Gender Revolution: ribaltiamo tutto… e tutt*! (prima parte)

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Anche quest’anno si parte con l’Onda Pride!

Nei prossimi mesi, un’ondata di manifestazioni travolgerà il nostro Paese con la propria gioia e irriverenza; migliaia di colori invaderanno decine e decine di città da Nord a Sud, portando avanti rivendicazioni importanti e radicali non solo per il mondo LGBTQIA+, ma per tutta la società.

Sono anni fondamentali per i diritti del mondo LGBTQIA+, anni di riconoscimento giuridico e sociale, anni in cui si inizia a parlare di queste tematiche anche sui media mainstream, nonostante continuino gli attacchi da più parti. In tutto il mondo, la questione del mondo gay, lesbico, bisex, trans, queer, intersex e asessuale emerge con tutta la propria forza dirompente, dimostrando spesso di mettere in crisi, sotto molteplici aspetti, la società a cui abbiamo dato vita con i suoi modelli economici, sociali, politici, ambientali.

Per questo motivo, lanciamo la nostra Gender Revolution, un modo nuovo di partecipare ai diversi Pride che attraverseranno il Paese come studentesse e studenti e un tentativo (a puntate!), da parte nostra, di costruire una riflessione approfondita, complessa e articolata sul mondo che cambia e su come le tematiche LGBTQIA+ possano diventare la base per costruire una società differente. Crediamo sia nostro dovere, come studentesse e studenti di questo Paese, immergerci totalmente in questa analisi, per scovarne le contraddizioni, il portato rivoluzionario, il modo in cui il mondo LGBTQIA+, con la propria irriverenza e la propria favolosità fuorinorma, riesce a costruire una nuova società, in cui non vi sono esclusioni, in cui non esistono discriminazioni e pregiudizi, in cui tutt* possono esprimersi liberamente; una società in cui venga ribaltato tanto il dominio del maschile sul femminile, tanto il dominio dell’uomo sulla natura che discende da esso, quanto il dominio eterosessuale, spesso occidentalista, su qualsiasi altra esistenza che non rientri in predeterminati canoni di normalità.

Il ragionamento da fare crediamo debba partire dalle differenze: differenza rispetto a cosa, rispetto a chi. Anche l’eterosessualità, o l’essere maschio bianco, o l’essere occidentale è una differenza. Portare tutto ad essere differenza significa ricostruire una società che ha fatto dell’eterosessualità un principio cardine da cui tutto discende. Il maschio bianco occidentale eterosessuale è il benchmark di riferimento da cui tutto nasce; ne discende il ruolo della donna, ne discende il ruolo delle persone di colore, ne discende il ruolo della persona migrante, ne discende il ruolo dell’omosessuale, della lesbica, del bisessuale e così via. La battaglia, per tutt* noi non può essere chiedere di integrarci e includerci in una società che ha già deciso chi è il maschio alpha di riferimento. Ribaltare questo modello significa costruirne uno in cui non si chieda il permesso di esistere, ma si rivendichi la propria esistenza fuori dalla ricerca di un’inclusione forzata in una società fondata sul patriarcato e sull’eterosessismo, e che inevitabilmente porta, da una parte, a livellare le nostre differenze per normalizzare chi “eccede” e, dall’altra, a discriminare totalmente queste differenze estromettendole. Su queste basi si sviluppa il nostro tentativo di analisi.

La battaglia per i diritti LGBTQIA+ che portiamo avanti da anni ormai, allora, deve integrarsi all’interno di un discorso più ampio, un discorso che provi a determinare la costruzione di un nuovo modello sociale ed economico, intrecciandosi con le rivendicazioni del mondo delle migrazioni, con la prospettiva eco-femminista, con le rivendicazioni degli studenti e delle studentesse, dei lavoratori e delle lavoratrici, di chi vive una condizione di disabilità. Essa deve assumere il portato antifascista e antirazzista, elementi imprescindibili entro cui muoversi per dare vita ad una lotta che sia veramente di tutt*.

