L’indifendibile che non è stato difeso – note da Amburgo, oltre Amburgo

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Da alcuni giorni siamo tornati/e in Italia dopo 4 intense giornate di iniziative e mobilitazioni ad Amburgo contro il vertice dei 20 “Grandi”, alle quali abbiamo partecipato insieme al coordinamento No G20 International: un appuntamento che sotto diversi punti di vista ha rappresentato forse un punto di passaggio fondamentale da comprendere sul piano globale, e quindi sui nostri tanti piani di intervento. Non potrà sicuramente bastare una riflessione per andare a fondo dei tanti nodi venuti al pettine durante quelle giornate, ma vi proponiamo qua il nostro punto di vista, figlio dell’esperienza diretta sulle strade e nelle piazze della seconda città più grande della Germania, per tirare le fila di ciò che è stato, senza alcuna volontà celebrativa ma con lo sguardo immediatamente proiettato oltre.

Riportiamo qui il commento al primo impatto con la città, dopo la giornata del 5 → https://goo.gl/LQjzLj

Nell’analizzare e riflettere sui quattro giorni sentiamo doveroso fare una premessa, a partire dal fatto che le giornate di Amburgo sembrano non essere ancora volte al termine: dal tardo pomeriggio di sabato 7 Luglio è istata infatti messa in campo una gravissima caccia all’uomo in tutta la Germania, una vera e propria vendetta da parte del governo federale tedesco nei confronti di chi ha animato l’enorme mobilitazione contro il G20, da svariati mesi a questa parte. Una rappresaglia che si è concentrata sugli attivisti internazionali, con una particolare attenzione per quanto riguarda italiani, francesi, spagnoli e greci.

Posti di blocco, sequestri, blitz, intimidazioni messe in campo nei confronti di chiunque abbia partecipato alle mobilitazioni nelle loro svariate forme, per quella che si prefigura come una nuova drammatica violazione dei più basilari diritti umani, dopo l’esperienza del 2001 a Genova, per mano dello stato tedesco.

Mentre scriviamo queste riflessioni, risultano ancora in stato di fermo diverse decine di attivisti, tra cui alcuni italiani, tra i complessivi 290 arresti dichiarati ufficialmente al termine delle mobilitazioni dal Legal Team e da alcuni avvocati per i diritti umani. A questi si aggiungono le tantissime delegazioni trattenute per ore, talvolta per giorni, all’interno delle strutture tedesche senza che fosse reso noto alcun tipo di accusa. Tra queste anche l’europarlamentare Eleonora Forenza, fermata insieme ad altri 14 attivisti italiani residenti in Germania, in quanto considerata “soggetto pericoloso”.

A tutti e tutte coloro che hanno subito sulla propria pelle la violenza repressiva dell’apparato di controllo messo in campo per l’occasione vogliamo esprimere la nostra più calda solidarietà e vicinanza, con l’augurio di rivedere finalmente liberi/e i compagni e le compagne tuttora in stato di arresto. Lo stesso espresso nella giornata del 9 Luglio da una partecipata manifestazione che dal centro cittadino ha sfilato fino alle celle del GeSa, dove in tantissimi/e sono stati/e trattenuti/e dalle forze dell’ordine.

Rilanciamo quindi con convinzione la campagna “Scrivimi”, promossa al fine di dimostrare tutta la nostra vicinanza e solidarietà a chi dopo diversi giorni ancora è rinchiuso nelle carceri tedesche >> http://www.osservatoriorepressione.info/scrivimi/


STATO DI POLIZIA, STATO DI GUERRA

Approcciando l’appuntamento di Amburgo già sapevamo cosa ci avrebbe atteso dall’altra parte, frapposto tra noi e il tanto contestato vertice. Da mesi il tema dell’agibilità degli spazi di dissenso, che i potenti provano definitivamente a chiudere, ha assunto una centralità assoluta in ogni nostro ragionamento, a partire dal quadro italiano (qui in particolare la nostra riflessione sul ruolo di Minniti e dei suoi decreti → https://goo.gl/rFpXfZ). Un’analisi resa tanto più necessaria alla luce di una serie di appuntamenti che abbiamo attraversato, tra i quali il 25 Marzo a Roma ha rappresentato sicuramente uno dei momenti più alti in questo senso.

