#riapriamoLàbas per riprenderci la città!

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L’8 agosto, l’occupazione dell’ex caserma Masini, il Labàs, è stato sgomberato in una Bologna deserta. L’occupazione, partita nel 2012, aveva creato un forte rapporto con il quartiere e la cittadinanza e dato spazio a progetti di mutualismo e accoglienza oltre a numerosi appuntamenti artistici e ricreativi.

Le compagne e i compagni hanno lanciato un’assemblea pubblica il 30 e una grande mobilitazione il 9 settembre attraverso l’hashtag #riapriamolabas e come RitmoLento daremo il pieno sostegno a queste giornate. Labàs deve tornare a pieno titolo nell’ex caserma Masini.

 

È più che mai nostro dovere non soltanto perché non possiamo assistere passivi e supini alla soppressione vigliacca di un altro centro di socialità e di attivismo politico, trasversale a tutte le età, a tutte le provenienze geografiche e a tutte le classi sociali e che, oltretutto, godeva di un fortissimo sostegno in tutto il complesso ed eterogeneo quartiere Santo Stefano; ma anche e soprattutto perché non possiamo assopirci di fronte alla gravità di quanto è accaduto nelle scorse settimane.

 

Crediamo che la riapertura di Labàs sia un obiettivo necessario per fermare una tendenza che negli ultimi anni ha visto trasformare profondamente la città di Bologna.

Questa giunta, in piena continuità con i precedenti mandati, ha messo in campo una profonda trasformazione del contesto sociale e culturale della città che ha due facce: la prima, la più visibile, è quella violenta e securitaria, che riduce ogni problema di povertà, di marginalità sociale, di esclusione, di latitanza delle istituzioni a questioni di decoro, degrado, sicurezza, ordine pubblico, e cavalca una retorica nauseante che aizza la disperazione dei subalterni e mette gli ultimi contro i penultimi, alimentando di fatto una guerra tra poveri. Negli ultimi anni sono tantissimi gli spazi occupati che sono stati sgomberati, da spazi sociali a occupazioni abitative, sempre attraverso azioni violente e repressive che non hanno mai lasciato spazio a una vera contrattazione. Emblematico è il caso del Guernelli, il cui circolo è stato devastato durante le operazioni di sgombero delle abitazioni popolari di via Gandusio nonostante fossero pienamente in regola. L’azione di sgombero delle esperienze sociali in difesa del diritto di proprietà che risponde solo a logiche speculative (come ben evidenzia l’inchiesta “Chiedi alla polvere” di Zic) è stata accompagnata inoltre da una progressiva limitazione dei principali spazi pubblici della socialità studentesca e bolognese. I provvedimenti securitari anti-degrado e in nome del “decoro” che hanno colpito negli anni la zona universitaria, la zona del Mercato di Mezzo e il Pratello rappresentano le risposte a processi di gentrification accelerati dall’alto e sfuggiti di mano che ci consegnano un’amministrazione schizofrenica nel concedere licenze commerciali liberamente per poi imporre le limitazioni più diverse, un costo dell’affitto abitativo sempre più elevato e una socialità sempre più controllata e ingabbiata. Questa situazione unita a una spesa sociale per le marginalità, per reali processi di integrazione e accoglienza totalmente insufficiente ci consegnano una città che di fatto ha proclamato la guerra ai poveri in nome del decoro e del profitto, come ben dimostra la surreale estate in via del Guasto. Basta aprire un bar chic per risolvere le situazioni di marginalità e degrado?

 

La seconda faccia, è quella che fa il gioco del mercato, dei grossi imprenditori, e che quegli spazi riappropriati, condivisi e riaperti all’intera cittadinanza li rivuole indietro per consegnarli alla speculazione. L’intero territorio sta vivendo questo processo composto da tanti provvedimenti urbani: FICO, la gentrificazione in Bolognina, la cementificazione della zona dei Prati di Caprara, il People Mover sono solo degli esempi di quanto le iniziative imprenditoriali vengano prima di qualsiasi capitolo di spesa sociale o di qualsiasi interrogativo riguardo la qualità della vita dei cittadini.

 

Questa situazione di provvedimenti dall’alto, sempre forti con i deboli e deboli con i forti, sbugiarda l’immagine di Bologna come città partecipativa. Cosa importano i laboratori di quartiere se l’interesse generale dei cittadini e la tutela dei più deboli non vengono mai difesi di fronte agli interessi economici di poche compagnie e industrie?

 

Quel che succede a Bologna però non è un caso isolato. Le nuove ondate di odio contro i migranti sono trasversali a (quasi) l’intero arco politico; i provvedimenti securitari e repressivi del decreto Minniti soffiano sul fuoco dei nazionalismi razzisti e xenofobi. Bologna, col dramma inflitto ai centri sociali, non è che uno dei molti casi recenti di città italiane in cui la bandiera della legalità è svettata mentre la sua asta colpiva i più poveri, i più deboli o anche semplicemente i capri espiatori di turno: basti la rapida carrellata di manganellate e rastrellamenti che hanno colpito l’Isola Tiberina a Roma (dove è morto l’ambulante senegalese in fuga dalla polizia, prima vittima del decreto Minniti-Orlando), la Stazione di Milano, piazza Santa Giulia a Torino, piazza Indipendenza a Roma. Applicazioni, tutte, di leggi vigenti o di disposizioni delle questure, la cui bestialità e la cui violenza sono evidenti ed evidentemente illegittime.

 

Ecco perché è nostro dovere stare accanto alle compagne e ai compagni di Làbas nei giorni e negli appuntamenti che si avvicinano: perché l’ingiustizia certo non sono loro. L’ingiustizia è chi vuole farli sparire per imporre un modello di città “vetrina” escludente e monopolizzata dalla dura legge della proprietà. Non intendiamo altresì limitarci alla solidarietà: l’esemplarità degli ultimi sgomberi, le contraddizioni che vengono a galla, l’inaccettabile disegno di città che emerge giorno dopo giorno, ci impongono una risposta offensiva sui fronti sopra esposti, ma anche su quello della legittimità dei beni comuni. Un tema da rimettere al centro del dibattito pubblico se si vogliono attaccare al cuore i processi di gentrificazione e urbanizzazione che attualmente costituiscono, come ci insegna Harvey, uno dei volti più brutali dei nuovi processi di accumulazione capitalistica che agiscono by dispossession, ovvero attraverso la spoliazione, o meglio l’espropriazione. Il fine ultimo? Riorganizzare, anche con la violenza, ogni centimetro delle città in funzione dei rapporti capitalistici. Risulta quanto mai necessario allora affermare con forza – e giocare una battaglia egemonica su questo punto a livello cittadino e nazionale – l’importanza dei beni comuni, quali strumenti capaci di favorire l’accesso libero alle risorse materiali e immateriali, l’inclusione sociale, l’uso responsabile e partecipato del territorio. Una battaglia certamente non facile, ma che risponde ai bisogni e desideri della maggioranza sociale impoverita e sfruttata. Una battaglia non facile, ma che è necessario intraprendere se vogliamo scrivere un futuro diverso per tutt* noi e per chi verrà. Il 9 settembre #riapriamoLabàs per riprenderci tutta la città.

Ritmolento

Link Bologna

CSENO

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