E’ inevitabile, dunque, in questa prospettiva, partire da un’analisi della situazione internazionale e nazionale e costruire, passo dopo passo, una serie di approfondimenti su come il modello sociale dominante cerchi di inglobare il mondo LGBTQIA+ spogliandolo, troppo spesso, del suo essere fuorinorma, per integrarlo al meglio ed eliminare tutte le eccedenze che metterebbero in crisi quello stesso modello di impronta capitalistica, patriarcale e, aggiungiamo, nella prospettiva di cui sopra, eterosessuale.

Come dicevamo, in questi anni le tematiche LGBTQIA+ sono esplose in tutto il mondo; migliaia di persone si sono ritrovate in piazza in diversi Paesi per rivendicare il matrimonio egualitario e l’adozione per le famiglie omogenitoriali e per lottare contro l’omobitransfobia. Anche in Italia, un anno fa, la discussione circa l’approvazione delle unioni civili ha fatto uscire il nostro Paese dall’immobilismo in cui era da troppi decenni. Eppure, nonostante gli avanzamenti, continuiamo a subire attacchi da più parti: dall’amministrazione Trump alle prigioni cecene, fino ai Paesi in cui ancora esiste la pena di morte per le persone omosessuali e lesbiche. Alla lotta contro l’omobitransfobia, dobbiamo però muovere in parallelo una lotta per cambiare e disordinare lo status quo globale, per evitare, ad esempio, che le nostre battaglie vengano assunte come strumenti attraverso i quali definirci nazioni superiori e progressiste, e con questa scusa promuovere lo scontro di civiltà e muovere guerra a Paesi considerati “incivili” e retrogradi.

Da quando sono nati, i Pride rappresentano questa rottura con il modello dominante; se guardati da un profilo storico, ci rendiamo conto di come essi siano sempre stati portatori di irriverenza, il momento in cui le eccedenze del mondo fuorinorma si mostrano e mettono in crisi il nostro modello sociale. Da quella notte del 1969, da quella notte a Stonewall in cui proprio quelle marginalità sociali che, ancora oggi, non vengono riconsiderate spesso nel discorso più genera16003059_1211402562242177_3299251886022304735_nle delle lotte LGBTQIA+ come parte integrante ed elemento imprescindibile di questa lotta, proprio quelle marginalità, dicevamo, hanno dato vita ad un movimento di lotta che sopravvive ancora oggi e che proprio oggi dobbiamo essere in grado di far rivivere nei nostri Pride. Lo diciamo senza remore: quello che sta accadendo, e che proveremo ad indagare sotto diversi aspetti, è spesso un tentativo, da parte del modello dominante, di inglobare e includere il mondo LGBTQIA+ lasciando fuori tutto ciò che contrasterebbe con il binarismo di genere, con il modello economico e ambientale, con il patriarcato e il machismo, con il dominio incondizionato e non ecosostenibile dell’uomo sulla natura. Non possiamo dunque rinunciare alla carica di irriverente espressività che viene rappresentata proprio attraverso i Pride, non possiamo sostenere il discorso ipocrita in base al quale con l’irriverenza non si ottengono diritti. I Pride non possono essere inglobati nel modello dominante, proprio per la loro natura e per la loro storia. Dobbiamo, anzi, rivendicare il nostro essere fuorinorma, i nostri corpi che non rientrano in prestabiliti canoni estetici della società, le nostre imperfezioni, le nostre differenze. Dobbiamo smetterla di aspirare ad essere assimilati in una società capitalistica e machista, in cui veniamo spogliati della nostra carica rivoluzionaria; smetterla di credere che bastino i diritti civili per risolvere i motivi della nostra lotta. O ci mobilitiamo per ribaltare tutta la nostra società e costruire una nuova storia in cui anche le persone eterosessuali, che ad oggi godono di privilegi legati all’identità sessuale, siano libere di esprimersi e di dimostrare che anch’esse sono differenza, oppure stiamo chiedendo di essere integrati in un modello sociale ed economico che ci vuole tutte e tutti sacrificati sull’altare della precarietà, dello sfruttamento,della subalternità, del patriarcato, del razzismo.

