Dalla difesa all’attacco! Il 9 maggio scendi in piazza!

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17973552_10154979586191023_8185357403883953792_oIl 9 maggio saranno somministrate le prove Invalsi alle seconde classi di tutto il Paese.

Ogni anno con irriverenza e creatività le studentesse e gli studenti del Pease boicottano le Invalsi, imbrattano le prove con i loro disegni e la loro creatività. Quest’anno la giornata avrà una valenza ulteriore in quanto, per colpa di quanto contenuto nelle deleghe alla 107 di recente approvazione, le Invalsi verranno inseriti in via obbligatoria nella classe V.

Partiamo da qui per proporre una riflessione strutturale su scuola ed università in Italia, convinti degli esiti convergenti dei processi che si sono messi in campo, seppur in tempistiche diverse, dicendo fin da subito che la valutazione è un elemento chiave delle trasformazioni della formazione scolastica e universitaria.

Novità contenuta nella delega è, infatti, l’introduzione delle Invalsi nella classe V come elemento necessario per l’ammissione all’esame di stato, espediente fin troppo convergente con la necessità, espressa dall’Anvur, di utilizzare le stesse prove come criterio selettivo per l’accesso all’università.

La valutazione individuale delle prove Invalsi in Liceo inoltre creerebbe una dualità tra il voto dell’esame di stato e il voto delle Invalsi che nei fatti metterebbe in discussione il valore legale del titolo di studio. Non bastano, quindi, i numeri chiusi e programmati già troppo presenti nelle facoltà del Paese e neppure i dati Eurostat che vedono l’Italia penultima per numero di laureati.

11150715_1013136872037616_8448377109568926574_n-600x450Ancor più sconcertante la scelta presa nell’ultima legge di stabilità di legare le prove Invalsi, oltre che le medie dei voti relativi all’ultimo triennio di scuola superiore, all’introduzione di un nuovo canale di borse di studio per l’università, le cosiddette “superborse”. Un canale di finanziamento che, dato l’arretramento dello Stato negli ultimi anni sul finanziamento agli enti locali e l’assenza dei livelli essenziali delle prestazioni nazionali per studenti meno abbienti, nei fatti, introduce i precedenti per un processo di “inclusione differenziale”: assicurare la borsa di studio sotto i 20.000 di Isee solo per chi supera anche alcuni criteri di merito. Non più quindi, la garanzia per i privi di mezzi di accedere agli studi, ma solo per i capaci e meritevoli privi di mezzi, con un’interpretazione fin troppo stringente e strumentalizzata dell’articolo 34 della Costituzione.

Con oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta, oltre 10 in povertà relativa, il nostro Paese non permette mobilità sociale, ma solo riproduzione delle condizioni di bisogno.

Il merito è un espediente utilizzato per giustificare la volontà politica di non investire sul futuro del Pease senza che ciò faccia indignare l’opinione pubblica. E’ espediente per convincere i ben pensanti che sia giusto, con tali condizioni di povertà e di diversità tra Nord e Sud, assicurare ai ricchi di avere gli strumenti per restare ricchi, ed ai poveri di avere gli strumenti per restare poveri. D’altronde crescere in una famiglia senza libri nella libreria, in un paesino senza una biblioteca, non è certo un impedimento all’essere “capaci e meritevoli”?

