Gender Revolution – Terrorismo frocio, razzismo e omonazionalismo (seconda parte)

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image4214 Abbiamo già introdotto e discusso, nei paragrafi precedenti, il tema dell’avanzamento in ambito dei diritti civili in moltissimi Paesi in giro per il mondo. La nostra analisi si è concentrata su come questi avanzamenti siano certamente importanti, ma non possano essere considerati in alcun modo il risultato finale e il punto di arrivo per il ribaltamento totale della nostra società. Abbiamo inoltre scritto che uno degli elementi imprescindibili della lotta della comunità LGBTQIA+ sia l’assunzione, a tutti gli effetti, dell’antirazzismo e della cooperazione e solidarietà tra popoli e tra oppressi. Ribadiamo ancora una volta, cioè, che non può esistere liberazione collettiva senza la liberazione di tutti gli oppressi e di tutti i soggetti messi ai margini della società, comprese le persone migranti. Diciamo questo per tutta una serie di motivi che proveremo ad indagare in un’analisi dei fenomeni migratori e delle politiche dei Governi, soprattutto occidentali, sia nella quotidiana propaganda antirazzista ormai istituzionalizzata sia nella connessione tra le tematiche prettamente LGBTQIA+ e il tema delle migrazioni.

Partiamo da un dato ormai palese a molte e molti di noi: le migrazioni, oltre ad essere causate da guerre, fame e povertà, spesso sono anche il frutto di politiche omofobiche e sessiste da parte di moltissimi Governi in giro per il mondo. Tantissime infatti sono le persone migranti che arrivano nel nostro Paese per sfuggire alle persecuzioni che, nelle loro città d’origine, vengono portate avanti nei confronti delle persone LGBTQIA+. E’ un elemento da tenere presente nei discorsi sull’accoglienza e sul modo in cui trattiamo il fenomeno migratorio per assumere consapevolezza su come dare delle risposte e dei luoghi sicuri a queste persone. Emblematico, in queste settimane, è stato il caso di una persona trans* che sente di essere donna ed ha intrapreso il percorso di transizione, che è stata, una volta scaduto il permesso di soggiorno, portata in un CIE, ma in un reparto di soli uomini. Al di là del fatto in sé, che non è legato alla questione delle persecuzioni nei propri Paesi d’origine, questo episodio dimostra tutta la nostra incapacità di gestire situazioni di questo tipo, garantendo luoghi e spazi sicuri a persone che non rientrano nei canoni eteronormati con i quali di solito trattiamo il fenomeno migratorio. Immaginiamoci dunque una persona che scappa dal proprio Paese d’origine per sfuggire a persecuzioni dovute al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere non conforme, e che si ritrovano senza alcun tipo di supporto psicologico e servizi di consultorio, oltre ad essere rinchiusi in dei centri di accoglienza dove spesso accade che si ricreino gli stessi ambienti e le stesse violenze da cui queste persone scappano. Da anni ormai le politiche migratorie e le linee guida per l’accoglienza tengono conto di questi aspetti, ma ancora troppo poco è stato fatto per garantirli in maniera adeguata e sicura.

Accanto a questo fenomeno, è importante poi indagare la connessione tra le tematiche refugees welcomeLGBTQIA+ e le tematiche migratorie. Uno dei tanti aspetti che ci preme sottolineare è il perpetuarsi, da parte della nostra comunità, di razzismo e discriminazione nei confronti delle persone che appartengono a minoranze etniche (minoranze nel nostro modello Occidentale) e che fanno parte a tutti gli effetti del mondo LGBTQIA+. Si nota spesso, all’interno dei diversi contesti, o una totale invisibilità, dovuta all’esclusione forzata, di alcune minoranze etniche, o una totale discriminazione nei loro confronti, una chiusura a priori. O ancora, il predominio degli stereotipi legati, per esempio, al ruolo sessuale, alle dimensioni del pene, alla professione o allo status sociale, delle persone provenienti dall’Africa o dall’Asia, per citarne solo alcune. La rappresentazione che si dà all’interno della nostra comunità stessa, spesso in maniera preponderante bianca e occidentale, costruisce una narrazione discriminante ed escludente, oltre a legittimare gerarchie di razza inesistenti che rendono invisibili quanti invece dovrebbero poter essere liberi di esprimersi.

