Gender Revolution: Nuove forme di famiglia e affettività: tra riconoscimento, welfare e diritti (quinta parte)

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Soprattutto nell’ultimo anno, la discussione a livello mediatico e politico sul concetto di famiglia è stata aperta ed ha provocato diverse reazioni nel nostro Paese. E’ complesso parlare di famiglia, o potremmo ormai dire di famiglie, poiché non solo questo è un concetto che ha subito numerose mutazioni all’interno del quadro sociale, ma perché le prospettive e le basi su cui questa si fonda dovrebbero essere totalmente ripensate, alla luce sia delle evoluzioni giuridiche, sia delle evoluzioni sociali che caratterizzerebbero questa istituzione, certamente fondamentale e fondante della nostra società.

Storicamente parlando, il concetto di famiglia ha subito numerose mutazioni, andando ad integrare numerose esperienze molto diverse tra di loro, anche in base al momento storico di riferimento. Dall’idea di famiglia che includeva persino gli schiavi, all’idea di nucleo familiare in cui il padre padrone poteva decidere della vita e della morte dei suoi diversi membri, fino alla famiglia costruita sulla poligamia, ovviamente concessa solo al maschio, arrivando ai giorni nostri e provando ad includere al suo interno tutte le differenti esperienze di famiglie che ruotano attorno alla nostra società: da quella poliamorosa recentemente riconosciuta in Colombia fino a quella omosessuale.

Come si può notare da questo brevissimo excursus storico, la definizione di famiglia è mutata totalmente e questa è probabilmente la migliore risposta a chi oggi si oppone al cambiamento e all’inclusione, all’interno di questa sfera, di tutte quelle esperienze che metterebbero in discussione il concetto di famiglia tradizionale, se mai ne esistesse davvero uno per i motivi di cui sopra. E’ chiaro che una istituzione così importante per la nostra società susciti una discussione tanto accesa tra tutte le parti in causa e ponga elementi importanti su cui costruire una riflessione collettiva, anche per scardinare alcuni meccanismi e alcune politiche che l’hanno caratterizzata fino ad ora: pensiamo alle tante politiche familiste che sono state fatte nel nostro Paese ed all’intero sistema di welfare state, prettamente familistico, su cui si fonda l’Italia.

Nella nostra Costituzione, all’articolo 29, il concetto di famiglia è legato all’istituto del matrimonio, costruendo quindi un legame che per troppo tempo ha rappresentato la scusa per negare alle coppie same-sex (o dovremmo dire, più correttamente, same-gender) e a tutte le altre forme di affettività “non tradizionali” il diritto al matrimonio, o dall’altra parte per negare diritti e tutele a chi, pur famiglia a tutti gli effetti, decide legittimamente di non sposarsi. L’idea che una coppia di persone dello stesso sesso non possa costituire una famiglia o debba essere esclusa dall’istituto del matrimonio è ancora oggi troppo diffusa in troppi Paesi del mondo. In Italia, in particolare, con l’approvazione della legge sulle unioni civili, si è andato costituendo un istituto simile al matrimonio, ma non uguale. Durante il dibattito su questo disegno di legge, tanto è stato detto, anche e soprattutto rispetto al concetto stesso di famiglia e a cosa comprenderebbe o meno: in tante e tanti siamo scesi in piazza a ribadire un fondamentale, ossia che è l’amore a creare una famiglia e che pensare di creare un istituto di serie B, pur con la maggior parte, non tutti, dei diritti e doveri garantiti dal matrimonio, è discriminatorio e, per la prima volta, istituzionalizza la minore importanza delle coppie di persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Crediamo sia fondamentale garantire la possibilità di accedere o meno al matrimonio per tutte le coppie, che siano etero o omosessuali, senza alcuna discriminazione e abbandonando l’idea che esistano famiglie più meritevoli di altre di accedere ad alcuni diritti, che altrimenti diventano privilegi a tutti gli effetti.

