Opporsi ai fascismi (anche) oggi

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Dalle vicissitudini riguardanti il lido di Chioggia, al dibattito scaturito dalla discussione del DdL Fiano, il rischio di perdere la bussola e il senso di tante cose è molto alto oggi. E lo ha dimostrato del resto in maniera esemplare l’Assessora all’istruzione della Regione Veneto (sic!) Elena Donazzan nel commentare questi fatti, arrivando a tracciare (quando non occupata a manipolare del tutto la storia) quelle che sono le più gettonate delle argomentazioni con cui celare la vera natura e la pericolosità dei nuovi fascismi, e travisare e mistificare il senso dell’antifascismo, dentro e oltre i suoi significati giuridici e costituzionali:
  • che l’antifascismo appartenga ad una “diatriba storica e superata col fascismo” – solo un nemico di 70 anni fa -, consegnata al passato e inattuale;
  • che l’antifascismo sia una battaglia contro qualcuno e non per qualcosa;
  • che la simpatizzazione e il richiamo di gestualità, segni e simboli nazifascisti siano moti folkloristici e goliardici. E di conseguenza, che le espressioni e l’influenza della degenerazione fascista nella società siano limitate a queste forme.

Quello che crediamo sia fondamentale oggi, è in primo luogo ribadire l’indispensabilità dell’antifascismo come collante comunitario, come orizzonte culturale e strumento politico oltre che fondamento del patto costituzionale. L’antifascismo non è l’avversione per un periodo storico, né un movimento del passato, ma è una postura e un modello culturale che trae senso dalla storicizzazione della realtà: è rispetto di tutt* oltre le diversità, tutela delle libertà fondamentali, condanna della violenza contro i deboli, contrasto con tutto ciò che incoraggi e determini pratiche di oppressione, sopraffazione, esclusione, antidemocrazia e razzismo.

Non può essere rinchiuso in un solo piano di contrapposizione faziosa con il fascismo, di equiparazione fra violenze. Essere antifascisti significa essere fedeli a ciò che fa sì che la nostra comunità possa dirsi tale, ciò che dà dignità alle persone contro discriminazioni ed emarginazione.
La grande occasione persa nella discussione del ddl Fiano, invece, sta proprio nel rifiuto del tentativo di comprendere quale spazio e quale agibilità siano riusciti ad erodere i nuovi fascismi, quale sia la base di un iceberg noto nella forma e nei contenuti: oltre gli accendini con la croce celtica e i busti di Mussolini, la degenerazione fascista non si può continuare a relegare solo ai nostalgici del ventennio – come se fosse sì solo un mostro decadente, una reliquia del secolo scorso – ma andrebbe analizzata sapendo storicizzare e attualizzare le sue fondamenta sociali. La soluzione fascista è il prodotto della sistematica rinuncia ai diritti, alla decisionalità e alla sfera politica democratica, al welfare, e all’educazione in nome dell’economia, è la terribile reazione alla mercificazione delle nostre vite che trova risposta in un culto demagogico dell’identità, un’identità coatta e definita “al negativo” contro ciò che è diverso, contro ciò che è estraneo, contro ciò che viola l’ordine normalizzato e deve essere epurato con la violenza. Un’identità che non tiene conto delle soggettività multiple, delle libertà e delle condizioni umane, sociali e culturali dell’altro.
Le Pen il Front National, e le destre europee, il perfetto incontro con il sovranismo anti-europeista e anti-austerity della Lega di Salvini, la contrapposizione fra “produttori e mantenuti” che rappresentava prima la retorica leghista secessionista, ora quella xenofoba del “migrante economico nullafacente che gioca a calcetto negli alberghi con 35€ al giorno ma ha uno smartphone”. Continuando ad ignorare come il consenso popolare stia crescendo sulle strumentalizzazioni razziste e identitarie in Italia e altrove, l’intervento immaginato è – purtroppo e ancora una volta – quello dell’ordine pubblico e delle misure autoritarie: si crede che la penalizzazione e lo strumento giuridico da soli possano intervenire efficacemente a preservare il senso della costituzione formale, andando a perdere e confondere il piano materiale e reale con quello della simbologia e dell’oggettistica, mentre il discorso razzista, discriminatorio di ogni tipo, maschilista e violento, dilaga non solo sui social e nelle piazze, ma nei verbali delle sedute del parlamento.
Si rinuncia invece senza troppi problemi alla matrice culturale delle leggi Scelba e Mancino, e a riabilitare uno strumento politico efficace nell’opporsi non solo ai gesti e ai simboli, ma soprattutto ai discorsi e al senso del risentimento discriminatorio e liberticida: l’antifascismo, vera possibilità di conservazione delle ragioni fondative della nostra comunità plurale. Ma cosa ci si può aspettare da chi torna a parlare di “interessi nazionali” nell’affrontare la questione delle migrazioni e scimmiotta l’”aiutiamoli a casa loro”; da chi ha materializzato nella Legge Minniti-Orlando la propria concezione di “sicurezza”, fatta di autoritarismo e militarizzazione, criminalizzazione delle marginalità e difesa dell’ordine pubblico costituito; da chi ha spezzato i diritti dei lavoratori e che ha più volte bloccato l’avanzamento nei diritti tramite alleanze corporative con le destre e contro gli ultimi?
L’esigenza di non perdere il primato liberal-democratico ci ha portato (come prevedibile) a effetti che sono andati ben oltre la questione della libertà d’opinione: non si tratta più solo di tutelare garanzia di spazi di espressione anche per chi semina e propaganda odio, per chi alimenta il conflitto sociale, la questione non è più solo saper rispondere alla critica del reato di apologia in quanto “liberticida”. Oggi il discorso fascista si è preso abbastanza agibilità da permettere addirittura lo slittamento della legge sullo Ius Soli – lasciando ancora senza diritti oltre un milione di persone – e ancora sopportiamo chi continua a legittimare tutto ciò?
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