Sulle rive dell’Elba ad aspettarci abbiamo trovato più di 20mila unità di polizia, quasi 30 elicotteri, idranti, panzer blindati, squadre speciali dell’antiterrorismo. Una presenza delle forze dell’ordine che, senza esagerazioni, possiamo definire “totale”. Dal primo approccio alla città ci siamo dovuti abituare al costante suono di sottofondo di sirene ed elicotteri, che ci hanno, nostro malgrado, tenuto compagnia per tutti i 4 giorni trascorsi in città, a qualsiasi ora del giorno e della notte, su ogni strada che abbiamo attraversato. Presenza con la quale già si erano dovuti fare i conti nei giorni precedenti al vertice e agli appuntamenti di mobilitazione, fin dai primi allestimenti delle strutture di accoglienza, quando le forze dell’ordine si sono imposte come unico soggetto di governo della città, spesso in controtendenza con gli stessi provvedimenti amministrativi e giudiziari.

Sono circa le 19 di giovedì 6 quando l’intero impianto repressivo si trasforma però in una vera e propria dichiarazione di guerra, nei confronti di quello che doveva essere uno dei cortei più tesi della 3 giorni di iniziative annunciate, costruito sotto lo slogan “Welcome to Hell” per dare l’accoglienza ai 20 nell’inferno di St. Pauli, quartiere in cui ancora vive fortissima una tradizione di sinistra radicale e autonoma, dalla tifoseria della sua squadra di calcio fin dentro ogni singolo bar.

Non possiamo che definire “dichiarazione di guerra” il momento in cui un corteo, autorizzato per tutto il suo percorso, viene bloccato e letteralmente attaccato in termini militari dopo aver mosso i suoi primi 150 metri. Un tentativo, studiato in maniera chirurgica dalle forze dell’ordine, di frammentare e smembrare le tante e diverse forze che andavano a comporre quel corteo, dentro una strettoia lungo il fiume Elba. Non solamente una provocazione, ma a tutti gli effetti un’aggressione, mossa tramite cariche, idranti, spray al peperoncino, che ha rappresentato il vero e unico momento di escalation, da parte dello Stato, nel tentativo di costruire fin da subito una divisione netta all’interno delle mobilitazioni NoG20. Quando però questa frattura non si realizza, ecco che lo stato di polizia si tramuta direttamente in stato di guerra continuo, quello che per i giorni successivi abbiamo vissuto in un contesto metropolitano sfuggito definitivamente a qualsiasi controllo.


20 GRANDI, COSI’ PICCOLI

Ma vogliamo astrarci per un momento dall’analisi di quello che abbiamo vissuto direttamente su quelle strade, per riflettere invece sull’ingombrante presenza istituzionale che nella città di Amburgo si è imposta tramite il dispositivo sopra analizzato, alla luce degli esiti di un summit che in tanti, se non tutti, hanno definito in un solo modo: FALLITO.

Dopo il G7 di Taormina, questa doveva essere l’occasione per i potenti della terra di riorganizzarsi, di riconfigurare una strategia politico-economica quanto più comune, che potesse rilanciare gli assi strategici globali intorno alle parole d’ordine della crescita economica, dello sviluppo senza limiti, della libertà assoluta del mercato da garantire e implementare a tutti i costi. Una discussione che si è svolta all’interno di un quadro globale caratterizzato da un generalizzato sentimento di ansia e terrore, che in un presente di miseria e guerre diventa anch’esso strumento di controllo della popolazione da parte delle elite globali. Nostro malgrado è intorno a questo sentimento che dobbiamo inquadrare i nuovi equilibri nei diversi rapporti di forza sui vari piani nazionali, e di conseguenza su quello globale.

Eppure questo tentativo di riorganizzazione conferma tutte le contraddizioni interne ad uno scontro, quello tra neoliberismo globale e fronte neoprotezionista, che già in precedenza abbiamo analizzato a fondo (qui la nostra elaborazione complessiva rispetto alla stagione dei vertici dei “Grandi” → https://goo.gl/PciSyX). Ancora una volta ci teniamo a sottolineare come non possa e non debba essere questo il nostro terreno di scontro, costruito ad hoc per alimentare un nuovo meccanismo di esclusione delle soggettività subalterne dalla discussione pubblica così come dagli spazi decisionali sempre più ristretti ed orientati nell’interesse dei pochi piuttosto che dei molti.