Subito dopo l’approvazione del DDL Cirinnà, che certamente, dall’altra parte, ha riconosciuto per la prima volta, pur con tutti i limiti di cui sopra, le coppie same-sex, il movimento LGBTQIA+ si era detto pronto a ricominciare la battaglia, per rivendicare matrimonio per tutte e tutti e adozioni, poiché dall’altra parte la legge aveva abbandonato totalmente l’idea di garantire la cosiddetta stepchild adoption, negando il riconoscimento e la tutela giuridica a figli e figlie già esistenti e già parte di numerose famiglie all’interno del nostro Paese. Questo non è purtroppo avvenuto e la rivendicazione del matrimonio per tutte e tutti, pur ritrovandosi nelle piattaforme dei pride che hanno attraversato e stanno attraversando il Paese, non riesce però ad emergere e il dibattito è ancora fermo, quasi come se il movimento si fosse accontentato delle unioni civili e non avesse intenzione, per ora, di riaprire il fronte per una nuova battaglia o arrancasse a deboli passi per paura di perdere ciò che è stato conquistato.

E’ importante, a nostro parere, provare a costruire una riflessione collettiva sul concetto stesso di famiglia e sul suo legame con il matrimonio, non solo slegandolo da quest’ultimo per allargarlo a tutte le esperienze eterogenee che già esistono e che meritano un riconoscimento formale e giuridico per accedere a diritti da cui altrimenti sarebbero escluse, ma anche per ripensare totalmente l’ambiente familiare, legato troppo spesso ad una visione retrograda, ancora machista e patriarcale, oltre che eterosessista. La famiglia è il primo luogo e la prima istituzione con cui veniamo in contatto, il primo ambiente in cui entriamo in relazione con altri ed in cui si costruiscono rapporti di solidarietà tra persone, e di cui subiamo, necessariamente, influenze e condizionamenti; proprio per questo esso non può essere escludente e fondato su paradigmi discriminatori. Ritornando poi al tema dell’inclusione, all’interno del concetto di famiglia, di tutte le formazioni familiari eterogenee oggi esistenti, è importante sottolineare sia che la pluralità delle famiglie esiste ormai da molti anni nella società e non resta che prenderne atto, ma soprattutto che le persone si amano, convivono, si prendono cura le une delle altre, crescono figli in una moltitudine di schemi e possibilità che è folle cercare di ridurre ad un unico modello. Tale discussione va poi necessariamente allargata alle famiglie poliamorose che chiedono da tempo di essere riconosciute e che non possono e non devono essere escluse dal dibattito.