Pensiamo che, come soggetti in formazione, la nostra partecipazione ai Pride debba intrecciarsi con le nostre lotte in scuole, università, specializzazioni, dottorati e accademie e conservatori. Non possiamo lasciare scoperto e neutro il campo dell’educazione e della formazione. Se di un nuovo modello di società vogliamo parlare e se vogliamo scrivere una nuova storia, dobbiamo partire proprio dalla nostra formazione, da quei luoghi in cui iniziamo a comprendere le nostre identità, confrontandoci con altre persone e iniziando a scoprire i nostri corpi. Sono proprio le scuole i luoghi in cui capiamo chi siamo, e spesso, a causa di una didattica non basata né su una prospettiva di genere, né su una prospettiva ecosostenibile, né su una prospettiva di società delle differenze, assumiamo ruoli, atteggiamenti e modi di pensare escludenti, che ci incatenano in meccanismi di potere patriarcali ed eterosessisti di cui non riusciamo nemmeno a renderci conto e che alimentano e legittimano questo modello sociale. Liberare i saperi per trasformare la realtà che ci circonda è la nostra base di partenza.

Tutto questo rappresenta dunque un percorso lungo, una prospettiva complessa e un’analisi costante dei meccanismi entro i quali viviamo per romperne gli ingranaggi e monitorare la lotta che ci apprestiamo ad affrontare, non per essere inclusi e digeriti in questi stessi meccanismi, ma per rivoluzionarli e ribaltare così la società in cui viviamo.

Una Gender Revolution, quindi, che coinvolga l’intera società e che ribalti tutto, per la libertà di essere e di amare da parte di ciascun* di noi.

p03vhv9x1) Cosa accade nel mondo?

Globalmente, oggi, la questione dei diritti LGBTQIA+ è esplosa dappertutto, sotto diversi aspetti. Da una parte, ritroviamo infatti un avanzamento generale nel campo dei diritti legati al matrimonio egualitario, alle leggi contro l’omobitransfobia, all’adozione da parte di famiglie omogenitoriali; dall’altra, si riesce sempre più a creare, ogni qualvolta in un qualsiasi Paese del mondo vi è un grave attacco al mondo LGBTQIA+, un’attenzione mediatica mondiale di denuncia. La sensibilità, dunque, rispetto a queste tematiche è sicuramente aumentata nel corso degli ultimi anni.

Nonostante gli avanzamenti, in troppi Paesi del mondo la comunità LGBTQIA+, però, continua ad essere sotto attacco: ancora in troppe nazioni l’omosessualità è condannata con la pena di morte; troppi i Paesi in cui il mondo omosessuale viene imprigionato, impiccato. Molti e molte di noi hanno ancora impresse le immagini dei militanti ISIS che gettano persone vive da un palazzo a causa del loro orientamento sessuale; fino agli stessi Stati Uniti d’America, dove il neopresidente Trump non ha perso occasione di attaccare il mondo omosessuale e tutte le minoranze del Paese, soprattutto con l’approvazione dell’ultima legge sulla libertà religiosa; passando infine per la Cecenia, in cui i gay vengono imprigionati e torturati e le autorità incitano la popolazione ad uccidere chiunque abbia un orientamento sessuale diverso da quello definito normale. E’ importante continuare a costruire una resistenza internazionale dunque, affinché non si abbassi mai la guardia per non lasciare indietro nessun* e per non condannare all’invisibilità le soggettività LGBTQIA+ tutte.

