Gender Revolution: Salute e accesso alle cure – per un approccio LGBTQIA+ (sesta parte)

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Il diritto alla salute è un diritto fondamentale della persona e deve essere garantito sempre e comunque, indipendentemente da qualsiasi condizione esistenziale della persona in questione. Questo significa, nella prospettiva più generale, avere una sanità gratuita che possa essere accessibile a tutte e tutti e che sia davvero in grado di garantire cure mediche e assistenza sanitaria, con un’attenzione specifica per le situazioni e le condizioni di maggiore subalternità per alcuni specifici soggetti, che evidentemente, oltre al trattamento sanitario, hanno necessità di essere seguiti e di trovare un ambiente accogliente e inclusivo e del personale medico che abbia in mente che cosa significhi trovarsi in una determinata condizione.

Per questi motivi, la battaglia del mondo LGBTQIA+ non può non sostanziarsi anche in una rivendicazione in campo sanitario, legata tanto all’accesso alle cure, quanto alla formazione e alla disponibilità del personale medico presente negli ambienti sanitari. Proviamo per questo, in questa parte della piattaforma, a darci delle linee guida su un campo vastissimo, che parta appunto da quello che viene insegnato nelle nostre facoltà di medicina e da come tutto ciò si intrecci necessariamente sia con la disponibilità da parte delle soggettività LGBTQIA+ ad affidarsi alle cure mediche, sia con la consapevolezza stessa dell’importanza della prevenzione e dell’educazione alla salute.

Ribadiamo, prima di tutto, il fatto che il diritto alla salute sia un diritto fondamentale della persona e che quindi questo non possa essere subordinato ad una sua specifica condizione, legata in questo caso al proprio essere appartenente alla comunità LGBTQIA+. Inizialmente, l’omosessualità era considerata a tutti gli effetti una malattia mentale, ma dal 1973 si è preso atto dell’assenza di prove scientifiche che ne determinassero l’inserimento tra le patologie psichiatriche; arrivando poi al 1990, quando l’assemblea mondiale della sanità eliminò definitivamente l’omosessualità dalle malattie mentali, definendole invece una variante naturale del comportamento umano. Questa modifica però non si è accompagnata all’eliminazione del pregiudizio e della discriminazione che sono costrette a subire le persone LGBTQIA+ da parte della società che le circonda, e questo chiaramente si ripercuote ancora, e tutt’oggi, all’interno del mondo sanitario. Differente è, invece, il caso del transgenderismo, ancora considerato disforia di genere e ancora presente nell’elenco delle malattie mentali, che ad oggi però permette la gratuità d’accesso agli interventi necessari per il cambio di sesso, ma su cui ci concentremo successivamente in una parte specifica di questa piattaforma. Proviamo però ad andare con ordine in questa analisi, molto complessa e che tocca vari punti e vari momenti della nostra stessa esistenza.

Il mondo della medicina, e della scienza in generale, soprattutto nell’ultimo periodo, risulta sotto attacco da più fronti. Ci si fida poco del medico e della medicina e si sottovalutano spesso i rischi derivanti da una serie di nostri comportamenti quotidiani; ci si rivolge poco ai presidi sanitari e si preferiscono cure fai da te. Se questo da un lato è dovuto alla mancanza di educazione alla salute nelle nostre scuole per costruire una maggiore consapevolezza tanto del proprio corpo quanto della propria condizione psico-fisica, dall’altro è anche causato dal fatto che, spesso, le conoscenze mediche sono considerate incomprensibili e di conseguenza incomunicabili alla gente comune, provocando così un reale scollamento tra il medico e il paziente e una rottura difficilmente sanabile della fiducia tra questi soggetti. La scienza può e deve essere democratica nella misura in cui si collettivizza e se ne condividono le conoscenze, rendendo consapevole il paziente della sua condizione ed educandolo alla cura, senza chiudersi in una torre d’avorio impenetrabile da chiunque non abbia superato un determinato test a numero chiuso e non significando questo che si debbano mettere in discussione le basi e le evidenze scientifiche.

