Green is the new black: verso il G7 ambiente!

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green is the new blackQuest’anno in Italia ospiteremo due importanti eventi: G7 energia, 9/10 aprile a Roma; G7 ambiente, 10-12 giugno a Bologna. Si tratterà di due importanti vertici tra i “potenti” della Terra: luoghi chiusi dove, sulle spalle di miliardi di persone, si consumano sterili trattative influenzate dai grandi interessi economici e finanziari delle principali lobby petrolifere, edilizie e industriali del mondo.  Non ci aspettiamo un reale avanzamento ma solo un’ulteriore occasione per avere visibilità e dare l’impressione di assumere una iniziativa concreta per rispondere al tema ambientale: i potenti della Terra si preparano all’ennesima pratica di greenwashing.

Anche in occasione della Cop 22 lo scorso novembre abbiamo avuto la conferma che da anni questi incontri tra i vertici mondiali sono inconcludenti, soprattutto sul lato pratico. La cop 22 avrebbe dovuto avere la funzione di porre paletti concreti per attuare quanto stabilito durante la Cop21, a dicembre 2015 (limitare l’aumento della temperatura di 1,5 C°). Nemmeno stavolta i delegati presenti sono riusciti a stabilire come uscire dall’impasse della lotta ai cambiamenti climatici, procrastinando a dicembre 2018 – quando si terrà la Cop24 – la definizione di un regolamento su come i singoli stati abbasseranno le emissioni di CO2.

In Italia ad aprile e giugno saranno presenti anche i ministri del governo Trump; sarà la prima volta dall’ultima elezione che parteciperanno a tale vertice i ministri del governo negazionista della Casa Bianca, il quale stenta ad avere attenzione e sensibilità per la tutela dell’ambiente e della salute.

Questo elemento non fa che convincerci della necessità di unire le lotte ambientali, presenti a livello nazionale e internazionale, per costruire un movimento ambientalista che parta dai territori, dal basso, per essere fucina di costruzione di alternativa.

In tutto il mondo milioni di persone stanno combattendo contro i cambiamenti climatici, la devastazione dei loro territori, delle loro vite e da anni attraversano il Mediterraneo e migrano verso l’Europa, per sfuggire alla siccità, alle carestie, alle guerre per l’approvvigionamento delle risorse idriche ed energetiche. Sperano in una vita migliore, ma spesso trovano la morte, anche per le gravi responsabilità delle istituzione europee, che continuano a perseguire politiche di chiusura e di esternalizzazione delle frontiere.

Il  nostro Paese è attraversato, da sud a nord, da centinaia di conflitti ambientali, da persone che si mettono in gioco per difendere la propria vita e quella dei loro territori, delle loro terre e città, che lottano per il diritto alla salute,  all’autodeterminazione, alla partecipazione, al paesaggio e all’istruzione, che rifiutano il ricatto tra lavoro e vita.

Esiste un’esigenza ed è l’esigenza di democrazia da parte di chi percepisce le contraddizioni che viviamo sulla nostra pelle, per rivendicare una vita dignitosa e giusta, il diritto di partecipare attivamente al governo dei propri territori.

Non possiamo accettare che poche persone chiuse in una stanza decidano delle nostre vite, per questo motivo abbiamo sostenuto l’attivazione di un percorso di lotta verso il G7 Ambiente di Bologna. E’ necessario creare un processo di convergenza e moltiplicazione delle esperienze di lotta territoriali e transnazionali sulle questioni ambientali, partendo dalla condivisione e dalla diversità di contesti, prospettive, pratiche e rivendicazioni: al G7 dobbiamo portare fuori dal Palazzo la voce e la forza dei popoli che vogliono riappropriarsi dei propri territori e non accettano imposizioni dall’alto.

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RILANCIARE LA LOTTA A PARTIRE DAL NOSTRO PAESE

 

Sul piano nazionale abbiamo assistito, dopo anni di stasi, ad una partecipazione popolare sui temi ambientali attraverso il referendum del 17 aprile. Una partecipazione non sufficiente, evidentemente, per l’obiettivo dell’abolizione delle piattaforme petrolifere sulle coste del nostro paese, ma sicuramente un ottimo punto di partenza dal punto di vista della partecipazione. La presa di parola da parte di quasi di 13milioni di persone è un dato che esprime con forza la necessità di cambiare l’attuale modello di sviluppo fondato sul profitto delle grandi multinazionali petrolifere.