gayA tal ragione, accanto a tutto questo, è importante costruire consapevolmente un’analisi di questi mutamenti sociali, per indagarne a fondo le prospettive e le contraddizioni. Cosa significa, nella nostra epoca e nella nostra società, un avanzamento sui diritti del mondo LGBTQIA+? Che valore complessivo hanno? È purtroppo sotto gli occhi di tutt* noi, infatti, che l’avanzamento nel campo dei diritti, quasi sempre, riguarda soltanto il mondo gay e lesbico, escludendo quindi tutte quelle identità “altre”, dalle soggettività trans* fino a quelle intersessuali. Questo è legato sicuramente ad un modello socioculturale costruito sul dominio del maschio alpha bianco e occidentale che non è ancora in grado di inglobare al suo interno tutte quelle identità che esprimono le proprie eccedenze ed il proprio essere fuorinorma sin dall’aspetto fisico, difficilmente eludibili da un forzoso processo di normalizzazione. E su quest’ultimo aspetto vogliamo soffermare la nostra analisi, cioè a come il modello economico dominante cerchi di inglobare mettendo a valore anche e perfino le soggettività LGBTQIA+ all’interno dei propri ingranaggi e meccanismi, al prezzo però di nasconderne le eccedenze e riportarle alla normalità cisgender eterosessuale. L’idea di fondo è, infattti, quella di concedere diritti e formale legittimità al mondo LGBTQIA+ non per trasformare il modello sociale, ma per ottenere nuovi target di riferimento e nuovi protagonisti da includere in esso, rafforzando anzi tutte le logiche che lo muovono.

Le soggettività lesbiche e gay ormai (proprio perché tutte le altre, ad ora, sono escluse da quest’ordine di discorso) non riescono a mettere quasi più in discussione nulla di tali meccanismi in questa prospettiva. Introdurre all’interno della teoria economica la rilevanza del genere e della sessualità rappresenta un contributo necessario affinché, anche in questo campo, si abbia un avanzamento legato al valore sociale delle politiche economiche e si abbatta l’intero sistema capitalistico. Alle regole e alle teorie finanziarie basate sulla scarsità di risorse e sull’idea che il mercato si autoregoli per via di una mano invisibile, dobbiamo contrapporre l’idea che gli aggregati macroeconomici con i quali studiamo il sistema danno vita alle relazioni sociali e sono impregnati di valori sociali essi stessi, oltre al fatto che sono le istituzioni a orientare le politiche ed a governare la riproducibilità stessa del sistema capitalistico. Non esiste dunque una mano invisibile, non esiste un meccanismo autoregolatore, ma esistono scelte che dipendono dagli equilibri di potere e dai valori dominanti, ovviamente costruiti su un modello di relazioni economiche e sociali derivanti da quello che viene considerato norma ed è dunque dominante nell’ordine del discorso. Nel contesto della crisi economica, poi, le politiche di austerità che sono state portate avanti hanno ridotto la platea di coloro che possiedono tutto e aumentato quella di chi non possiede nulla ridistribuendo ancor più ricchezza verso l’alto. L’austerità ha colpito, infatti, soprattutto i servizi dedicati alla nostra comunità, tagliando sui servizi specializzati, legati all’informazione, la consulenza e il supporto, o sui servizi sanitari legati alla salute sessuale o al cambiamento di sesso. Questi tagli non hanno fatto altro che colpire la nostra comunità, che non trova nei servizi tradizionali un appoggio sicuro a causa di inaccessibilità, discriminazioni e pregiudizi.