Questa prospettiva ci serve per aggredire sin da subito il tema del rapporto tra salute, mondo sanitario e soggettività LGBTQIA+, e ci aiuta a comprendere una serie di studi e di analisi che sono stati compiuti sul tema e che hanno evidenziato diversi fenomeni su cui è importante soffermarsi. Poiché, appunto, come dicevamo, non esiste un’educazione alla sessualità né tanto meno alla propria salute, riuscire a discutere senza pregiudizi e stereotipi dei rischi che alcuni dei nostri comportamenti quotidiani possono avere per la nostra condizione, è complesso: pensiamo, infatti, alle malattie sessualmente trasmissibili, ed a quanta ignoranza sia evidente nelle nostre generazioni e in quelle precedenti sui pericoli ed i rischi del sesso senza precauzioni. Partiamo da qui per trattare subito il tema delle MST e del loro rapporto con il mondo LGBTQIA+, una comunità troppo spesso attaccata e considerata l’unica a rischio quando si parla di queste tematiche, chiaramente in modo strumentale a diffondere un pregiudizio e ad alimentare il clima di discriminazione di questi soggetti. Sappiamo, da sempre, che le MST sono democratiche e che possono colpire chiunque non prenda determinate precauzioni; sappiamo che non sono soltanto le persone gay a prendere il virus HIV, ma sappiamo anche che questo è un luogo comune fin troppo diffuso e che ha un’incidenza nella percezione di sé da parte della persona omosessuale necessariamente problematica, provocando per questo un senso di colpa, di inadeguatezza e un’interiorizzazione del pregiudizio e dello stigma sociale.

Sul tema dell’HIV si sono determinati dunque due fenomeni: da una parte, la diffusione di un senso di paura da parte della persona omosessuale nei confronti della malattia e quindi la ricerca, quasi spasmodica, di qualsiasi tipo di informazione, anche errata, sul tema e, dall’altra, l’idea che questa possa colpire solo una determinata categoria sociale, alimentando il pregiudizio e la discriminazione, anche all’interno della comunità LGBTQIA+ stessa. Questo elemento ci serve per chiarire sin da subito un fatto, ossia che è necessario, al netto di qualsiasi cosa, promuovere un’educazione alla sessualità, ai rischi connessi al sesso, alle malattie sessualmente trasmissibili e alla contraccezione e prevenzione, in tutte le scuole del Paese, per costruire una maggiore consapevolezza da parte delle nuove generazioni su una tematica che rappresenta ancora un tabù da parte di molte e molti. Non solo, ma educare alla sessualità significa farlo in maniera inclusiva, distruggendo eventuali pregiudizi e luoghi comuni sulle categorie più a rischio di altre rispetto ad una MST.

Sappiamo bene, infatti, che questioni come l’HIV e l’epatite A, per citare un’altra MST su cui spesso l’informazione non è del tutto chiara, siano necessariamente da trattare in relazione non solo all’orientamento sessuale della persona, ma al suo comportamento, adeguato o meno, rischioso o meno: questo per dirci chiaramente che non può costruirsi uno stigma contro questa o quella categoria di persone. Non è l’epatite A ad essere una malattia degli omosessuali (come si legge troppo spesso in questo periodo), è la trasmissione per via oro-fecale che impone un’attenzione maggiore a chi ha determinati comportamenti, anche sessuali, e impone chiaramente una maggiore cura di sé. Stiamo sottolineando abbondantemente questi elementi poiché crediamo che sia necessario un approccio differente alla questione, che non debba appunto costruirsi sulle categorie, e quindi alimentando pregiudizi contro questa o quella soggettività, ma si possa reggere sui comportamenti a rischio (un esempio su tutti è il sesso di maschi con altri maschi, che pur avendo comportamenti di questo tipo non si riconoscono come persone omosessuali), che evidentemente impongono una maggiore attenzione nei confronti di certe categorie di persone, senza però andare a determinare un vero e proprio stigma. Aggiungiamo ancora che è molto diffusa l’opinione in base alle quale le lesbiche non sono da considerarsi sessualmente attive: questo deriva molto dall’idea di una mancanza di completezza nel sesso tra donne; inoltre, le stesse lesbiche si ritengono meno a rischio su una serie di malattie e dunque ricorrono meno ai controlli di routine. Pensiamo questo sia uno degli esempi migliori per evidenziare tutto ciò di cui stiamo parlando in questa analisi.

