Gender Revolution: non si gioca con le nostre identità – sul pinkwashing (quarta parte)

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Molte delle questioni che abbiamo indagato nei precedenti approfondimenti ci danno la possibilità di insistere su di un fenomeno che, a nostro parere, ha assunto sempre più centralità nel dibattito pubblico mainstream sulle questioni del mondo LGBTQIA+: il pinkwashing. Cogliamo l’occasione per parlarne in maniera più specifica soprattutto in un ambito come quello dei Pride, che legittimano troppo spesso questa pratica, e in un contesto come quello italiano, teatro, soprattutto nell’ultimo anno, di un vero e proprio tentativo di occultamento, sotto la bandiera arcobaleno, di una serie di politiche antisociali.
Il tema del pinkwashing, infatti, o più precisamente, rainbow washing, attraversa necessariamente tutto quel sistema valoriale che abbiamo analizzato in precedenza e che prevede l’apertura, da parte dei diversi governi, alle istanze della nostra comunità, accompagnando a queste politiche però una serie di altre azioni che mirano a nascondere le carenze dello Stato rispetto alle questioni sociali.

Come abbiamo analizzato in precedenza, il tentativo della società attuale di integrare le tematiche LGBTQIA+ all’interno dei propri meccanismi, risponde a questo fenomeno, soprattutto nel momento in cui esclude tutte le altre soggettività, che siano interne alla stessa comunità LGBTQIA+ (vedi per esempio il migrante omosessuale), o che siano legate a minoranze etniche: portare avanti politiche di apertura ai diritti civili, costruendo allo stesso tempo un clima xenofobo, è uno degli esempi più lampanti di rainbow washing.

Lo abbiamo ribadito più volte ormai all’interno di questa piattaforma, ma la lotta per i diritti del mondo LGBTQIA+ non può escludere una lotta per il cambiamento radicale di tutti i meccanismi che muovono la nostra società attuale, e che mirano ad escludere e a marginalizzare una fetta importante di popolazione: o la liberazione è collettiva e condivisa, oppure stiamo sbagliando tutto e non costruiremo una società più equa, ma solo una società che ha saputo inglobare meglio nei propri perversi meccanismi altre minoranze che fino a ieri non servivano a legittimarla, ma che ora invece rappresentano uno strumento utile a costruire consenso attorno a questi stessi meccanismi, con il placet di queste stesse minoranze.

Soprattutto negli ultimi anni, le aziende che hanno sfruttato le questioni della nostra comunità per legittimare il proprio operato e per aprirsi a nuove fette di mercato, non hanno messo in discussione il loro apparato, il loro modo di produrre e i propri profitti. Questo significa che tante multinazionali, responsabili della distruzione di interi ecosistemi, di attacchi ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, o che hanno avuto ingenti favoritismi fiscali che hanno solo aumentato il divario tra ricchissimi e poverissimi, hanno sì aperto e sostenuto in maniera esplicita alcune delle rivendicazioni della nostra comunità, senza però cambiare di una virgola il loro operato e senza integrare a queste aperture un cambio di rotta nella loro politica economica, ambientale e lavorativa. Crediamo che questo rappresenti un problema, e crediamo che la nostra comunità debba mettere in discussione questi meccanismi e debba provare a fare pressione nei confronti di queste aziende.
Inoltre, molti dei Pride che hanno attraversato e attraverseranno le nostre città sono stati esplicitamente sponsorizzati da multinazionali che in altri campi hanno provocato tutti i problemi di cui sopra. Pensare dunque che questi diventino la passerella di aziende che non hanno alcun rispetto di altre lotte e di altre rivendicazioni, ugualmente necessarie e importanti per la nostra stessa comunità (visto che, banalmente, stiamo parlando di lavoro e ambiente), rappresenta un arretramento non indifferente. E’ pur vero che le questioni economiche per l’organizzazione dei Pride sono fondamentali, ma non possiamo barattare le nostre piattaforme per usufruire di soldi sostanzialmente sporchi e giocati sulla pelle di altri ed altre, e sicuramente anche di noi stessi.

In Italia, accanto all’approvazione della legge sulle unioni civili, il Governo ha continuato a portare avanti politiche antisociali su lavoro, migrazioni, welfare state; sono stati tagliati i servizi, la sanità e l’istruzione. Il Governo Renzi però, forte dell’approvazione di questa legge, ha potuto assicurarsi un grande sostegno all’interno della nostra comunità, che si è sentita riconosciuta per la prima volta tra le priorità di un primo ministro, nonostante lo stralcio della parte di legge sulla stepchild adoption e il vergognoso dibattito che ha caratterizzato l’iter legislativo. La strumentalizzazione delle nostre battaglie, dunque, rimane ancora una volta un terreno di scontro importante all’interno della nostra comunità. Come sopra, non è sufficiente dare qualche pennellata arcobaleno nella concessione di qualche diritto e nello stesso tempo calpestare la nostra dignità e i nostri corpi con politiche neoliberiste e contro il diritto al lavoro, alla salute o all’istruzione.

Da anni poi, denunciamo il tentativo di pinkwashing messo in atto dallo Stato di Israele, che da una parte continua la sua colonizzazione nei confronti del popolo palestinese e dall’altra, invece, tenta di ripulirsi la faccia e la coscienza con una politica apparentemente gay friendly. Si continua a presentare Israele come l’unico stato del medio-oriente ad avere a cuore i diritti della nostra comunità, l’unico impegnato nella difesa della democrazia e del riconoscimento delle nostre lotte, mentre nel frattempo ci ritroviamo, nelle nostre scuole e università, a lottare contro le ingerenze dello Stato israeliano che blocca le nostre iniziative di informazione sul conflitto in Palestina. Il tutto grazie anche alla connivenza con l’Occidente che legittima e anzi alimenta questa pratica. Israele è uno stato fondato sul colonialismo e sullo sfruttamento del popolo palestinese, e rifiutiamo qualsiasi politica basata su bombardamenti e morte. Sappiamo che tanti e tante israelian* oggi sono in lotta contro le politiche del loro Stato e siamo assolutamente accanto a queste persone e al popolo palestinese, oppresso e vittima che resiste ancora ai tentativi di metterlo a tacere.
Come comunità LGBTQIA+ dobbiamo sostenere le campagne di boicottaggio di Israele e fare assolutamente tutto ciò che è nelle nostre forze per informare su questa situazione e dare supporto a chi resiste quotidianamente da troppo tempo al dominio e alla politica coloniale che mira a distruggere totalmente il popolo palestinese.

La pur breve analisi che abbiamo affrontato all’interno di questo pezzo di piattaforma, crediamo rappresenti probabilmente il fenomeno più importante all’interno della nostra comunità che attraversa tutte le tematiche affrontate in precedenza e che affronteremo anche successivamente. Non possiamo permettere che la nostra comunità con le sue lotte diventi il pennello arcobaleno con il quale Stati, aziende e padroni ripuliscono la propria coscienza sporca della vita di tante e tanti, compresi noi stessi. O la battaglia è di tutt* e per tutt* oppure non cambieremo nulla del mondo che ci circonda.

(To be continued…)

Prima parte: Gender Revolution – Ribaltiamo tutto… e tutt* –> https://goo.gl/gIjXAs

Seconda parte: Terrorismo frocio, razzismo e omonazionalismo –> https://goo.gl/RgZEeK

Terza parte: Lavoro e politiche aziendali: oltre il diversity management –> https://goo.gl/sk8GPB

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