Ma l’elemento che emerge con forza dal summit dei potenti è la loro stessa debolezza all’interno di questa ricerca di una riconfigurazione globale. Il documento conclusivo è emblematico in questo senso, dimostrandosi un fallimento su ogni singolo punto in discussione. Rispetto alla risposta necessaria alla sempre più drammatica crisi climatica, i 20 decidono di assumere semplicemente il passo indietro degli USA di Trump dall’accordo di Parigi. Sui temi del commercio globale da un lato si ribadisce l’importanza dell’approvazione di trattati quali il TTIP e il CETA, volti ancora una volta a sottrarre l’ambito dei mercati finanziari internazionali da qualsiasi forma di controllo popolare, mentre dall’altro lato si legittimano le misure isolazioniste messe in campo dagli Stati Uniti.
Sul campo delle politiche migratorie, e delle relative crisi, il veto di Cina e Russia preclude qualsiasi presa di posizione contro la tratta di esseri umani: è qui che emerge quella che sembra quasi un’assunzione diretta di responsabilità da parte di chi sta attivamente a quel tavolo negoziale, che vede rappresentati i veri artefici di una politica neocoloniale fondata su guerre e saccheggio dei territori.

Un vertice che a quanto pare quindi rimarrà nella storia per i vari siparietti tra i potenti piuttosto che per l’effettiva risposta alle diverse crisi sociali ed economiche, andando qui invece a perpetrare le stesse ricette di sempre, a tutela degli interessi del mercato, sulla pelle di noi tutti e tutte.
Un po’ provocatoriamente, ci viene quindi da chiedere quale possa essere il senso della costruzione di questo vertice, così come dei vari G7 ospitati in Italia (ricordiamo in merito la straordinaria dichiarazione rilasciata dal ministro dell’ambiente Galletti ai margini del vertice di Bologna: “Accordo su tutto, tranne che sul clima”). Un G20 che secondo alcune stime è costato circa 45 mila euro… al minuto.
Un rapido calcolo, stimato su due giornate complessive di riunione dei potenti, ci restituisce una cifra complessiva di 129 milioni di euro, per una riunione che ci consegna in definitiva una insperata “piccolezza” dei 20 Grandi.
Ed è questo un altro dato politico importante per chi, come noi, ha contribuito invece ad un lavoro orientato contro questo vertice…


BLOCCARE IL G20, DA NECESSITA’ A REALTA’

Da mesi, in Germania così come su un piano di connessione transnazionale, si è messo in moto un processo contro il G20, pur nella consapevolezza della difficoltà riscontrata nell’organizzazione e sincronizzazione di una nuova fase di movimentazione sociale larga sul piano europeo e globale. Ci si è messi in gioco, con un azzardo, per un esigenza che tutti e tutte abbiamo condiviso fin dalle prime fasi di questo percorso, quella di irrompere sulla scena, quella di far sentire un grido, le voci dei molti che hanno subito le scelte dei “Grandi” e di restituire l’apertura di uno spazio di riscatto possibile che solo da quelle strade poteva emergere con tutta la forza necessaria.

Solo da lì si sarebbe potuto generare l’imprevisto, quell’elemento sottovalutato nei piani dei potenti, che restituisse la possibilità di un ribaltamento dei rapporti di forza attuali, in un quadro di autoritarismo sempre più avanzato e di stato d’eccezione continuo imposto dall’alto. Disturbare, interrompere, bloccare il G20 si è tramutato così in orizzonte politico del lavoro di mesi, obiettivo pratico ma anche fortemente simbolico, strettamente legato ad un ragionamento collettivo sulle stesse pratiche da mettere in campo in quest’ottica.