Abbiamo già evidenziato, poi, come sia proprio lo stigma a determinare l’interiorizzazione da parte della persona LGBTQIA+ di questo o quel luogo comune e pregiudizio. Ciò provoca una diversa interazione anche con il presidio sanitario e con il personale medico, perché si acuirà un senso di colpa che provoca non solo la paura a dichiarare il proprio orientamento sessuale (quasi dunque come fosse una colpa o la causa della malattia stessa), ma anche una riduzione dell’accesso ai servizi sanitari, oltre, ancora, al senso di discriminazione percepita, che porta l’individuo a pensare che altri possano avere un determinato tipo di atteggiamento discriminatorio e che un ambiente sia necessariamente escludente a priori. L’esposizione e l’interiorizzazione del disprezzo sociale, la discriminazione e lo stigma provocano disistima, conflittualità interiore, fino a problemi di salute individuale e sviluppo di disturbi mentali. Tutto ciò si ripercuote necessariamente sulla percezione dell’ambiente sanitario e di cura, che sarà necessariamente inteso come escludente e giudicante della propria individualità.

Purtroppo, infatti, ancora oggi, il personale medico non è formato nei confronti delle differenze e della sessualità e quindi ha difficoltà ad interfacciarsi con dei soggetti che non hanno bisogno di trattamenti preferenziali, ma solo di un supporto adeguato e consono. Ogni soggettività ha diversi bisogni materiali e questo comporta un diverso approccio quando si tratta di cure mediche, dovendo costruire sia un rapporto di fiducia, ma anche un ambiente sicuro e non giudicante o colpevolizzante nei loro confronti. Quest’ultimo elemento rappresenta la parte più difficile, poiché esistono ad oggi delle lacune non indifferenti nella formazione degli studenti e delle studentesse iscritt* nelle facoltà di medicina, rispetto al modo in cui ci si approccia alle differenti forme di identità sessuale, anche solo nel linguaggio da utilizzare, che spesso dà per scontato che la persona sia eterosessuale o, al contrario, che risulta giudicante quando il paziente dichiara il proprio differente orientamento o il fatto di essere, ad esempio, transgender. Tutto questo è stato già indagato in alcuni studi di settore, che hanno evidenziato, nello specifico, quanto le persone LGBTQIA+ si sentano effettivamente discriminate e non sicure in un ambiente sanitario, ricorrendo quindi all’automedicazione o privilegiando un pronto soccorso ad una visita medica più approfondita e specialistica. Proviamo da anni a sottolineare l’importanza di una forma di insegnamento laica, e ciò vale anche e soprattutto per la cultura medica, ancora eteronormata e patriarcale, mancante di un approccio inclusivo di tutte le differenze che provi ad indagare le diverse questioni inerenti la sessualità o tematiche di natura etica: troppe volte, nelle nostre università, ci siamo ritrovati, durante le lezioni, a contestare docenti che facevano riferimento a Comunione e Liberazione e che basavano le proprie lezioni partendo da Dio; o troppe volte diversi argomenti vengono totalmente ignorati nei programmi di studio, vedi l’intersessualità, trattata solo da pochissimi docenti in tutta Italia. A questo si aggiungono i libri di testo, come i manuali di anatomia e fisiologia, tutt’ora adottati in alcune facoltà universitarie, che presentano un approccio e un’attenzione maggiore nei riguardi della maschilità, escludendo quindi e non trattando affatto alcune questioni specificamente femminili e di uguale importanza.

L’approccio medico che, soprattutto negli ultimi anni, si sta tenendo è quello bio-psico-sociale, che prova dunque a guardare alla persona in cura nella complessità della sua identità e che dunque mira al coinvolgimento del malato nella cura a cui questo stesso dovrà sottoporsi, per renderlo partecipe e conseguentemente consapevole. L’operatore sanitario dovrebbe mantenere un atteggiamento neutro nei confronti della persona in cura, utilizzando un linguaggio altrettanto neutro che provi ad indagare i suoi comportamenti, senza giudizi di merito e mantenendo un atteggiamento inclusivo e mai discriminatorio. Essere formati e consapevoli dei pregiudizi e delle barriere che esistono nella società è sicuramente un primo passo per combattere parte dell’esclusione che governa i presidi ospedalieri. Non è un caso che molti degli sportelli o dei servizi rivolti specificamente alla salute delle persone LGBTQIA+ o gli eventi di promozione della salute siano realizzati quasi esclusivamente dall’associazionismo e non da organismi istituzionali, che non finanziano progetti di studio su queste tematiche ed anzi, lo abbiamo specificato in una delle prime analisi di questa piattaforma, in tempo di crisi, hanno tagliato proprio nel campo della sportellistica rivolta alle soggettività della nostra comunità.