Riprendendo il filone generale, le minoranze rischiano di essere integrate quindi al costo della loro stessa identità, spogliate di tutto il loro portato rivoluzionario. Ovviamente, l’avanzamento nel campo dei diritti formali è fondamentale per garantire una vita dignitosa e libera dai meccanismi di oppressione sociale e di paura quotidiana; non pensiamo che questi siano da eliminare o che non servano a nulla. Il riconoscimento giuridico e sociale che ad oggi si fa delle soggettività LGBTQIA+, però, oltre appunto ad escludere pezzi importanti delle nostre identità, non è accompagnato da una battaglia collettiva e complessiva per disordinare lo status quo. Ci chiediamo, dunque, a cosa tutto ciò possa portare nel lungo periodo e quale ne sia il costo. Ci chiediamo se non sia invece proprio in questo senso che la nostra lotta debba essere allargata alle tematiche del lavoro, del diritto all’abitare, dell’ambiente, dell’economia, alle battaglie dei e delle migranti e delle donne.

In questi anni, invece, accanto al riconoscimento delle battaglie della comunità LGBTQIA+, abbiamo potuto assistere ad un allargamento generale del mercato nei confronti del mondo gay. È nato un vero e proprio capitalismo gay, principalmente bianco ed occidentale: pezzi di mercato con il target specifico della nostra comunità; un tappeto di benvenuto srotolato davanti a noi, escludendo una fetta importante della nostra comunità, svuotata, in questo contesto, di tutte le sue rivendicazioni. Dal turismo specificamente gay che esiste ormai da decenni, fino al tentativo, da parte di moltissime aziende, di ripulire la propria immagine con una rappresentazione gay-friendly, per aumentare il proprio profitto. È evidente, in questa prospettiva, il tentativo di costruire un modello di consumo che include differenti identità sessuali per ricondurle ad un modello socialmente accettato: un esempio su tutti, la definizione di stereotipati canoni estetici, anche per persone omosessuali, che diventano un modello di riferimento. Chi può calpestare questo tappeto rosso di benvenuto? Se facciamo una ricognizione veloce delle immagini e dei linguaggi usati, notiamo che questo rispecchia in tutto e per tutto il modello dominante del maschio bianco occidentale benestante, in questo caso però gay.

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2) …e in Italia?

Nel nostro Paese, tutt’oggi, la propria identità sessuale è ancora troppe volte un tabù o una cosa di cui vergognarsi e da nascondere. Perfino dichiararsi non è semplice, soprattutto nei piccoli centri e nelle periferie, radicati ad una tradizione spesso cattolica e bigotta, ferma ad alcuni valori storici di chiusura propagandati da questa.

In tale contesto, è ormai passato un anno dall’approvazione della legge sulle unioni civili, una legge che ha tenuto con il fiato sospeso migliaia di coppie in tutta Italia che volevano veder riconosciuto il proprio amore e i propri diritti coniugali anche davanti allo Stato. La battaglia è stata durissima e l’esito deludente: l’idea che esista, ad oggi, un istituto di serie B diverso dal matrimonio per le coppie dello stesso sesso costituisce un elemento discriminatorio che non possiamo mancare di sottolineare. Il livello del dibattito che è stato raggiunto durante la discussione del disegno di legge e la conseguente mediazione al ribasso, con la nota eliminazione totale della stepchild adoption, inoltre, ha esposto ad attacchi di ogni tipo la comunità LGBTQIA+. Da sempre, in Italia, ad ogni minimo accenno di cambiamento, il fronte cattolico e neo-fondamentalista è riuscito prima a frammentare, poi a snaturare e stagnare e infine ad annullare il dibattito su tali tematiche, evitando che ci fosse una discussione pubblica in merito. E così è stato anche questa volta: si è raggiunto un livello bassissimo, alimentato dalla Chiesa cattolica e dai movimenti di destra e neofascisti in prima linea in questa guerra per la difesa di una presunta famiglia tradizionale e giocata sulla pelle di figli e figlie di coppie omogenitoriali, che esistono, ci sono, ma per le quali non non esistono tuttora riconoscimenti al pari di tutti gli altri.