Se le operazioni messe in campo dal sistema repressivo nella giornata del 6 miravano a cancellare dalla scena ogni forma di dissenso che mettesse in luce la crescente incompatibilità tra due idee di società in aperto conflitto tra loro, fin dall’alba del giorno successivo si è reso evidente il fallimento di questo tentativo. Da quel momento infatti si è dispiegata su tutta l’area metropolitana anseatica la variegata composizione di una mobilitazione che fino a lì aveva solamente dato le prime avvisaglie della sua ampiezza e determinazione: dai diversi blocchi, segnalati da differenti colori, che hanno violato prima la zona blu e poi quella rossa, passando per le iniziative di interruzione dei flussi merci all’interno dello snodo portuale, fino al corteo studentesco che per tutta la mattina ha sfilato e paralizzato il centro città, ciò che fino a quel punto era stata una necessità e un’evocazione si è tramutata nella gioiosa realtà di una movimento che ha efficacemente bloccato i lavori del vertice per diverse ore.

Tra le delegazioni governative che si sono trovate sbarrate la strada dagli attivisti e quelle che si sono dovute rintanare all’interno degli alberghi, solo pochi dei tanto declamati “grandi” sono riusciti a raggiungere le Messehallen, luogo in cui si sarebbero dovuti aprire i tavoli negoziali, interrompendo di fatto per ore l’inaugurazione del summit. Non è bastata da parte dell’ordine pubblico la messa in campo di tutte le forze a disposizione in città per tutelare i potenti dalla volontà di fermarli e far emergere la loro vulnerabilità, nonostante la violenta reazione che si è perpetrata frontalmente nei confronti di ogni iniziativa, così come nei confronti dei blocchi che invece spontaneamente si sono andati a costituire nei quartieri limitrofi alla sede del summit, in particolare nell’area di St. Pauli.

Proprio dalla mattina del 7 i responsabili del complesso sistema di gestione dell’ordine pubblico si sono resi conto di un dato che rimarrà centrale durante tutta la prosecuzione del vertice: la situazione era sfuggita di mano, le forze dell’ordine non avevano più alcun tipo di controllo sulla città (o forse non l’avevano mai avuto).

Una condizione che si è protratta durante l’intera giornata, così come in quella successiva, e che ha determinato l’innalzamento di un clima di tensione generalizzato, esasperato dalle forze di polizia in un attacco continuo e indiscriminato ai danni delle tante e diverse iniziative, organizzate o spontanee che fossero. Ciò nonostante, la compattezza di una movimentazione diffusa ma radicale, che non aveva alcuna intenzione di essere spaccata e frammentata, ha fatto sì che, strada dopo strada, blocco dopo blocco, in ogni angolo della città non si arretrasse di un metro, continuando a praticare con efficacia l’obiettivo dichiarato, fino a notte fonda. Con un’ondata di gioia collettiva e sovversiva che ci ha pervaso tutti/e nel ricevere notizie dalle diverse azioni e iniziative, così come quando all’esterno dell’albergo di Macron in tanti/e si sono riuniti per un’incursione notturna, tramite l’utilizzo di fuochi d’artificio, per tenere sveglio il neo eletto presidente francese.

La determinazione degli attivisti e delle attiviste, coniugata con la loro irriverenza e fantasia, ha fatto in modo che fosse messa totalmente in contraddizione la stessa riunione dei “potenti”, così come il sistema preposto a loro difesa: è in questo che vediamo la genesi di quella che è stata la definitiva escalation di violenza, dai momenti all’esterno della filarmonica sul fiume Elba, fino a quello che è stato portato come un vero e proprio assalto militare tra le vie della Sternschanze, all’interno di St. Pauli. Ore e ore di scontri nel cuore della notte, durante le quali per le vie dell’area sono state sguinzagliate anche diverse unità speciali dell’antiterrorismo, armi automatiche alla mano, in uno dei momenti più gravi di sospensione dello stato di diritto, che ha subito riportato la memoria ai momenti di Genova di 16 anni fa.  Giornalisti cui si è intimato di lasciare la zona, abitanti del quartiere che hanno visto irrompere le unità speciali nelle loro abitazioni a mitra spianati, colpevoli di aver costruito tutti quanti insieme il fortissimo clima di solidarietà che ha accolto la mobilitazione in quelle strade, idranti conditi di spray al peperoncino, lacrimogeni, utilizzati indiscriminatamente e senza alcuna remora per tutta la notte nell’intera area.