Dedichiamo ancora una parte dell’analisi alle famiglie omogenitoriali ed all’importanza che queste trovino nella consulenza pediatrica, psicologica e in generale nell’ambiente sanitario un luogo sicuro e non escludente o discriminatorio, cosa molto difficile visto che, in Italia soprattutto, queste non hanno riconoscimento alcuno. Tale mancanza a livello giuridico porta a non possedere una serie di diritti ed a non poter esercitare una serie di doveri nei confronti dei figli e chiaramente ciò si ripercuote anche in situazioni di malattia di uno di questi: per esempio, ad essere riconosciuto è solo il genitore biologico, mentre il genitore cosiddetto sociale non può addirittura ricevere alcuna informazione medico-legale da parte del personale sanitario sulla salute del proprio figlio o della propria figlia. Lo stigma che il genitore si porta dietro, a livello culturale, si ripercuote quindi sul suo ruolo, sulla sua utilità in situazioni di questo tipo, il che ci porta inevitabilmente a sostenere la necessità di un approccio inclusivo e mai discriminante, di un processo di partecipazione necessario di entrambi i genitori. Non ha alcun senso continuare a sostenere che nelle famiglie omogenitoriali uno dei genitori valga la metà; ormai tantissimi studi hanno riconosciuto che non esiste differenza nell’educazione dei figli e nel loro sviluppo.

Come scrivevamo precedente, il tema della genitorialità ha bisogno di una prospettiva nuova che includa tutti i vari casi e le varie possibilità, senza discriminazioni. Questo si lega con la questione degli ambienti sanitari: pensiamo, ad esempio, alle coppie di lesbiche che ricorrono all’estero alla Procreazione Medicalmente Assistita e che però continuano poi il percorso in Italia e che hanno il diritto di essere seguite e tutelate dallo Stato.

Un ultimo punto, in chiusura, rispetto ad una pratica ancora troppo diffusa: quella delle terapie riparative. Non esiste, e questo è un dato scientifico, alcuna efficacia nei trattamenti che tentano di cambiare l’orientamento sessuale, anzi tali terapie non fanno altro che provocare danni psicologici ed avere effetti negativi non indifferenti verso chi è costretto a sottoporvisi. L’omosessualità, la transessualità e qualsiasi altra identità di genere o qualsiasi altro orientamento sesso, non sono malattie da curare e non possono essere considerate tali in alcun ambiente sanitario.

La salute, come abbiamo già ribadito, è un diritto di tutte e tutti. Dobbiamo necessariamente riappropriarci, dal basso e collettivamente, dei nostri istituti di sanità, affinché questi non siano alla mercé di lobby di potere ed economiche, legate a religioni varie ed eventuali che non portano avanti in alcun modo il nostro benessere. La battaglia, dunque, parte sin dalle scuole con l’educazione alla salute inclusiva e non giudicante e dalle università per un insegnamento laico e libero da qualsiasi ingerenza esterna. A questo aggiungiamo una formazione reale del personale medico ai temi della sessualità e delle differenze, e la costruzione di ambienti sanitari inclusivi e aperti in cui ognuno e ognuna di noi possa trovare un conforto e un’assistenza adeguata ai nostri bisogni.

(To be continued…)

Prima parte: Gender Revolution – Ribaltiamo tutto… e tutt* –> https://goo.gl/gIjXAs

Seconda parte: Terrorismo frocio, razzismo e omonazionalismo –> https://goo.gl/RgZEeK

Terza parte: Lavoro e politiche aziendali: oltre il diversity management –> https://goo.gl/sk8GPB

Quarta parte: Non si gioca con le nostre identità – Sul pinkwashing –> https://goo.gl/G6qiiM

Quinta parte: Nuove forme di famiglia e affettività: tra riconoscimento, welfare e diritti –> https://goo.gl/CjAGmm

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