No Tap: la terra tua amala e difendila! Siamo molti più di 7

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Il cantiere è stato riavviato, in tarda sera lo scorso 20 aprile. Dopo il via libera del Tar del Lazio ai lavori di espianto nell’area del cantiere TAP a Melendugno, del 19 aprile, che ha respinto il ricorso cautelare della Regione Puglia e la successiva autorizzazione da parte della Prefettura di Lecce alla continuazione dei lavori del cantiere.

Gli agenti della polizia hanno circondato di notte il presidio NO TAP, buttando giù le barricate messe in piedi dai manifestanti, opponendosi fisicamente con gli scudi, impedendo a uomini e donne che protestavano pacificamente di avvicinarsi al cantiere ed addirittura inseguendo e obbligando alcuni nelle campagne ad identificarsi. Il tutto in linea con il carattere fortemente repressivo ed autoritario delle manovre assunte dalle forze dell’ordine e dello Stato nel difendere e perorare la causa della multinazionale TAP, legata come noto, a interessi europei ed extraeuropei, come documentato dall’Espresso, con l’assenso dell’Azerbaijan e della Turchia di Erdogan nonchè con l’ausilio di uomini fedeli a Putin.  Vogliono davvero farci credere che un accordo internazionale con il dittatore turco permetterebbe al nostro paese di non essere più dipendente energeticamente o, almeno, in rapporti sicuri e che tutelano la democrazia?

L’esito del G7 energia, tenutosi a Roma nei primi giorni di Aprile, ci ha consegnato un panorama sostanzialmente inconcludente. Per far fronte agli impegni assunti dal nostro Paese a seguito della COP21, riteniamo necessario ridiscutere la Strategia Energetica Nazionale (Sen), che tenga dentro politiche energetiche, climatiche e ambientali ma che si interroghi anche sui modelli produttivi, economici e sociali. Riteniamo che la Sen debba abolire progressivamente gli incentivi alle fonti fossili, per garantire un reale riconversione energetica verso le fonti rinnovabili nel rispetto della sostenibilità ambientale, incrementandone l’efficienza energetica nella produzione e negli usi finali. Inoltre è necessario, e il caso Tap lo conferma, un protagonismo nelle scelte politiche da parte dei territori e dei parte di tutti i soggetti sociali; solo attraverso un processo realmente partecipato è possibile svincolare questi processi dagli interessi di pochi e restituirli ai territori, e ai cittadini tutti.

 

Sconcertante è stata anche la doppiezza delle dichiarazioni rilasciate dal governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, che è stato capace di cambiare posizione con una rapidità imbarazzante sia sulla legittimità della costruzione di un gasdotto nella nostra regione, sia sul luogo dove creare l’approdo, sia sulle tempistiche da rispettare. Per assurdo il governatore ha addirittura dichiarato che i pugliesi sarebbero stati favorevoli alla costruzione del gasdotto nel momento in cui l’approdo fosse stato spostato nell’entroterra, allontanandolo dalle spiagge, quando sin dai primi giorni di protesta i NO TAP hanno chiarito  che esso non dovesse arrivare «né qui né altrove, né ora né mai!» proprio per evidenziare quanto la popolazione inascoltata ritenga questa mossa tutta strategica fortemente inadatta ai bisogni di tanti popoli, tanti territori, tante vite. Inoltre, il NO dei manifestanti va anche a tutte le politiche economiche che da decenni distruggono il territorio pugliese e in moltissimi casi la salute di chi lo abita,  come la centrale termoelettrica Edipower a Brindisi, il polo petrolchimico di Enipower sempre in territorio brindisino e il mostro siderurgico Ilva/Italsider situata a Taranto. In realtà, sappiamo bene che le posizioni di Emiliano “a favore dei manifestanti” siano determinate unicamente da interessi politici non indifferenti del governatore pugliese, un modo di muoversi in perfetta sintonia con l’incapacità della regione di ascoltare i bisogni della gente comune, di studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, l’incapacità di incontrare i bisogni reali e partire da quelli per costruire un modello di sviluppo economico territoriale rispettoso dell’ambiente.

Ad Emiliano ha risposto il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, che in ogni dichiarazione ha esposto la necessità di continuare i lavori di espianto e costruzione a qualsiasi condizione soprattutto per poter stare nei “tempi previsti” dei lavori. Calenda ha ribadito più volte quanto la costruzione del metanodotto TAP sia «strategica e fondamentale per conseguire gli obiettivi di sicurezza energetica, di decarbonizzazione e di competitività dei prezzi».