Nessuno può permettersi di imporre ad altri l’obbligo di uniformarsi all’idea della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio. Il legislatore dunque dovrebbe interrogarsi e intervenire per tutelare il più possibile tutte le forme di convivenza e di famiglia esistenti nella società; invece, ancora oggi, le istituzioni, ostaggio di forze politiche bigotte e conservatrici, discriminano le tante famiglie e le tantissime persone nel nostro Paese che si discostano dalla norma del matrimonio eterosessuale. Non è più tollerabile la discriminazione che subiscono le coppie omosessuali, ad esempio: il loro amore non è diverso da quello delle coppie eterosessuali, eppure ancora oggi è negata loro la possibilità di sposarsi, sulla base dell’idea di “famiglia naturale” che non è altro che una grottesca copertura del più bieco e ignorante sentimento omofobo. Le unioni civili non bastano, non è accettabile alcuna soluzione tampone che ponga le coppie omosessuali un gradino più in basso rispetto a quelle eterosessuali e non ci stancheremo di lottare fino a che non saranno riconosciuti loro gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ancora più violente diventano le argomentazioni omofobe, quando si discute di adozioni, che tirano in ballo il presunto diritto dei bambini ad avere un padre e una madre, nonostante gli studi scientifici e tutte le società internazionali di psicologi spieghino che non vi è differenza, per lo sviluppo psicologico dei figli, tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali, e d’altro canto gli studi sull’omogenitorialità dimostrano che essere un buon genitore prescinde dall’orientamento sessuale e dall‘identità di genere. Prendiamone atto, smascheriamo l’ipocrisia omofoba e riconosciamo a tutte le coppie il diritto di sposarsi.Inoltre, la galassia delle famiglie non riconosciute dallo Stato non si ferma alle coppie omosessuali: genitori single con figli, coppie che non intendono sposarsi, familiari che si prendono cura gli uni degli altri sono solo alcuni esempi. Occorre pensare a strumenti giuridici che tutelino queste forme di famiglia, rivedendo l’impianto giuridico ad oggi esistente che prevede solo la famiglia basata sul matrimonio e andando oltre un modello di società, superato dalla stessa realtà, che sovrappone le dimensioni dell’affettività, dell’amore, della cura, della sessualità e della riproduzione. Non sono le leggi a dover definire il valore dell’amore e il sostegno che noi condividiamo con altri esseri umani, ma è proprio quel concetto in termini universali che deve essere interpretato e rappresentato dalle leggi in un’ottica di inclusione e uguaglianza. A questo è chiaro che si aggiunge anche il diritto di tutte e tutti a non avere una famiglia, senza per questo rinunciare ad uno status in qualche modo più legittimato di altri anche solo nella cultura popolare. L’autodeterminazione del singolo individuo e la legittimità di questo a livello sociale non può essere subordinata alla scelta di avere una famiglia: l’idea che una donna sia “zitella” qualora decidesse di non avere relazioni in questo senso deve essere sradicata proprio in tale ottica.

Dobbiamo poi necessariamente rivendicare una riforma della legge sulle adozioni, che non può però diventare lo scudo dietro il quale si nascondono le istituzioni retrograde affinché questa diventi l’unica modalità di accesso alla genitorialità per le coppie omosessuali e per le persone singole. L’adozione non può essere una scelta obbligata, ma deve essere una delle possibilità a cui ricorrono tutte e tutti coloro che vogliono diventare genitori. Tutte e tutti devono poter avere accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistite; nessuno deve essere discriminato rispetto alla fecondazione eterologa; e deve essere avviata una riflessione collettiva per legiferare sulla gestazione per altri anche nel nostro Paese.

Aggiungiamo che l’intero sistema di adozioni in Italia è fortemente retrogrado e bigotto e necessita di essere riformulato e discusso sotto tutti i punti di vista. Se da un lato ci battiamo per delle adozioni accessibili a qualsiasi forma di famiglia e il riconoscimento dunque di queste ultime, dall’altro le politiche conservatrici e tradizionaliste messe in campo attualmente, risultano restrittive anche per quelle coppie non desiderose di sposarsi e che poste sotto il ricatto della legge, non possono adottare così un bambino. Recenti statistiche inoltre, dimostrano come i legami matrimoniali siano calati negli ultimi dieci anni, al contrario del desiderio di maternità e paternità di donne e uomini. Il nostro Governo si ostina dunque a subordinare le adozioni a condizioni tradizionaliste, escludendo buona parte di persone desiderose di figli e capaci di educarli con amore e dedizione pur non volendo convolare a nozze.

Tra queste rientra anche il singolo che decide di rimanere tale e che agli occhi del Governo italiano non è considerato all’altezza di accudire un figlio. In quasi tutta Europa e in paesi estremamente cattolici come la Spagna o l’Irlanda, esistono infatti leggi che consentono l’adozione a una sola persona col fine di garantire al bambino o alla bambina una figura di riferimento nella loro vita riconoscendo le genitorialità alla sola persona che viene così considerata famiglia.