Da quella data e da quel risultato la Rete della Conoscenza si è interrogata su come, a partire dai luoghi della formazione, fosse possibile reinventare un modello di sviluppo e di produzione alternativo, basato sul concetto di democrazia energetica e quindi sul coinvolgimento popolare nei processi decisionali e di sviluppo dei territori, utilizzando fonti energetiche non solo pulite ma anche gestite tramite la partecipazione dal basso.

In quest’ottica l’elaborazione di una nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN), che in Italia è attualmente ferma su obiettivi politici obsoleti e non aggiornati rispetto alle strategie di sviluppo sostenibile europee come quella di Europa 2020, è assolutamente centrale e necessaria. Se il Governo, continua a sostenere il ricorso alle fonti fossili, la nuova SEN deve imporre una inversione di rotta radicale. Innanzitutto deve essere un processo costruito a partire dalle esigenze dei territori e non calato dall’alto, richiesta in più occasioni già esplicitata al Governo (un esempio tra tanti è l’incontro che la Coalizione Clima ha ottenuto durante lo svolgimento della COP22) ma mai mantenuta. Vediamo altri esempi in Europa in cui, dopo le numerose proteste e manifestazioni organizzate da cittadini e cittadine, i governo hanno aperto una discussione sulle SEN che vivesse dei contributi e dei bisogni territoriali – in Francia in particolare si sono svolte migliaia di assemblee popolari sui territori. Nel merito della strategia, poi, è centrale sostenere il ricorso a fonti energetiche pulite al 100% e la costruzione di impianti di dimensioni ridotte e direttamente gestite dalle comunità locali anzichè da chi non ha alcun interesse verso i territori e le persone ma solo verso il profitto privato. La nuova SEN dovrà tenere certamente conto delle discussioni internazionali avvenute negli ultimi anni, prima tra tutte l’Accordo di Parigi, quindi dei principi di adattamento e mitigazione discussi anche a Marrakech durante la COP22. Sull’adattamento climatico i nostri Ministeri si interrogano da anni ormai sulle strategie e linee guida opportune da mettere in campo che però non sono mai state realmente applicate: un adattamento climatico è necessario nel momento in cui è riconosciuta la responsabilità da parte dell’uomo nella determinazione degli attuali cambiamenti climatici; le politiche da attuare devono quindi guardare ad una totale inversione del modello fino ad oggi applicato e basato sulla industrializzazione, volgendo lo sguardo verso uno sviluppo di tipo rurale, sostenibile, partecipato e che tenga integrati l’aspetto del lavoro, della salute, della biodiversità e della democrazia.

Un esempio è il caso ILVA, grande industria della morte in cui i lavoratori e la cittadinanza del territorio tarantino sono soggetti costantemente al ricatto tra ambiente, lavoro e salute. Ad oggi si discute in maniera confusa di eventuali soluzioni da applicare: da una parte il governatore pugliese Michele Emiliano sostiene l’utilizzo del gas naturale che dovrebbe attraversare la penisola tramite il gasdotto TAP, mentre altri soggetti privati ed esterni interessati all’acquisto della fabbrica parlano di decarbonizzazione. Fondamentale è parlare da un lato di decarbonizzazione totale, dall’altro aprire una riflessione sulla giusta transizione dei lavoratori impiegati in questa o tante altre fabbriche ed aziende simili sparse sul territorio nazionale, parallelamente ad una gestione endogena della produzione della fabbrica.

Quello dell’ILVA è uno dei tanti conflitti ambientali presenti in Italia. E’ possibile osservarne l’elevata quantità attraverso la mappatura dei conflitti ambientali elaborata dal CDCA e grazie ad un lavoro di approfondimento sui singoli conflitti che in questi mesi sono stati svolti anche in scuole ed università con migliaia di studenti e studentesse, .

Nel nostro paese l’attivazione della popolazione per la difesa del territorio e della salute di chi in questo vive è assai forte e sono moltissimi i comitati che continuamente nascono e generano partecipazione per l’analisi e la costruzione di pratiche conflittuali. I conflitti ambientali sono numerosi ed è centrale il collegamento che tra questi si deve costruire: soltanto attraverso l’organizzazione e la messa in rete di tutte le forze sparse sui singoli territori è possibile non solo alzare il livello del conflitto ma anche elaborare risposte ed alternative alla gestione territoriale e al modello di sviluppo impostoci. Dall’altra parte è chiaro che deve esserci, da parte delle istituzioni, un’apertura verso chi si organizza sui territori, cosa oggi assente e anzi sostituita quasi nella totalità dei casi da risposte di tipo repressivo, che soffocano la democrazia e la volontà di riscatto da parte delle persone e dei territori.