Quello che emerge in definitiva? Crediamo che dal 7 di Luglio di Amburgo siano due gli elementi principali da sottolineare, e di cui fare tesoro:

 

  • Chi fino a qualche ora prima si pensava intoccabile, nella posizione di portare all’estremo le proprie ricette senza pagarne mai alcuna conseguenza, non lo è. Pur nella difficoltà di una fase di attacco radicale e a partire dai limiti esistenti nel riconoscere le pratiche di attivazione e mobilitazione come forma reale di riscatto da parte di chi è stato costretto a subire, Amburgo, le sue strade e chi le ha percorse rappresentano in questi termini un’indicazione di senso contrario, che apre alcuni spazi di possibilità tutti da verificare e non attraversabili semplicemente tramite forme di riproduzione diretta di una particolarità prodotta in quella giornata.
  • Così come già evidenziato in altre parti della nostra riflessione, vanno fortemente relativizzate le condizioni di contorno all’interno delle quali ci muoviamo e proviamo a costruire conflitto nella società. L’autoritarismo dell’alto, le politiche di securizzazione, la militarizzazione delle nostre città si inseriscono dentro una più ampia spirale repressiva che in quelle piazze ha mostrato nella sua forma più estrema l’assenza di alcun tipo di garanzie politiche e costituzionali, laddove la gestione dell’ordine pubblico si tramuta senza difficoltà alcuna in guerra al dissenso, su un piano strettamente militare che non lascia spazio ad intermediazioni tra le parti in campo. Non saremo noi ad individuare in questo un elemento che possiamo accogliere con favore, ma piuttosto uno con cui necessariamente fare i conti in una fase di interregno e di radicali contrapposizioni sociali.  

ALL TOGETHER NOW, FOR GLOBAL SOLIDARITY BEYOND BORDERS

Dove nasce Amburgo? Dove si sono generate le 3 giornate di contestazione e blocco del G20?
Alla luce dell’esperienza vissuta vogliamo provare a dare una risposta a queste due domande, che necessariamente sta su diversi piani che hanno visto in quelle strade un’efficace saldatura dentro un comune orizzonte.

La capacità di irrompere e di bloccare il G20, così come la risposta compatta alle violenze poliziesche, da parte di una composizione ampia ed eterogenea che ha attraversato i diversi momenti e le diverse forme della densa mobilitazione, ci consegnano una sperimentazione reale di quella modularità della movimentazione sociale che da diverso tempo proviamo ad analizzare ed adattare al contesto che viviamo quotidianamente.

Il momento di massimo dispiegamento delle iniziative in giro per la città anseatica, visto da una prospettiva esterna e poco attenta alle dinamiche reali, avrebbe potuto con facilità indicare la frammentazione delle stesse iniziative, l’incapacità storica che tuttora spesso ci troviamo ad affrontare nell’individuazione di un comune quadro d’azione, di un consenso sulle forme mobilitative, della frammentazione delle forze sociali pur nella consapevolezza di una generalizzata insufficienza.

Prospettiva e lettura che cambiano invece nell’esperienza diretta che abbiamo vissuto, dove la dinamicità e la spontanea sinergia delle diverse azioni messe in campo hanno rappresentato invece un vero e proprio punto di forza, contro quella che sembrava a tutti gli effetti una fortezza inespugnabile al centro della città. Azioni che si sono nutrite a vicenda andando a determinare quella perdita assoluta di controllo sul quadro metropolitano da parte di chi aveva il compito invece di garantirne l’ordine più assoluto in presenza dei potenti. La solidarietà attiva, la capacità di ricompattarsi senza remora alcuna, la messa a disposizione assoluta, aldilà di ogni interesse particolare, sono stati fattori determinanti nell’ottica di rispedire al mittente, con gli interessi, qualsiasi tentativo di spaccatura che dall’alto si sarebbe voluto alimentare nell’innalzamento del clima di tensione.

Una movimentazione che ha visto quindi nell’idea stessa di solidarietà una delle sue caratteristiche fondanti, all’interno come all’esterno: quella che in ultimo ha sfilato portando in piazza centinaia di migliaia di persone nel corteo unitario conclusivo dell’8 Luglio, senza cedere al perpetrarsi delle provocazioni poliziesche dentro e fuori la manifestazione. Una composizione ben oltre le aspettative, che ha voluto mandare con forza un messaggio chiaro: un altro mondo non solo è possibile, ma è già in costruzione.