In tutto questo, quello che è in gioco è l’equiparazione totale tra famiglie strettamente eterosessuali e tutte le altre forme di famiglia che, lo ripetiamo, ad oggi già esistono; questo vale soprattutto rispetto all’istituto del matrimonio aperto a chiunque ma anche rispetto all’idea che debba costruirsi una forma di riconoscimento più duttile ed elastica, basata sulle condizioni reali delle diverse forme di unione, piuttosto che sulla semplice acquisizione di uno status, poiché altrimenti si rischia che il matrimonio, ad oggi fortemente legittimante nella cultura popolare e nella società tutta, diventi uno strumento attraverso cui si distingue quali famiglie meritino questa legittimazione e quali no. Poi sarà la singola coppia a decidere a quali forme di riconoscimento accedere e a quali no, senza però per questo essere esclusa da qualche forma di tutela, o di diritti e doveri.

I diritti civili si collocano poi in un’ottica più ampia che viaggia su due obiettivi di trasformazione sociale strettamente legati al sistema da welfare. Superare il valore del matrimonio eterosessuale come conditio sine qua non per riconoscere una famiglia come tale ha una valenza culturale oltre che politica forte. Il modello di famiglia “tradizionale” (eteronormata e patriarcale) è ormai da decenni non rappresentativo dell’ampia diversità di famiglie non riconosciute come tali, eterosessuali od omosessuali che siano, cosa che in un sistema di welfare familistico ne comporta un minore accesso ad esso e dunque disparità sociale. Rivendicare l’ammissione di singole categorie in un sistema che lascia comunque fuori altri soggetti non solo manterrebbe rapporti di subalternità già esistenti, ma significherebbe soprattutto mancanza di reale inclusione e parità. La battaglia per un welfare universale che valorizzi il singolo, partendo chiaramente dal reddito di base per tutte e tutti, e da qui tutte le forme di famiglia esistenti, assume dunque un valore fondamentale sia nell’autodeterminazione degli individui e nella coesione sociale derivante dalla loro libera aggregazione, sia nel diritto dei minori di crescere in un nucleo familiare che abbia pari dignità sociale, a prescindere dal sesso o dall’orientamento sessuale dei genitori. Questo obiettivo lo si raggiunge pretendendo un ingente investimento di risorse su misure universali tali da permettere l’emancipazione degli individui dalla famiglia e la loro autodeterminazione nella vita, nella formazione e nel lavoro, che impediscano anche il ricatto del matrimonio per l’acquisizione di diritti e tutele riconoscendo piena cittadinanza a chi oggi ne è evidentemente escluso. Il tutto passa da politiche di welfare finalizzate all’emancipazione del singolo e che garantiscano direttamente i bisogni sociali primari per l’inclusione sociale: il diritto alla casa, trasporti pubblici economicamente ed ecologicamente sostenibili, l’accesso alla cultura e ai consumi culturali sono ambiti che non possono essere lasciati al libero mercato, ma devono essere ridefiniti dall’intervento dello Stato sociale affinché venga contrastata la riproduzione delle disuguaglianze e della marginalità sociale.

La battaglia è molto complessa. Modificare le leggi e costruire una cultura inclusiva di tutte le forma di affettività e famiglie ad oggi esistenti nel quadro sociale è una prospettiva che non possiamo abbandonare, tenendo ben salda l’idea che l’accesso ad un istituto come quello del matrimonio deve rappresentare una possibilità per tutte e tutti e che sarà il singolo a decidere se accedervi o meno, nel pieno rispetto della sua autonomia e nella sua totale uguaglianza sostanziale di fronte alla legge e allo Stato. Forme di welfare state universali ed inclusive di tutte le differenze e di tutte le esperienze sono l’unico strumento per garantire la piena autodeterminazione del singolo e della collettività e per la costruzione di uno Stato che non discrimini nessuno o che non crei una corsia di serie B per alcuna persona.

(To be continued…)

Prima parte: Gender Revolution – Ribaltiamo tutto… e tutt* –> https://goo.gl/gIjXAs

Seconda parte: Terrorismo frocio, razzismo e omonazionalismo –> https://goo.gl/RgZEeK

Terza parte: Lavoro e politiche aziendali: oltre il diversity management –> https://goo.gl/sk8GPB

Quarta parte: Non si gioca con le nostre identità – Sul pinkwashing –> https://goo.gl/G6qiiM

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