Oltraggio alla democrazia, tornano i voucher!

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    800px-Mill_Children_in_Macon_21Oltraggio alla democrazia. Tornano i voucher.

    Nei giorni in cui, a causa della presenza del G7 a Taormina, il ministero degli Interni capeggiato da Marco Minniti ha messo ancora una volta in discussione il diritto costituzionale a manifestare pubblicamente il proprio dissenso attraverso blocchi preventivi, fogli di via e gestione violenta dell’ordine pubblico, nella commissione Bilancio della Camera dei Deputati è andato in scena l’ennesimo sopruso della democrazia costituzionale del nostro Paese.

    Il Partito Democratico, con il voto di Lega Nord e Forza Italia, ha approvato un emendamento alla cosiddetta “manovrina”, una legge che interviene in materia di bilancio e finanze dello Stato, che reintroduce lo strumento dei voucher per le imprese. Quello stesso strumento di precarizzazione e di legittimazione del lavoro povero che il 17 marzo  – sotto la pressione popolare dei referendum proposti dalla CGIL –  il Governo Gentiloni aveva deciso di cancellare.

    In prima battuta è fondamentale evidenziare due elementi centrali di questo ennesimo schiaffo dato a milioni di italiani: la convergenza di interessi tra il PD renziano e la destra, a tutela delle aziende e del lavoro precario e sottopagato. Quando si tratta di tutelare la rendita di posizione, la ricchezza accumulata e le la voglia di profitto dell’imprenditoria stracciona che ha mandato nel baratro l’Italia, le “parti” politiche si presentano per quello che sono: un blocco di potere trasversale che dal PD alla Lega si erge a difesa dell’imprenditoria italiana contro i lavoratori. Alla faccia del – per restare in tema dei soprusi democratici – “chi vota no al referendum vota come Berlusconi”! In secondo luogo è importante notare un’ulteriore degenerazione della nostra democrazia parlamentare: l’introduzione di uno strumento di regolamentazione del mercato del lavoro viene approvato con un emendamento in commissione bilancio. L’ennesima inaccettabile riduzione del tema del lavoro a questioni economiche, in cui i lavoratori sono numeri per le statistiche, da approvare con emendamenti all’interno di leggi che poco hanno a che fare con una discussione seria sul tema del lavoro, che pure è un elemento fondativo della nostra Repubblica. Lo ripetiamo da mesi: il nostro Paese ha bisogno di prendere coscienza delle condizioni di milioni di lavoratori, della radicalità con cui la precarietà ha devastato la vita di intere generazioni. Bisognerebbe aprire commissioni d’inchiesta sul modo in cui gli ultimi vent’anni hanno condannato la nostra generazione alla povertà e allo sfruttamento: di certo non bisognerebbe approvare un emendamento su un tema così delicato, blindato con un voto di fiducia, senza neanche concedersi il lusso di affrontare una discussione parlamentare. Tutto questo è inaccettabile.

    Ma facciamo un passo indietro: il 1 luglio del 2016, dopo mesi di campagna pubblica e di raccolta firme, la CGIL consegna 3,3 milioni di firme per cancellare i voucher, ripristinare l’articolo 18 e introdurre la responsabilità solidale negli appalti. Il 10 dicembre la corte di cassazione dà il via libera al referendum sugli appalti e sui voucher, parte così una campagna pubblica che finalmente riporta le condizioni dei lavoratori al centro del dibattito politico. In pochi mesi emergono tutte le contraddizioni del nostro mercato del lavoro, storie di lavoratori sfruttati, di lavoratori nei fatti dipendenti ma pagati a voucher: finalmente – dopo la vittoria referendaria del 4 dicembre – il popolo italiano era pronto a mobilitarsi di nuovo per riaffermare i propri diritti. Mettere in discussione il Job’s act non era, però, accettabile  per Renzi e il governo retto dal suo partito: per troppo tempo l’ex premier aveva identificato la sua figura politica con quella infame legge fatta contro i lavoratori e spacciata per “la legge più di sinistra degli ultimi anni”. Bisognava trovare una soluzione per impedire che la campagna portata avanti dal sindacato, dalle associazioni, dai lavoratori potesse amplificare ancora di più le contraddizioni di una crisi governata e gestita da destra, attraverso regali ad imprese e banche, che ha impoverito milioni di famiglie. Decidono quindi di evitare di confrontarsi di nuovo con il popolo italiano, certi di un’ulteriore sconfitta che avrebbe definitivamente incrinato il sistema di potere renziano. I voucher vengono aboliti: il sindacato e i lavoratori cantano – con una certa diffidenza che ad oggi sembra lungimirante – vittoria. Lo strumento che più aveva precarizzato migliaia di vite era solo un ricordo, era ora il momento di spingere per avere nuovi diritti, nuove garanzie, una nuova stagione di avanzamento sul tema del lavoro e della redistribuzione della ricchezza.