Se questa legge può rappresentare un debole passo in avanti nel campo dei diritti formali all’interno del nostro Paese, costituendo parzialmente un riconoscimento legale da parte delle istituzioni a migliaia di coppie che fino a ieri, per il nostro Stato, semplicemente non esistevano, non è la legge che i movimenti, l’associazionismo e la comunità tutta chiedevano. Pensiamo che sia importante avanzare nel campo dei diritti per poter dichiarare con maggiore forza la propria esistenza, purché non sia questo il punto di arrivo. Già un anno fa si diceva chiaramente che non ci si sarebbe fermati, che non bastava questo disegno di legge e che la battaglia doveva ambire ad una radicalità maggiore, costituita certamente dal matrimonio egualitario e dalla riforma della legge sulle adozioni per tutte le coppie, ma con una ridefinizione del concetto di famiglie in toto – di cui parleremo più avanti -.

La discussione di questo disegno di legge, inoltre, ha dato vita ad un attacco incondizionato nei confronti della comunità LGBTQIA+: dal Family Day alla teoria del gender, passando per le Sentinelle in Piedi e per il dibattito parlamentare ai limiti del vergognoso, troppi si sono arrogati il diritto di parlare e sparlare delle nostre vite, della nostra esistenza, delle nostre soggettività.

C’è stato un attacco su tutti i fronti in nome di una presunta e fuorviante libertà di espressione che significava, sostanzialmente, sputare sentenze ed uscite pubbliche omofobiche, alimentando un clima di odio e discriminazione. In prima fila, movimenti neofascisti, di destra e il mondo cattolico, che si sono alleati contro l’avanzamento nel campo dei diritti civili e contro qualsiasi forma di riconoscimento per le nostre vite, questo a difesa della natura e della famiglia tradizionale. E lo hanno potuto fare perché ad oggi, ancora, non esiste una legge contro l’omobitransfobia nel nostro Paese. Da anni, infatti, giace in Parlamento una legge di questo tipo, legge tuttavia snaturata di tutti i suoi principi basilari che non servirebbe a dare una stretta reale alle discriminazioni, poiché ancora una volta si basa su accordi al ribasso tra le forze politiche e giochi di maggioranza parlamentare. Non possiamo pensare che la libertà di espressione sia la scusa per propagandare odio e discriminazione; la libertà di espressione non può essere lo scudo dietro il quale si nasconde chi alimenta e legittima tutte le violenze che subiamo ogni giorno come soggetti LGBTQIA+, dalle violenze fisiche, a quelle psicologiche, a quelle legate al linguaggio, fino alle violenze sul posto di lavoro e nei luoghi della formazione. La violenza ha mille volti e imparare a riconoscerli in tutte le sue forme è necessario per poter proseguire la lotta. E’ importante che sia il governo nazionale, sia le amministrazioni regionali e locali si dotino di una legislazione contro l’omobitransfobia, di sportelli sos e consultori laici nelle nostre città che diano ascolto a chi subisce violenza dovuta a pregiudizi e discriminazioni, sportelli informativi in campo di sessualità e sesso, e che siano esse stesse libere da linguaggi escludenti ma anzi promotrici di specifiche politiche sociali e di welfare per tutt*. Perché lottare contro l’omobitransfobia non significa essere inclusi e accettati in una società come questa, non può significare essere tollerati o fare in modo che tutti gli altri accettino la nostra condizione e se ne facciano una ragione. Noi esistiamo, ci siamo e non dobbiamo chiedere il permesso di esistere.

Nessuno spazio dunque per chi racconta fandonie sulle nostre lotte e sulle nostre vite, per chi sostiene il complotto della teoria del gender. L’alleanza tra movimenti neofondamentalisti e cattolici, non fa altro che legittimare pienamente un intero sistema capitalistico ingiusto e diseguale; è fondata sulla paura che le nostre battaglie vogliano mettere in discussione i principi escludenti, razzisti, omofobici, eteropatriarcali e machisti su cui si basa la nostra società. È così! Perché vogliamo essere chiari su questo: se una teoria gender esiste è quella che vuole ribaltare ogni cosa definita tradizionale o naturale (in maniera insensata e fuori da ogni logica, a nostro parere), vuole educare alle differenze, vuole eliminare il dominio del maschile e dell’eterosessualità obbligatoria sulla nostra società, ma questo in ottica di una liberazione collettiva in cui chiunque possa sentirsi libero di esprimersi e di amare senza alcun precondizionamento o ruolo prestabilito.