La cruda verità è che il “merito” inteso per come lo intendono i politici nostrani, esiste solo nei telefilm americani. Tutto ciò che la scuola e l’università insegnano è un senso di “fallimento”, come dimostrano le recenti statiche sull’ansia degli studenti. Un senso di fallimento collettivo, organizzato dall’alto per evitare di identificare il nemico. Così il problema diventiamo noi stessi, evidentemente troppo stupidi per aver diritto nel 2017 ad accedere ai più alti gradi di istruzione, e non i Governi che si sono susseguiti nel nostro Paese ad aver causato la crescita delle percentuali di Neet a cui ci troviamo ad assistere.
Nell’Università, dopo la volontà di valutare e quantificare in “crediti” il sapere appreso producendosi di fatto una dequalificazione dei contenuti e delle metodologie didattiche, da tempo ci troviamo davanti meccanismi premiali basati sulle classifiche Anvur che accumulano le briciole delle risorse di cui oggi disponiamo, secondo un perverso meccanismo di valutazione quantitativo basato sulla produttività e sull’efficientismo che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo e la valorizzazione della ricerca e della conoscenza, ma che innescano anzi, una deformazione delle finalità della ricerca tout court.
Non importa se con la ripartizione premiale del fondo di finanziamento, secondo i risultati della VQR, il tuo dipartimento abbia un finanziamento pari alla metà di un altro, l’importante è piegare la formazione alle competenze utili all’ingresso nel mercato del lavoro.

L’importante, d’altronde, è la classificazione delle “competenze”, nella scuola e nell’università, introdurre un “curriculum dello studente” che le certifichi perchè chiaramente il titolo di studio, seppur non ci risulta sia stata approvata alcuna legge a riguardo, oramai è un pezzo di carta straccia privo di valore. Contano le “esperienze” indipendentemente dal fatto che la tua scuola abbia o meno le possibilità di offrirtele. Contano così tanto da spacchettare il percorso universitario nel 3+2, indurre alla corsa ai master, farci credere che sia sempre più importante comporre il curriculum e farci spendere soldi su soldi nel migliore dei casi, farci fare esperienze di lavoro gratuito nel peggiore, per permetterci di riempirlo fino all’ultima riga, tanto che a volte ci pagano “in formazione” sbeffeggiandosi di noi.

Contano così tanto le “competenze” da introdurre un elaborato sull’alternanza scuola-lavoro alla maturità, come se l’importante fosse imparare un mestiere, non “saper fare”.

Ecco che si svela l’arcano dell’alternanza scuola-lavoro e dei tirocini universitari: abituarci all’idea che non esista una organizzazione del lavoro basata sulla divisione tra tempi di lavoro, tempi di studio e tempi di vita, che lo studio non sia uno strumento di “produzione” immateriale socialmente utile alla società, ma debba essere inglobato in un processo di “produzione” per davvero per essere valorizzato. Oramai è così centrale la formazione permanente nel modello di industria 4.0 che vogliono propinarci l’idea che questo non voglia dire un maggiore investimento del Paese e delle industrie in formazione, ricerca e sviluppo, ma un maggiore investimento individuale, di chi ha le risorse familiari necessarie, nella corsa ai diplomi ed agli attestati, nella produzione permanente di valore.

La data del 9 maggio risulta quindi centrale per sovvertire questi meccanismi che oramai delineano il modello economico verso cui stiamo tendendo, che rendono sempre più scuole e università luoghi della didattica orientata al superamento dei test più che di produzione di sapere critico e trasformazione dell’esistente, palestre della formazione on the job. A partire dal rifiuto della misurazione meramente quantitativa del valore della ricerca e della formazione come meri valori di scambio è necessario attivarsi per scardinare i capisaldi ideologici e i rapporti di potere consolidati in scuole e università.  

Se le deleghe della 107 chiudono un ciclo di imposizione dei meccanismi produttivi tra le mura scolastiche, noi ne apriremo uno per abbattere questa mura, per far tornare al centro una prospettiva di istruzione gratuita, di qualità e liberata, capace di sovvertire i meccanismi impostaci negli ultimi anni. D’altronde non c’è miglior difesa, si sa, dell’attacco. Sul nostro futuro non accettiamo nessuna delega, decidiamo noi.

 

La lista delle Piazze in tutta Italia > https://goo.gl/tYwxpU

Scarica i materiali > http://www.unionedeglistudenti.net/sito/stopinvalsi-verso-il-9-maggio-scarica-i-materiali/

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