    Tutto questo era però inaccettabile per il padronato italiano, già Confindustria e i partiti di destra avevano gridato allo scandalo quando il governo aveva deciso di evitare il referendum, e quindi eccoci qui. Con un coup de théâtre riemergono i voucher, su una legge a cui necessariamente il governo porrà la fiducia. Inaccettabile. Una presa in giro ai milioni di italiani che avevano firmato il referendum, a quelli che si erano mobilitati, a chi credeva ancora di vivere in uno stato democratico in cui esistesse la responsabilità politica delle scelte e la tutela dell’ordinamento costituzionale

    Vediamo nello specifico cosa prevede la misura approvata nella commissione bilancio, ricordandoci le dichiarazioni dei luogotenenti del governo: “i voucher non rientreranno dalla finestra”, “mai più voucher alle imprese”, “bisogna aumentare i diritti dei precari e dei lavoratori subordinati”. Chiacchiere funzionali ai sondaggi, parole al vento nel losco tentativo di prendere in giro il Paese. In primo luogo è opportuno sottolineare, come ha scritto in più occasioni l’INPS (non certo un centro anarchico insurrezionale!), i voucher non sono stati uno strumento di emersione del lavoro nero ma semplicemente uno strumento abusato che ha permesso di precarizzare e abbassare ulteriormente il costo del lavoro. Inoltre è bene ricordare che oggi – purtroppo! – esistono numerosissime forme contrattuali che, seppur precarizzanti, garantiscono le tutele necessarie per un lavoro effettivamente occasionale senza passare dal discount del lavoro-ticket. Bisognerebbe pensare a ridurle e ad accomunarle in poche forme contrattuali che tutelino i lavoratori ripensando il welfare in chiave universale, e non reintrodurre un’ennesima forma di impoverimento. Ma tant’è! Da questo governo ormai non ci aspettiamo altro.


    Le misure approvate ieri rischiano di estendere il già improprio utilizzo dei voucher. Non si definisce cos’è il lavoro occasionale, facendo finta che le condizioni di lavoro siano solo un tema economico (infatti i limiti vengono posti solo in questo versante anche estendendoli come nel settore agricolo) e non un’effettiva prestazione che coinvolge interamente il lavoratore, il suo tempo e le sue condizioni di vita. Ai nuovi voucher potranno partecipare anche la pubblica amministrazione (cioè lo Stato!) e tutte le imprese con meno di “5 lavoratori a tempo indeterminato. Dopo vent’anni di precarizzazione stiamo parlando di quasi tutto il sistema produttivo del paese basato su piccole e medie imprese, in pratica si sta universalizzando lo strumento! Altro che ritorno alla contrattazione collettiva, all’estensione dei diritti. Si viene a creare anche un effettivo rapporto diseguale quando non si individuano gli strumenti per cui i lavoratori possano esigere il diritto alle pause e al riposo mentre il datore di lavoro può aspettare tre giorni per cancellare la richiesta di pagamento con il voucher tramite l’INPS, aprendo ad enormi possibilità di illeciti. Come si farà a controllare, a prestazione ormai eseguita, se effettivamente il lavoratore non verrà pagato a nero? Dopo lo sdoganamento del lavoro gratuito attraverso l’alternanza scuola lavoro e l’educazione alla precarietà direttamente in classe ecco un’ennesima finta regolamentazione nel mercato del lavoro, altro che sancire nuovi diritti, in questo modo si sancisce per legge la mancanza di diritti nel lavoro! Nessuna disoccupazione, ferie, possibilità di permessi, tutele collettive per le condizioni effettive di lavoro. Si sta sancendo per legge il ritorno all’ottocento!

    Siamo di fronte all’ennesimo sopruso. Non accetteremo un passo indietro e un’ulteriore precarizzazione e flessibilizzazione delle nostre vite. Siamo pronti a mobilitarci, a scendere nelle strade, ad affiancare i lavoratori in questa battaglia che è di tutti. E’ venuto il tempo del #riscatto, siamo stanchi di una democrazia oltraggiata, siamo stanchi dei favori alle imprese e ai soliti noti, siamo stanchi di un’economia finanziaria che saccheggia le nostre vite e i nostri territori. Ora basta, #deciamoNOI.

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