Anche grazie al dibattito creatosi intorno alla legge sulle unioni civili, mai come nell’ultimo anno si è parlato tanto di questioni legate al mondo gay e lesbico sui media del nostro Paese: tantissime trasmissioni sono state dedicate a queste tematiche, rompendo talvolta alcuni schemi precedenti a cui eravamo stati abituati. Negli anni, infatti, quando si usciva fuori dall’invisibilità, ad essere rappresentati nella narrazione mainstream erano soprattutto dei personaggi stereotipizzati, molto spesso gay bianchi assunti come unici modelli di riferimento e uniche figure in grado di dare rappresentanza del variegato mondo della comunità LGBTQIA+. E se inizialmente la rappresentazione era sempre legata al maschio “effeminato”, che riproduceva un’idea di passività tale da non mettere in discussione alcun elemento di virilità del maschio alpha bianco occidentale etero, e quindi non era lì in termini di rottura dell’idea di maschilità dominante, oggi la narrazione a nostro parere assume due prospettive differenti. Il primo piano, sicuramente minoritario, è quello entrato nelle case delle coppie omosessuali, sempre principalmente maschi bianchi, a dare dimostrazione della “normalità” della vita di coppia o che mette in luce la quotidianità di un omosessuale dandone ancora una volta una “normale” rappresentazione. Sintomatico è che spesso, in queste occasioni, si pone l’accento sul coming out, senza andare oltre una richiesta di accettazione nel mondo eterosessuale. L’altro piano, invece, costruisce l’idea di un gay assimilabile, maschile tanto quanto un uomo etero bianco, che ancora una volta non mette in discussione il modello sociale dominante, ma che anzi legittima, alimenta e definisce egli stesso i ruoli di genere, rimarcando la sua normale virilità e sottolineando il fatto di non essere “esteticamente” gay. Si può in questo senso parlare di omonormatività, definendo l’idea di un omosessuale epurato di qualsiasi “eccedenza” fuori norma, che appunto viene totalmente inglobato dal patriarcato, perde qualsiasi elemento di rottura e che, per farsi accettare, deve necessariamente rientrare all’interno dei canoni stabiliti da una società, lo ribadiamo, eteronormata e maschilista.

Una rappresentazione, inoltre, manchevole totalmente di tutte quelle rivendicazioni legate al welfare, al lavoro e al ribaltamento della società, mantenendo invece soltanto una prospettiva legata al riconoscimento della coppia e dell’amore omosessuale, che per quanto importanti, riproducono, come abbiamo già scritto, la necessità di essere inclusi e, purtroppo spesso, tollerati all’interno della società attuale.

Chiaramente questi elementi non significano che preferiremmo una totale eliminazione delle esistenze LGBTQIA+ dai media mainstream: narrare delle nostre vite è un ulteriore elemento necessario per il contrasto ai pregiudizi legati all’ignoranza diffusa su queste tematiche. A questo aggiungiamo che non pensiamo vada portata avanti una lotta contro gli stereotipi o che vadano criminalizzati, questo perché ogni stereotipo esiste in quanto qualcuno risponde a quei “requisiti” che lo hanno definito. Tuttavia, riteniamo importante innanzitutto un allargamento nella narrazione delle esperienze, includendo e dando spazio anche a tutte quelle soggettività ad oggi escluse dal dibattito, ma rivendichiamo anche la necessità di dare rappresentazione della varietà e delle differenze, non definendo una sola idea di omosessuale spogliato di qualsiasi elemento fuorinorma. Abbattimento degli stereotipi, quindi, in quanto categorie predefinite che definiscono e costruiscono ruoli prestabiliti, lasciando fuori altre esperienze e altre soggettività.