SCUOLE E UNIVERSITA’ NEL CONFLITTO AMBIENTALE

La transizione verso un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ecologico necessità di un forte investimento nell’istruzione e nella ricerca. L’utopia concreta dei rapporti di produzione fondati sulla condivisione e l’adattamento per soddisfare i bisogni sociali richiede nuove tecnologie e nuove chiavi interpretative sui rapporti sociali e sul senso del mondo che ci circonda. Dobbiamo constatare che l’attuale ruolo dei saperi nelle trasformazioni del modello di produzione e consumo è in realtà del tutto subalterno al capitale, con una sovradeterminazione degli obiettivi dell’istruzione e della ricerca.

Vi è ancora una grave assenza nei nostri luoghi della formazione di studio e discussione riguardo la questione ambientale, ma anche laddove tali tematiche vengono affrontate, emergono dei gravi limiti. A partire dalla didattica nelle scuole e nelle università troppo spesso la riflessione si limita all’analisi degli effetti ambientali dello sviluppo, ma senza una critica sistemica che arrivi alle radici del conflitto tra capitale e ambiente: in tal modo il problema viene ricondotto ad un livello di “inefficienza” del mercato piuttosto che ad una contraddizione intrinseca al sistema economico e sociale in cui viviamo. Nell’affrontare le tematiche della transizione energetica e delle tecnologie ecosostenibili si adotta troppo spesso un approccio falsamente neutro, che eclissa totalmente le ricadute sociali delle differenti modalità di applicazione delle tecnologie “green”. A causa della falsa neutralità delle tecnologie, manca un processo di formazione di coscienza critica rispetto alle modalità ed ai costi sociali della trasformazione ecologica. Le esperienze di alternanza scuola lavoro in imprese altamente inquinanti come Enel, Saras, Eni sono il principale indicatore dell’interesse per i luoghi della formazione da parte del grande capitale che devasta i nostri territori. Il sindacato studentesco si impegna, anche tramite la campagna “Studenti per l’ambiente”, nell’apertura di spazi di confronto politico e riflessione scientifica all’interno dei luoghi della formazione, per facilitare la costruzione di consapevolezza e partecipazione tra le studentesse e gli studenti intorno alla lotta per la rivoluzione ecologica. Inoltre riteniamo inaccettabile la collaborazione tra le istituzioni formative e le imprese inquinanti per l’offerta formativa.

Nel campo della ricerca si manifestano ulteriori contraddizioni, poiché gran parte del finanziamento ai progetti di ricerca deriva da investimenti privati. In primo luogo emerge il problema del finanziamento pubblico: senza un ruolo attivo e protagonista dello Stato nella promozione della ricerca, il progresso tecnico-scientifico viene consegnato alla subalternità verso i privati, poiché viene meno l’indipendenza reale della comunità scientifica. Ciò non significa criminalizzare la partecipazione con capitali privati alle attività di ricerca, bensì rivendicare l’autonomia della ricerca pubblica grazie alla sostenibilità finanziaria garantita dallo Stato piuttosto che dai privati. Il ruolo del capitale nella ricerca ha differenti connotazioni. Da una parte persiste l’investimento in tecnologie che favoriscano il “greenwashing”, ovvero una mitigazione dei danni ambientali delle attività di impresa che non rimuove alla radice lo sfruttamento dei territori ed i danni alle comunità. Dall’altra il protagonismo dei privati nella brevettazione di tecnologie avanguardistiche rischia di consegnare nelle mani di poche multinazionali, oppure dei Paesi di prima industrializzazione, il controllo su tecnologie fondamentali per il futuro dell’umanità, con un inasprimento delle diseguaglianze.

Per superare questo asservimento dei luoghi del sapere agli interessi privati rivendichiamo un maggiore finanziamento pubblico ed una maggiore autonomia delle istituzioni formative e degli enti di ricerca, la revisione totale della didattica affinché emerga la necessaria consapevolezza sull’emergenza ambientale e l’orientamento della ricerca verso tecnologie, sistemi, analisi che favoriscano il superamento delle diseguaglianze e del conflitto tra capitale, lavoro e ambiente.