refugees-welcomeAnalizziamo poi un fenomeno che da molti è stato definito omonazionalismo e che sta caratterizzando buona parte della politica dei Paesi europei ed occidentali in senso ampio. Prima di tutto, con omonazionalismo si intende il modo in cui il nazionalismo, e quindi l’identificazione nella nazione, l’idea di patria e patriottismo, il fenomeno della difesa della propria cultura e della propria identità e la conseguenze razzializzazione di altre culture e l’esclusione di queste dall’ordine del discorso dominante, prendano piede nella comunità LGBTQIA+ che si fa promotrice di politiche razziste e xenofobe.
Facendo un’analisi più complessa, l’Occidente ha sempre avuto nei riguardi del resto del mondo, e in particolar modo dell’Oriente, uno sguardo da altri fuori da sé. Questo ha provocato, da una parte, la nostra incapacità di concepire che esistono differenti culture al mondo e che ognuna di queste ha una propria storia, un proprio modo di strutturarsi e di svilupparsi, e dall’altro l’idea che, chiunque non rientri nei parametri che noi, come occidentali, consideriamo corretti, vada o emarginato oppure fatto conformare ai “nostri valori” e alla “nostra cultura”. Da qui si sono sviluppati una serie di discorsi nazionalisti e xenofobi, che hanno legittimato un attacco ad ogni forma di migrazioni, una politica dell’accoglienza escludente e inadeguata, e l’idea che la patria e l’identità nazionale vadano difese a tutti i costi da queste “invasioni”, perché in gioco ci sarebbero il nostro modo di vivere e il nostro modello di società, oltre che la nostra cultura e i nostri valori fondanti e fondamentali. A causa degli attentati terroristici che, soprattutto nell’ultimo decennio e in particolare negli ultimi mesi, hanno colpito alcune città che consideriamo simbolo della “nostra cultura”, questi discorsi si sono fortemente esasperati, costruendo innanzitutto una narrazione che vedeva nel mondo Orientale un luogo di soli terroristi e dall’altra parte un attacco senza precedenti alle culture diverse dalla nostra, anche con l’intervento militare. Il modello del multiculturalismo, su cui si sono fondate le politiche di molti Paesi occidentali negli ultimi anni, ha dimostrato tutto il proprio fallimento, poiché ha tenuto in compartimenti stagni incomunicanti tra di loro le persone che appartenevano a differenti culture, senza farle incontrare e quindi permettendo che queste costruissero i propri spazi senza alcuna interazione. Ciò ha significato che, con l’acuirsi delle diseguaglianze politiche, economiche e sociali e quindi dell’ingiustizia sociale e della marginalizzazione di alcune soggettività, molte delle quali già subordinate per motivi legati alla classe sociale, alla razza, all’identità sessuale e così via, questa divisione ha dimostrato tutte le proprie contraddizioni e i propri fallimenti, non riuscendo a dare delle soluzioni reali.

L’attacco dunque a questo mondo, messo in moto dall’Occidente bianco, ha portato avanti sia l’idea che il terrorista, identificato solo con il mondo islamico, sia un mostro da correggere, anche e soprattutto in termini di razza e sessualità differenti dalla nostra, sia la condanna ad un diverso stile di vita e di educazione, legando questi ad atteggiamenti immorali e patologie psichiche, sempre passando prima dal filtro del nostro modo di concepire il mondo. Soprattutto dal 2001 in poi, a giustificazione degli interventi militari in molti dei Paesi arabi, è stata spesso portata la condanna al modo in cui venivano trattate le donne e le minoranze sessuali in questa parte del mondo. L’idea, dunque, di essere nazioni progressiste che hanno raggiunto una serie di obiettivi di “civiltà” è stato il pretesto per muovere guerra contro interi Stati, alimentando sia lo sviluppo di quel terrorismo che si puntava ad abbattere (anche finanziando e stringendo accordi con le stesse monarchie che foraggiano abbondantemente i terroristi), sia le politiche razziste e xenofobe che sono state poi portate avanti. Questo ha colpito, chiaramente, anche il mondo LGBTQIA+, inglobato all’interno di questa narrazione, le cui conquiste sono state usate come pretesto per ingaggiare, all’interno della lotta al terrorismo – noi preferiamo dire alla lotta nei confronti dell’altro – anche le persone LGBTQIA+. Uno Stato che si autodefinisce “civile” e “progressista” che da una parte concede diritti civili e pseudolibertà individuali, e dall’altra invece chiede di muovere una guerra contro chi starebbe minando quegli stessi fondamenti che hanno permesso quei progressi, alimentando una guerra tra poveri e oppressi, e propagandando discorsi razzisti e xenofobi, che nulla dovrebbero avere a che fare con le battaglie LGBTQIA+.

Non possiamo permettere dunque che ciò accada e che le nostre battaglie e le nostre vittorie vengano strumentalizzate, nascondendo quindi sotto al tappeto i reali motivi strettamente e meramente geopolitici ed economici che muovono guerre e interventi militari. Non possiamo sottostare ad una strumentalizzazione che sotto il nome di presunte “battaglie di civiltà” costruisce uno scudo sotto cui si muovono la logica del dominio e della conquista del potere, fortemente sostenuta da quello stesso “alto” che promuove quotidianamente una guerra fra poveri e che è responsabile delle crisi geopolitiche, economiche, sociali che da troppi anni siamo poi costretti ad affrontare tutti e tutte noi che invece ci troviamo nel basso della piramide sociale. Anche per un fattore culturale, di cui parlavamo poco più sopra, pensare che una battaglia come quella dei diritti LGBTQIA+ possa essere condotta allo stesso modo e seguire gli stessi processi in diversi Paesi del mondo, molto differenti tra di loro, e che quindi esista una sorta di “fardello dell’uomo bianco” che ci sovrasta e che ci spinge a muovere eserciti per portare la civiltà e la democrazia in ogni luogo del mondo, è fuori da ogni logica: i movimenti, i gruppi e le organizzazioni sociali che vivono sui diversi territori e nei diversi Paesi del mondo, la cultura, le battaglie, il modo in cui queste si conducono, i bisogni materiali e immateriali delle persone, i processi che si costruiscono, e anche le rivendicazioni che li determinano, variano da Paese e Paese ed è un nostro dovere non interrompere le parole di chi vive determinate condizioni, senza pregiudizio e senza pensare che la nostra visione del mondo, spesso bianca e occidentale, sia l’unico modo con il quale guardare ai processi e alle battaglie per i diritti. I femminismi e le questioni di genere rappresentano probabilmente la visione più plastica di tutto ciò, con il loro portato storico e culturale, poiché ci aiutano a comprendere proprio quanto siano importanti i processi di mobilitazione che si costruiscono sui diversi territori, e quanto sia necessario fare attenzione ai bisogni materiali e immateriali di chi li vive in prima persona senza sostituirsi a questi, ma sostenendo la loro lotta e mostrando solidarietà e cooperazione dal e tra il basso.