Nulla di più falso: in base a una rilevazione del 2014 del Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia, la regione  produce l’86,9 % in eccedenza sul suo fabbisogno energetico, considerati gli impianti termoelettrici, idroelettrici, fotovoltaici ed eolici creati (anche sconsideratamente) sul territorio pugliese. La tanto sbandierata necessità di questa impresa è smentita, la Puglia non ha bisogno di dotarsi di un altro stabilimento che ha una prospettiva di vita e funzionalità davvero breve (si presume che le riserve di metano dell’Azerbaijan si esauriranno entro il 2025, quindi neanche dieci anni per intenderci) e quindi non solo danneggerebbe il territorio durante questo periodo, ma l’infrastruttura obsoleta rimarrebbe sotterranea al terreno col rischio di continuare ad inquinare in eterno. Inoltre lo stesso processo estrattivo del gas risulta essere dannoso per l’ambiente perché rappresenta una delle principali cause di alterazione del clima attraverso l’emissione di CO2 ed il suo trasporto su ampia scala prevede la presenza di siti di stoccaggio, stabilimenti pericolosi per l’elevato rischio sismico che interessa gran parte dell’Italia.

 

Il tutto avviene nel silenzio assordante del governo che continua ad ignorare le forti rivendicazioni delle comunità locali che fermamente si sono opposte al progetto di espianto degli ulivi per la costruzione del gasdotto. Un governo che fin dal primo momento, non rispettando la procedura VIA (Valutazione Impatto Ambientale), ha dimostrato di non avere interesse nel coinvolgere le comunità locali nella decisione, mettendo per l’ennesima volta gli interessi di pochi dinanzi ai bisogni dei molti.

 

Come studenti e studentesse pugliesi riteniamo il progetto inutilmente dannoso per il nostro splendido quanto già martoriato territorio, nonché frutto di un processo che ha deliberatamente escluso i territori dalle decisioni che li condizionano. Siamo stanchi di progetti e decisioni prese dall’alto che non tengano conto di chi vive i territori, di chi, giorno per giorno, lavora e lotta affinché ci sia un miglioramento reale. Vogliamo poter decidere sui nostri territori e sullo sviluppo economico e industriale da costruire su di essi, perché crediamo che temi quali l’ambiente, lo sviluppo sostenibile, la salute e la salvaguardia della bellezza del territorio, abbiano la necessità di tornare a far parte del dibattito pubblico ma soprattutto di tornare nelle mani di studenti, lavoratori, ricercatori e di tutti coloro che credono nel cambiamento e in un altro modello di sviluppo, in una crescita reale della propria terra,  che riesca a coniugare il bisogno di progresso e il rispetto del territorio.

Per questo sosteniamo che si debba parlare di democrazia energetica: perché crediamo che la tanto acclamata “indipendenza”, ovvero il non dover sottostare a ricatti di altre potenze internazionali, possa essere raggiunta solo restituendo alla popolazione il potere decisionale, nonché i mezzi di produzione energetica. È necessario un investimento politico ed economico che abbia come obiettivo la riconversione ecologica, garantendo l’accesso diffuso alle energie rinnovabili sul territorio per soddisfare le necessità di tutte e tutti, anziché favorire i poco trasparenti interessi di multinazionali e governi autoritari.

 

Crediamo che questa lotta debba estendersi il più possibile a tutti i cittadini, affinché ci si possa riappropriare  degli spazi di democrazia che scelte di questo tipo hanno tolto. Si tratta di una lotta emblematica a questo modello di sviluppo, una battaglia per la costruzione di un modello produttivo nuovo e realmente democratico.

Fondamentali in questa lotta sono i luoghi della formazione, in cui i saperi e la ricerca – attraverso l’aggiornamento dei piani di studio ancora incentrati su modelli produttivi rivelatisi fallimentari e dannosi per l’ambiente e la salute – devono creare e sperimentare dal basso un modello di sviluppo nuovo che tenga dentro il rispetto del territorio e la democrazia energetica, come unica possibilità di liberare i territori dallo sfruttamento e dal malaffare.  

 

Siamo fermamente convinti che le scelte sulle nostre vite e sui nostri territori non possano essere prese a tavolino da pochi e nell’interesse di pochi; crediamo che sia necessario aprire tavoli di discussione più ampi rimettendo al centro la decisionalità dei territori e di chi li abita.

In occasione del G7 Ambiente e del G7 Economia e Finanza che si terranno rispettivamente a Giugno a Bologna e a Maggio a Bari saremo nelle piazze e in ogni luogo di aggregazione sociale per discutere con tutti di un nuovo modello economico che finalmente si interroghi sullo sviluppo sostenibile, sul rapporto che intercorre tra lavoro e ambiente e sulla ridiscussione di un sistema economico che non privilegi i soliti noti ma tenda a garantire un futuro migliore ai più. Siamo molti più di sette, decidiamo noi!

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