PRASSI TECNOLOGICA E GOVERNO DAL BASSO DELLA TRASFORMAZIONE

La questione ambientale troppo spesso viene affrontata in maniera settoriale, slegata da una riflessione complessiva sul modello di sviluppo, la produzione, i consumi e i rapporti sociali nelle nostre comunità. Tuttavia non è possibile superare la crisi climatica all’interno del sistema economico in cui viviamo, fondato sulla speculazione, le diseguaglianze e lo sfruttamento dei territori e delle persone. Per questo i processi di trasformazione dei rapporti di produzione e consumo devono interrogarci sulle nuove sfide da affrontare per salvare l’umanità e l’ambiente.

La cosiddetta Quarta rivoluzione industriale è un fenomeno complesso di innovazione e riorganizzazione delle catene globali di produzione del valore. Tramite le nuove tecnologie è possibile controllare simultaneamente tutto il processo produttivo, garantendo una straordinaria flessibilità della produzione rispetto alle variazioni della domanda. Questo significa ridurre i costi di produzione, in particolare gli sprechi, intervenendo tempestivamente sulle disfunzioni del processo produttivo e sui volumi di produzione, evitando le dispersioni di tempo e risorse. Come per ogni altra grande trasformazione dei sistemi produttivi, le nuove tecnologie non hanno effetti univoci e necessari sui rapporti di forza nel conflitto tra capitale, lavoro e ambiente. Infatti è necessario analizzare questi fenomeni come “prassi tencologica”, ovvero una applicazione delle innovazioni tecnico-scientifiche secondo differenti interessi. La Quarta rivoluzione industriale può causare un inasprimento dello sfruttamento del lavoro, aumentando la disoccupazione e creando nuove diseguaglianze, se il processo di trasformazione viene lasciato in mano agli stessi poteri economico-finanziari che hanno causato la crisi del 2008 oppure hanno devastato i nostri territori con la loro attività speculativa. Allo stesso modo un processo di innovazione della produzione guidato dal paradigma del profitto privato e promosso dai grandi capitali non può rispondere alle esigenze di ristrutturazione ecologica totale del modello di sviluppo, ma può solo limitarsi ad un fenomeno di “greenwashing” che tramite nuove tecnologie eco-friendly non supera il conflitto tra capitale e ambiente né le diseguaglianze causate dallo sfruttamento dei territori – abbiamo visto queste contraddizioni con la diffusione della produzione energetica da fonti rinnovabili. Un esempio calzante di questo rischio è dato dall’investimento della raffineria più grande del Mediterraneo, la SARAS di Sarroch in Saregna, nei sistemi classificati come “industria 4.0”: non possiamo permettere che le nuove tecnologie forniscano nuova linfa alle imprese inquinanti. Inoltre la logica aziendalista rischia di depotenziare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, come dimostrano le analisi di numerose aziende innovatrici, per esempio Avvenia,  che investono sull’efficienza energetica – perché riduce i costi aumentando i profitti – piuttosto che sulle transizione verso un modello totalmente ecosostenibile di approvvigionamento e consumo dell’energia, che sarebbe maggiormente oneroso per i privati.

Questa rivoluzione della produzione e del consumo deve essere orientata verso un nuovo modello sviluppo fondato sulla risposta ai bisogni sociali piuttosto che alla produzione di profitto privato, tramite un conflitto dal basso che nelle trasformazioni produttive imponga ambiziosi obiettivi di ecosostenibilità e di giustizia sociale per i nostri territori. La narrazione ottimista delle elites liberali deve essere contrastata con la critica sociale agli effetti dell’innovazione: la fiducia nella libera impresa come unico criterio di regolazione della trasformazione produttiva rischia di oscurare le ricadute sociali e ambientali, limitando le potenzialità progressive della Quarta rivoluzione industriale. Per quanto riguarda la ristrutturazione della catena produttiva, le possibilità di backshoring – la rilocazione di un impianto produttivo nel territorio da cui si era delocalizzata la produzione – vanno affrontate sostenendo investimenti pubblici e privati sull’innovazione e la sostenibilità dei processi e dei prodotti. L’interconnessione tra produzione e consumo deve essere un fattore abilitante per costruire un’economia circolare, fondata sul valore d’uso di beni e servizi piuttosto che sulla produzione di merci finalizzata al solo profitto d’impresa.