Da parte nostra, non solo ci dichiariamo contro ogni forma di guerra e di violenza mossa dall’alto, non solo siamo contro ogni forma di strumentalizzazione delle nostre battaglie per il dominio su altri popoli, ma crediamo anche che sia importante combattere contro qualsiasi forma di nazionalismo che ci vorrebbe a fianco della bandiera tricolore per difenderla da presunti attacchi alla nostra civiltà e ai fondamenti della nostra identità italiana, europea e, aggiungiamo noi, occidentale. Il razzismo e la xenofobia non possono essere argomentazioni che il mondo LGBTQIA+ porta avanti ed a braccetto con la propria lotta. Non ci sono valori da difendere o democrazie da esportare, non è in atto un attacco alla nostra civiltà, non c’entrano nulla le religioni con il terrorismo e la radicalizzazione di soggetti che vivono la subordinazione nei confronti di chi ha soldi e potere e di chi ha ottenuto spazi di legittimità dal potere stesso: la guerra è alto contro basso, il basso che rappresentiamo tutte e tutti noi, indipendentemente dal nostro Paese d’origine, dalla nostra religione, dal colore della nostra pelle; la guerra è il pretesto di superpotenze mondiali di spartirsi fette di territorio e di risorse economiche necessarie per conquistare sempre più potere. Da anni, in Africa e in Medio-Oriente soprattutto, la guerra distrugge vite umane e gli attacchi terroristici sono all’ordine del giorno. Non è un disegno complottistico per sovvertire il nostro modello culturale; il conflitto sociale è diventato troppo vasto perché qualcuno possa sentirsi al sicuro, ed è per questo che la soluzione non può essere una ulteriore guerra tra poveri e oppressi, ma debba essere invece la solidarietà dal basso, la cooperazione, la libertà di movimento per tutte e tutti, la consapevolezza che il multiculturalismo va sostituito con la costruzione di un nuovo modello sociale e culturale che tenga dentro tutti e non escluda nessuno, che non veda una “civiltà” superiore ad un’altra. La battaglia di chi vuole chiudere le frontiere e difendere la nostra sicurezza con il mitra in mano non può essere la nostra battaglia.

E’ preoccupante sapere che un personaggio razzista e xenofobo come Marine Le Pen sia sostenuto da tante persone appartenenti al mondo LGBTQIA+; lo è proprio perché questo sostegno risponde a quel tentativo di frammentarci e dividerci nelle nostre battaglie, di non farci comprendere che il problema sono le diseguaglianze e non chi scappa da guerre e discriminazioni, anche legate alla propria sessualità, che il problema non sono le altre religioni, che qualcuno vorrebbe farci credere siano portatrici di odio verso le donne e verso le persone LGBTQIA+.
E infine, sempre in Francia, la notizia della morte di un poliziotto omosessuale a causa di un attacco terroristico è stato preso a pretesto per costruire un discorso non solo razzista, ma anche omofobico; è stato scritto e detto che quel poliziotto gay rappresentava quanto di più bello ci fosse in Occidente, un barlume di luce e speranza che, solo per il fatto di imbracciare un fucile a difesa della bandiera nazionale, mette a tacere tutti quegli stereotipi legati al mondo LGBTQIA+ sulla fragilità e l’effeminatezza, o legati alla nostra promiscuità sessuale, e diventa dunque simbolo dell’Occidente stesso, forte, sicuro, legato alla propria identità e alla propria cultura e pronto a morire per questo. Crediamo che questo ultimo episodio rappresenti simbolicamente una spiegazione concreta di tutto quello di cui abbiamo parlato in queste righe e che vadano rifiutati discorsi di questo tipo, se non vogliamo ancora una volta costruire una battaglia escludente per tanti e tante ancora oggi ai margini della società ingiusta che noi stessi dovremmo contribuire ad abbattere e ribaltare.

[To be continued…]

Prima parte: Gender Revolution – Ribaltiamo tutto… e tutt* –> https://goo.gl/gIjXAs

Terza parte: Lavoro e politiche aziendali: oltre il diversity management –> https://goo.gl/sk8GPB

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