Al loro G20, alle mediazioni sulle macerie del mondo che hanno devastato e saccheggiato con voracità, all’autoritarismo e alla paura si è opposto l’emergere di un nuovo mondo, che nasce quotidianamente nelle pratiche di democrazia radicale, di solidarietà globale oltre ogni confine fisico e culturale, nei percorsi di autodeterminazione individuale e collettiva e di cooperazione dei molti, contro l’esclusione dettata dalla competizione tra pochi. Non è un dato l’indifferente l’importante presenza nelle prime file del corteo della comunità curda, che ha colorato tutta la piazza nel segno delle bandiere delle YPG e YPJ, le unità combattenti del Rojava, nel rendere plastica l’importanza di esperienze di liberazione come quella del confederalismo democratico, così come la necessità di alimentare e tessere le connessioni tra le tante esperienze che nel basso della società si costruiscono in questo senso, a partire dal protagonismo popolare e da forme di democrazia radicale, di redistribuzione del potere sul piano orizzontale.


LOS PIES EN EL BARRIO

Ma dalle strade di Amburgo emerge anche un’altra saldatura, forse la più importante da approfondire per chi come noi si pone la necessità di immergere la propria azione nelle contraddizioni profonde che caratterizzano il nostro tempo, al fine di riorientare le crescenti ondate di conflittualità sociale. Un dato che si inserisce a pieno nel ragionamento sullo spostamento dell’asse di scontro dal piano orizzontale a quello verticale all’interno della struttura sociale, a partire dalla comune identificazione della nostra parte e di quella avversa, sulla contrapposizione tra alto e basso della società.

Non solamente un elemento profondamente politico, ma anche qualitativo rispetto al carattere delle mobilitazioni che ad Amburgo abbiamo attraversato. Fin dal 5 Luglio,  nella street parade di “Alles allen” (tutto per tutti/e), quando 25mila persone di qualsiasi età e provenienza hanno ballato e manifestato per ore, se ne erano percepite le prime avvisaglie, rispetto alla potenza che di seguito si è sprigionata nelle 3 giornate successive in ogni momento della mobilitazione, nella risposta al clima di paura costruito ad hoc dall’alto.

Ci riferiamo alla solida saldatura che si è andata man mano rafforzando tra i percorsi organizzati di opposizione al vertice stesso e la composizione sociale urbana, in particolare all’interno di alcune aree della città, perlopiù intorno al quartiere di St. Pauli. Una connessione consolidatasi, sul piano dell’azione così come su un più fondamentale piano di complicità emotiva, che in ogni momento ha rappresentato il vero e proprio salto di qualità rispetto a tanti altri percorsi ai quali tutti e tutte partecipiamo.

Parliamo di una vera e propria alleanza di esperienze, di corpi, di vite: una spontanea compartecipazione alle diverse forme di conflittualità espressa, tra le tante e diverse soggettività che vivono quotidianamente le miserie del presente, originato nel violento attacco politico e culturale portato da parte delle elite globali.

Quelle piazze e quelle strade sono state attraversate da una straordinaria densità sociale che, oltre ogni struttura e forma organizzata, ha sprigionato tutta la sua forza in forme assolutamente spontanee e diversificate tra loro: parliamo delle migliaia di case aperte, addobbate per l’occasione con altrettanti striscioni contro il vertice, così come delle componenti migranti di seconda generazione, di quelle drammaticamente precarizzate e impoverite negli ultimi anni, di tutte quelle parti di società che ogni giorno vivono l’inferno del mondo al quale ci vorrebbero costringere. Una molteplicità di soggetti che sono stati capaci di identificare nei 20 Grandi i veri nemici, l’origine della forma più estrema di violenza sociale, disertando dal principio qualsiasi meccanismo di guerra tra poveri che pure siamo consapevoli dilagare altrove. In questo vediamo sicuramente uno degli elementi scatenanti di un’adesione tale alle giornate, fianco a fianco con gli attivisti e le attiviste che dall’estero hanno raggiunto la città, ribadendo che l’unico confine che conosciamo è quello tra i 20 in alto e i molti nel basso.