Non sono mancati, poi, soprattutto nell’ultimo periodo, narrazioni inquinate che miravano a costruire uno “scandalo” attorno al mondo omosessuale, attaccando la vita privata e la sessualità della comunità LGBTQIA+. Ad essere messi sotto giudizio, in particolare, sono stati i luoghi frequentati da persone omosessuali in cui si ha la libertà di vivere serenamente la propria sessualità senza scalpore o tabù, mancando, in questa rappresentazione, la capacità di fare un discorso ampio legato alla sessualità tutta, ai rischi che si corrono praticando sesso senza preservativo, alla diffusione, ancora oggi troppo elevata, della malattie sessualmente trasmissibili, alla mancanza di educazione sessuale nelle nostre scuole. Quello che invece si è preferito fare è stato denigrare la comunità LGBTQIA+, come se nel mondo eterosessuale non esista sesso occassionale o luoghi preferenziali per questo. Abbiamo ribadito più volte che questa sessuofobia imperante all’interno del nostro Paese è fuorviante e mira a costruire narrazioni cancerogene per la piena autodeterminazione di tutti gli individui e per una sessualità laica e consapevole da parte di ciascuno di noi. Attaccare spazi frequentati da omosessuali, sostenendo che questi siano i luoghi del diavolo in cui si fa sesso promiscuo indinstintamente senza precauzioni, fomentando la soppressione degli stessi, è sintomo del pensiero omofobico e sessuofobico che domina la nostra società. Tutt* possono e devono poter fare sesso liberamente e consapevolmente, quando dove e con chi vogliono, purché vi sia sempre il consenso di tutte le parti in gioco e siano prese tutte le necessarie precauzioni per evitare i pericoli fisiologici del sesso: se questo crea ancora scandalo è un problema culturale che va estirpato alla radice. Ma, ancora una volta, si è persa l’occasione di informare sul sesso e sulla sessualità per costruire una narrazione mediatica che potesse essere costruttiva e sensibilizzatrice, preferendo invece rincorrere la mediaticità, attaccare il nostro privato, entrare nelle nostre vite e nelle nostre mutande senza vergogna.

Poniamo infine l’accento sul tema più generale dell’esistenza stessa di spazi dedicati al mondo LGBTQIA+, poiché spesso crea stupore l’idea che esistano luoghi “esclusivi” che qualcuno definisce ghettizzanti per la nostra comunità. Anche quello che ci circonda, il modo in cui sono costruiti determinati spazi e le regole che vigono all’interno di questi sono necessariamente frutto di una cultura eteronormata, in cui le persone omosessuali e “fuorinorma” non riescono ad esprimere sé stessi. Avere dunque degli spazi LGBTQIA+ safe è ad oggi estremamente importante per poter esprimere liberamente la socialità, l’affettività e anche la sessualità non eterosessuale. Nulla di ciò che ci circonda è neutrale: evitare che le stesse regole vigenti nel mondo eterosessuale diventino il presupposto su cui poi si basano i nostri stessi spazi, diventando essi stessi escludenti per le soggettività tutte è fondamentale. Rivendichiamo, allora, spazi in cui esprimere sé stessi, luoghi in cui a nessuno vengano richieste giustificazioni, zone di autodeterminazione che possano rappresentare davvero una rottura con il mondo attorno, per soggettivizzare e costruire il ribaltamento complessivo della società!

(To be continued…)

Seconda parte: Terrorismo frocio, razzismo e omonazionalismo –> https://goo.gl/RgZEeK

Terza parte: Lavoro e politiche aziendali: oltre il diversity management –> https://goo.gl/sk8GPB

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