Liberiamoci nelle piazze e nei quartieri, dalle mafie e dagli oppressori

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bariMartedì 25 aprile Bari ha riscoperto la Liberazione, in alcuni suoi punti. A partire dalla mattina, con il corteo antifascista che ha attraversato le strade della città vecchia tra luoghi simbolo della Resistenza e partigiani, con l’inaugurazione di un bene confiscato alle mafie, fino al pomeriggio e alla sera, riempiendo una piazza di un quartiere popolare con momenti di discussione, di ritrovo, di espressione delle necessità, di gioco.

Mentre altrove si vorrebbe proporre la data del 25 come una semplice occasione liturgica, di pura commemorazione che, per quanto legittima, si vedrà destinata ad esaurirsi nel tempo, man mano che i ricordi diverranno più sbiaditi e i testimoni sempre di meno, noi non possiamo che intendere quella giornata come un’occasione non solo per ricordare, ma anche per ripensare.

Ripensare a tutte quelle forme di oppressione che colpiscono coloro che oggi sono dimenticati dalle istituzioni, coloro che si trovano soli contro lo strapotere delle organizzazioni criminali, coloro che vivono in quartieri marginalizzati, senza luoghi di ritrovo o di divertimento dato che esistono solo in funzione di dormitorio, mentre le luci delle città si concentrano nelle zone centrali, coloro che condividono gli spazi della propria vita con gente di cui non gli importa l’origine, se vengono da un paese lontano, il colore della pelle, perché hanno imparato, nonostante le chiacchiere fasciste sull’immigrazione che i vari Salvini di turno sono liberi di propinarci in televisione, che chi condivide le tue stesse condizioni di vita è un tuo al alleato, un tuo amico, e non uno straniero.

Mentre dall’alto continuano ad arrivare attacchi verso l’accoglienza dei migranti, verso il cosiddetto “degrado” (ovvero tutte quelle situazioni di problematicità sociale che si manifestano in comportamenti non conformi agli standard delle classi sociali più agiati), verso il dissenso rivolto contro un modello sociale ed economico che non fa altro che ampliare le diseguaglianze spianando di fatto la strada ai movimenti neofascisti, l’unica risposta possibile è quella che, dal basso, prova ad organizzare le comunità, all’interno di percorsi di cooperazione e di responsabilizzazione.

In questo senso, riuscire ad aprire un immobile confiscato alle mafie, mettendolo a disposizione della cittadinanza, cercando di sottrarre i ragazzi alla morsa della criminalità, verso cui vengono spinti dalla mancanza di prospettive per il futuro e da un tessuto sociale completamente lasciato in mano ai boss, rappresenta per noi, considerate soprattutto le enormi difficoltà affrontate, a partire da quelle economiche per la messa a nuovo del bene, un risultato straordinario, che andrà curato, mantenuto e fatto crescere e su cui solo con il tempo e l’impegno si otterranno i primi risultati concreti in termini di aggregazione.

Allo stesso modo, allestire una piazza e renderla luogo di ritrovo, anche solo semplicemente con un biliardino per i bambini del quartiere che volessero divertirsi, discutere pubblicamente di quali attività realizzare nel quartiere e del senso del 25 aprile ci ha permesso di iniziare intessere rapporti con la cittadinanza, mettendo a disposizione una serie di risorse, siano anche semplicemente il nostro spazio fisico, che dovranno essere potenziate con le energie, le forze e l’inventiva di chi metteremo in condizione di avvicinarsi a noi, in un percorso che si prospetta anch’esso lungo e faticoso, ma che potrà darci una lunga serie di soddisfazioni.

Insomma, oggi come ieri, la strada si mostra lunga, impervia e in salita, ma non vi sono alternative. O questa, sfidando le problematiche, i rischi, le contraddizioni, o abbandonare tutto continuando a sopravvivere mentre il mondo intorno a noi va a fuoco, fino al punto in cui ci inghiottirà. Oggi come ieri, questo significa essere partigiani. Ora e sempre, Resistenza!

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