Chiunque abbia attraversato il quartiere, in quelle giornate così come negli ultimi anni, sa come non sia un meccanismo nato nel nulla, scatenatosi all’improvviso. Viene da una storia precisa, quotidiana, di radicamento diffuso di un punto di vista altro, che su ogni muro, in ogni discorso, in ogni bar, fino alla curva della squadra di calcio si è saputo imporre dal basso; una prospettiva che parla di accoglienza quando gli altri parlano di respingimenti, di autorganizzazione quando ci vorrebbero atomizzati, di meccanismi di socialità solidale come unica alternativa ai fenomeni di esclusione e marginalizzazione. Una prospettiva che nella dimensione territoriale si è consolidata, al punto tale da non poter essere spezzata dalle narrazioni mainstream e dai numerosi attacchi che continuamente vengono portati, per mano militare e non.
Non vuole essere questo lo spazio per costruzioni narrative o celebrazioni di vario tipo, quanto invece quello di trasmettere un’esperienza di movimentazione che si tramuta in momenti di felicità collettiva, di una gioia sovversiva che in quei giorni, a Sternschanze come a Pferdemarkt, si respirava e della quale siamo stati compartecipi. Non è facile comprendere come i momenti più concitati di una serata di duri scontri tra quelle strade possa tramutarsi in quella che è stato definito da alcuni come un “carnevale di riappropriazione e autodifesa delle strade”: ore e ore di quella che si è trasformata in un’autentica festa popolare, di naturale opposizione ad un vertice imposto e alla presenza violenta delle forze di occupazione del territorio.


OLTRE AMBURGO…

Può Amburgo e la sua mobilitazione rappresentare di per se il segno di forza e di rilancio di una mobilitazione sociale diffusa e globale che si ricomponga intorno alla radicale alterità rispetto al vecchio mondo che muore?  Per quanto ci riguarda, non è questo ciò che possiamo trarre da quelle giornate, a partire da un’autocritica necessaria sulla dimensione effettivamente transnazionale e globale della composizione mobilitata. Siamo da tempo consapevoli delle difficoltà che anche noi incontriamo da questo punto di vista, e di come queste si siano riflesse anche nell’opposizione al vertice.

Tantomeno crediamo che l’esperienza di mobilitazione sulle rive dell’Elba debba aprire il campo all’inseguimento forzato intorno a strumenti di riproduzione automatica e diretta di giornate che hanno visto nel loro stesso contesto una particolarità fondamentale.

Premesso ciò, a dieci giorni di distanza crediamo di poter fare tesoro di alcune indicazioni importanti nell’ottica di un rilancio necessario, anche alle nostre latitudini, di una stagione di emergente conflittualità, orientati dalla necessità di una rottura radicale con tutto quello che i 20 Grandi hanno rappresentato a quei tavoli:

  • La necessità sempre più stringente di calare il nostro lavoro quotidiano all’interno delle radicali contraddizioni del nostro tempo, come unico orizzonte per l’apertura di un campo di protagonismo diretto da attraversare fianco a fianco con una maggioranza sociale che esiste ma che fa ancora fatica a riconoscersi. Per quanto ci riguarda non abbiamo spazi sicuri nei quali rinchiuderci, da difendere, ma elementi di conflitto da prendere di petto e riorientare, identificando chiaramente i veri responsabili nell’alto così come uno spazio di alterità radicale e credibile nel basso.
  • In questo senso subentra l’urgenza di una messa a disposizione di tutto, del poco, che resta di organizzato all’interno della nostra società, fuori da schemi precostituiti e spinte identitarie, dentro un orizzonte di liberazione individuale e collettiva che resta tutto da costruire, nel senso comune così come nelle sue stesse forme di realizzazione, a partire da alcune sperimentazioni positive da saper valorizzare.

Per il resto, come già riportato prima, ci rimane un segnale, da rilanciare fuori da noi, rispetto alla non intoccabilità di chi sta in alto; alla luce di un sentimento sempre più dilagante di impotenza diffusa, che pervade chi è costretto a subire senza alcuna possibilità di risposta e riscatto, non ci sembra un elemento da poco e che anzi, forse, qualche spazio che credevamo strettissimo lo aiuta ad allargare…

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