non possiamo, nel profondo, stupirci davvero. E questo non per rassegnazione, cinismo, abitudine alla violenza o una banale generalizzazione che lasciamo praticare ad altri, ma perché riconosciamo l’esistenza di una certa continuità di violenze tra il potere della tastiera di chi oggi criminalizza le ragazze che hanno denunciato a suon di complotti e presunte assicurazioni rendendole ubriacone e ragazze facili, i media mainstream che stimolano malignità gratuita e giustificazionismo, e le voci istituzionali quali quelle del sindaco di Firenze Nardella e le stesse forze dell’ordine. E per una certa continuità si intende proprio il modo organico, gerarchico e predeterminato di controllare i corpi per controllare la società. Le vergognose dichiarazioni del sindaco Nardella – che, anziché schierarsi senza “se” e senza “ma” al fianco delle coraggiose ragazze affidatesi alla stesse istituzioni che gli hanno mosso violenza poche ore prima, strumentalizza la discussione con una disgustosa retorica securitaria per la propria battaglia per il “decoro” urbano – sono esplicitazione dell’idea di sicurezza propinataci: quella di chi difende (o dovrebbe!) dagli stupri solo quando ciò è utile alla propria retorica politica e che, contemporaneamente, commette sistematicamente violenza. Ciò non è una contraddizione ma sintomo di un’intero modello di forza pubblica e società totalmente sbagliate e fuori dal controllo collettivo. É così che la colpa diventa, ancora una volta, dell’incoscienza e dello “stile di vita” delle stesse studentesse, scuse pretestuose e misogine fini solo ad abbandonare le donne nel momento del bisogno e riprodurre una vittimizzazione secondaria da media e gogna pubblica informatica.

Retorica, quella del sindaco del Partito Democratico, trita e ritrita e per cui saremmo tutte da violentare ogni nostro weekend di svago e perfino complici nella nostra volontaria esposizione ai possibili pericoli, non troppo diversa da quella di Salvini e di molti politici che si sono espressi in queste ore; retorica che altro non é che l’ennesima faccia di quello stesso potere che vuole imporci stili, modi e tempi di vita predeterminati e patriarcali.
E siamo tutt* vittime di questo dibattito pubblico, sentiamo tutte sui nostri corpi il peso della strumentalizzazione politica che avviene stupro dopo stupro, a seconda delle caratteristiche dell’uomo che l’ha compiuto sulla nostra pelle. E così, se in questi giorni lo stupro commesso da un migrante a Rimini – atto ingiustificabile come quello di Firenze, di Bari, di Roma delle ultime ore – appare diverso e più grave dalla stessa violenza commessa invece da un poliziotto, ed anzi, apre spazio fertile nel dibattito pubblico per sfogo razzista, é perché il migrante non rappresenta il potere o lo Stato, e dunque il suo agire illecito non mette in discussione, anzi, riafferma e riproduce uno status quo, secondo cui tutti i migranti sarebbero violentatori, mentre i funzionari pubblici che commettono le violenze più atroci sono sempre considerati solo “mele marce” di un sistema “perfetto”, come afferma l’Arma in merito ai due carabinieri fermati. Noi riteniamo che questa vicenda, proprio perchè fa tremare lo status quo, debba farci urlare a gran voce che non esistano luoghi o categorie sociali neutre rispetto alla violenza di genere: parliamo di oltre 2438 (DUEMILAQUATTROCENTOTRENTOTTO) denunciati nell’ultimo anno, senza considerare le tante che, purtroppo, subiscono violenza senza denunciare. Il dibattito pubblico ci dimostra questo e che, anzi, è proprio in alcuni ambienti che la cultura dello stupro e della sopraffazione – che si basa sulla cultura della forza, dell’idea di onnipotenza, della difesa armata, la stessa che ha zittito e spaventato le due ragazze – si moltiplica.
Allora dobbiamo innanzitutto essere in grado di riconoscere tutte queste dinamiche, parole taglienti comprese, come figlie della stessa idea di potere altrui sui nostri corpi e sulle nostre vite, e smascherare chi lo riproduce – con fatti, articoli, parole, atteggiamenti – per poter veramente combattere la violenza e questa infima cultura dello stupro. Così, affermare che uno stupro è sempre uno stupro non basta, perchè questa volta queste ragazze stanno subendo mille altri stupri ogni giorno: oggi più che mai é necessario ribadire che lo stupro, oltre che gravissima violenza alla persona, è strumento di potere e prevaricazione machista, e per questo necessario combatterne e decostruirne le fondamenta sistemiche da cui deriva, per rivendicare davvero una societá più giusta e libera dal patriarcato!

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