La Turchia spaccata a metà: welcome to Erdoganistan!

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Un paese spaccato a metà, tra chi ha scelto di delegare le sorti della propria esistenza e della Turchia interaThe-Turkish-Democracy-The-Globe-Post al sultano Erdogan, e chi invece si è rifiutato di concedergli un potere quasi assoluto, secondo il disegno contenuto all’interno della riforma costituzionale oggetto della consultazione popolare che si è svolta ieri nel paese.

È questo l’esito che emerge dai seggi, in una giornata che con l’affermazione dell’ “evet” (SI) rischia di chiudere definitivamente un ciclo, quello di una progressiva stretta autoritaria messa in campo negli ultimi anni per mano del governo. Un voto probabilmente truccato, denunciato da moltissimo materiale proveniente dalle postazioni elettorali, così come denunciato dalle principali forze di opposizione: l’HDP (realtà in cui è molto forte la trazione filo-curda) alla chiusura delle operazioni di spoglio ha annunciato ricorsi che interesseranno 2/3 dei seggi, all’interno dei quali si sarebbero verificate irregolarità riguardanti circa il 2/3% dei voti totali (dato fondamentale se considerato il distacco finale tra le due fazioni, di 2 punti percentuali). Un risultato che dunque è ancora in discussione, ma che in ogni caso non possiamo scindere dal contesto politico nel quale si è collocato, in quanto rappresenta un vero e proprio coronamento nel processo di instaurazione del regime Erdogan.

Partiamo da un dato significativo: all’interno delle carceri del paese l’80% dei detenuti si è espresso contro il disegno di riforma proposto, percentuale che rispecchia perfettamente l’utilizzo che negli ultimi anni si è fatto nel paese del potere giudiziario. Centinaia di oppositori politici, docenti, giudici, avvocati, parlamentari e giornalisti arrestati e incarcerati per volontà precisa del presidente turco e del suo partito, l’AKP, una pratica che si è definitivamente affermata dopo il presunto golpe militare del Luglio 2016. La stessa contenuta all’interno del disegno di riforma costituzionale, il quale concede al presidente pieni poteri per quanto riguarda l’apparato militare, il sistema giudiziario e quello universitario, eliminando di fatto qualsiasi contrappeso democratico con la marginalizzazione del ruolo del parlamento così come con l’introduzione di uno stato d’emergenza de facto.

Un tentativo complessivo di rimozione delle forme di dissenso esistenti, che già in larga parte ha influenzato una campagna elettorale sbilanciata, a partire dal ruolo del sistema mediatico, a favore della riforma.Quello in corso in Turchia è un vero e proprio regresso ad un sistema medievale e autocratico, dove Erdogan potrà conservare il suo potere fino al 2034 al contempo dotandosi degli strumenti necessari a difenderlo contro ogni oppositore: molto preoccupante è la prospettiva indicata dal presidente nell’indizione di una nuova consultazione per la reintroduzione della pena di morte nel paese.

Eppure, rispetto alle previsioni, la spaccatura netta del paese in due ci consegna un altro dato importante, a partire dalla vittoria del NO, Hayir, nei principali contesti metropolitani del paese, così come nelle aree del Kurdistan turco. Ci racconta di un’opposizione sociale e politica viva nel tessuto sociale, nonostante il vero e proprio attacco militare portato dal governo e dal suo partito di maggioranza alla minoranza curda  (se pensiamo ai raid ai danni dei parlamentari dell’HDP, così come alla sistematica distruzione delle regioni curde) messo in atto concretamente dalle frange dell’estrema destra che sostiene Erdogan (dall’MHP, partito ultranazionalista, e dai suoi “lupi grigi”) insieme all’esercito. Allo stesso tempo ci dice di una composizione metropolitana ancora figlia delle rivolte di Gezi Park e della presa di parola pubblica e collettiva contro l’imposizione di un potere statale che al tempo mostrava i primi segni di quella che si è rivelata a tutti gli effetti una natura autoritaria e fascista.

A livello interno si gioca sicuramente la partita più importante dei prossimi mesi, o 16nisan-besiktas-kartalforse anni, nella capacità di costruire contro  il regime Erdogan: dall’esperienza del confederalismo democratico curdo, dall’esercizio continuo di pratiche di democrazia radicale e alternativa al modello di società proposto dall’AKP e dalle sue peggiori tendenze, può nascere quella risposta che un’eventuale conferma della vittoria del SI imporrebbe come necessaria, per quanto ancor più complicata. Le migliaia di persone che già questa notte hanno invaso le strade delle principali città del paese rappresentano in questo senso un segnale di vivacità sociale importante di una composizione, in larga parte giovanile, che è decisa a non subire supinamente l’esito delle urne e le conseguenze che questo porterà.

Al contempo le vicende elettorali di ieri meritano una lettura anche per quanto riguarda il piano internazionale e geopolitico, così come una presa di coscienza, oltre i confini turchi, della partita da giocare. In particolare rispetto al contesto europeo, laddove l’intera UE ha scelto consapevolmente di porsi in una condizione di ricattabilità diretta da parte del governo di Ankara, in relazione alla gestione dei flussi migratori. In cambio di miliardi di euro si è deciso di appaltare letteralmente la gestione dei flussi migratori alla Turchia, nella speranza di arginare l’ascesa delle destre xenofobe e neofasciste, avallando di fatto una forma di violenza sfrenata messa in atto dai militari turchi, al confine con la Siria, a danno di migliaia di uomini e donne nel tentativo di respingerli sul tragitto verso l’Occidente. Quella violenza che ha portato in carcere pochi giorni fa anche Gabriele Del Grande, giornalista italiano fermato nelle zone di frontiera mentre tentava di documentare la gestione turca dei flussi, rispetto al quale ancora attendiamo una presa di parola pubblica decisa da parte del governo italiano e delle istituzioni comunitarie. È evidente come da parte degli stati membri dell’UE vi sia di fatto un’ambiguità ed una sostanziale connivenza nei confronti del sultano Erdogan, che nasce dalla volontà di garantire la stabilità di un nodo cruciale come quello turco, in particolare alla luce degli avvenimenti che hanno interessato la Siria negli ultimi giorni.

Del resto facciamo fatica a vedere alcun elemento di incompatibilità assoluta tra le scelte politiche di Erdogan e quelle che sono le tendenze europee riguardo a molte questioni in discussione: basti pensare alla riforma costituzionale bocciata nel nostro paese il 4 Dicembre, o ai recenti decreti Minniti in materia di migrazioni e sicurezza. Tendenze in aperta contraddizione con quelli che sono alcuni dei valori fondativi di un’Europa ideale, quali la democrazia e l’antifascismo, che facciamo sempre più fatica a riconoscere nel quadro attuale.

Noi crediamo che non possa più esistere alcuna forma di ambiguità rispetto ad un regime di questo tipo: adesso tocca a noi dire alcuni ““HAYIR””. NO all’accordo sui flussi con l’UE, NO alla criminalizzazione delle popolazioni curde e del PKK, NO al regime totalitario e fascista del sultano Erdogan. Per conto nostro faremo sentire la nostra voce chiara e forte in ogni occasione, fin sulle strade di Amburgo dove a Luglio Erdogan è atteso insieme agli altri grandi della terra per presenziare al vertice del G20, al fianco di chi, in un mondo che assomiglia sempre più ad una scacchiera di conflitti, lotta ogni giorno, dal Kurdistan a Istanbul, per la pace, l’autodeterminazione e la libertà di tutte e tutti!

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