Il Governo italiano, in particolare con il Piano Industria 4.0 del Ministro Calenda, ha assunto un approccio iper-liberista e irresponsabile nella promozione della trasformazione produttiva. Gli strumenti adottati sono prevalentemente agevolazioni fiscali, che favoriscono solamente le imprese medio-grandi che riescono a reperire sul mercato i fondi necessari ad avviare gli investimenti: le PMI italiane – ovvero la grande maggioranza del sistema produttivo nazionale – che hanno gravi difficoltà nell’accesso al credito per gli investimenti verranno escluse dall’innovazione produttiva. Le misure adottate riguardano prevalentemente l’innovazione di processo, con particolari agevolazioni fiscali sul rinnovamento del capitale fisso e sulla ricerca e sviluppo privata. E’ totalmente assente dai criteri di concessione dei benefici un vincolo all’abbattimento delle emissioni inquinanti e del consumo di energia: il Governo italiano ha infatti affrontato in maniera separata e miope le questioni energetiche – con la Strategia energetica nazionale – quelle ambientali – Strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici – e infine industriale – Piano industria 4.0. Al contrario per affrontare la sfida epocale dei cambiamenti climatici e della trasformazione produttiva è necessario un approccio complessivo e strategico, con un protagonismo dello Stato nel finanziamento e nella programmazione degli obiettivi concreti di innovazione produttiva, non affidandosi ad una superstiziosa superiorità dell’autoregolazione del mercato.

COSTRUIAMO IL POPOLO VERSO LA RIVOLUZIONE ECOLOGICA

L’ultimo anno ha portato la Brexit e la vittoria di Trump, ma anche le rivolte studentesche in India e la Marcia di Washington. Stiamo in una fase politica e sociale mondiale segnata da profondi processi di ristrutturazione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, in un quadro internazionale in cui il neo-protezionismo si affianca alla conservazione di un sistema finanziario globale fondato sulla libera circolazione dei capitali e sulla speculazione senza limiti. La “rivoluzione passiva” inaugurata negli anni Settanta e accentuata dopo la crisi economica del 2008 ha smantellato il sistema democratico-rappresentativo del Novecento: la “post-democrazia” che caratterizza i sistemi politici nazionali e sovranazionali ha abbandonato la stessa logica della rappresentanza di domande sociali per praticare una forma di “amministrazione”, la “governance” fine a se stessa, dove gli obiettivi delle politiche sono calati dall’alto senza lasciare spazio ad alcuna alternativa proveniente dal basso. In questo contesto è sempre più necessaria l’attivazione di processi di lotta dal basso che accanto alla questione democratica, ormai cavalcata anche dalle destre apparentemente anti-establishment, mettano al centro del conflitto politico e sociale i bisogni delle persone.

La questione ecologica negli ultimi decenni ha assunto una straordinaria rilevanza nel dibattito pubblico e nelle lotte sociali di tutto il mondo. Laddove la battaglia per la tutela dell’ambiente si è intrecciata con la rivendicazione di democrazia partecipata e autogoverno del territorio, nonché di giustizia sociale e appropriazione collettiva dei mezzi di produzione, il tema ecologico è divenuto questione generale che sulla contraddizione tra capitale, lavoro e ambiente ha ricomposto domande sociali frammentate. Questa è la direzione che deve prendere una lotta dal basso per un modello di sviluppo ecologico, intrecciando le condizioni sociali delle tante soggettività frammentate nelle formazioni sociali contemporanee con le grandi fratture politiche del nostro tempo: la decisionalità e la redistribuzione materiale. Le forme con cui costruire un discorso ecologico radicale devono produrre una ricomposizione delle domande sociali per assumere l’egemonia nel conflitto politico e sociale, ma ciò è possibile solamente a partire da un ripensamento radicale delle relazioni sociali su cui si produce e riproduce l’alienazione rispetto al proprio territorio e rispetto alla comunità di appartenenza. La circolarità dell’economia non deve essere assunta come semplice paradigma di produzione e consumo eco-compatibile, ma deve rappresentare una ristrutturazione profonda dei rapporti sociali di produzione, consumo e soggettivazione. In tal senso il discorso ecologista portato avanti dagli ecofemminismi evidenzia il fondamento della devastazione ambientale in una pratica di violenza, estrazione di valore e negazione dei diritti dell’altr* strettamente connessa con le forme di dominio patriarcali. Per superare la contraddizione tra sviluppo ed ecologia dobbiamo praticare rapporti sociali a partire da assunti totalmente alternativi a quelli della supremazia e del dominio sui territori e sulle persone, mettendo al centro la condivisione e l’adattamento come paradigmi dell’economia e della democrazia.

I soggetti in formazione assumono in questo contesto una posizione centrale, sia dal punto di vista generazionale che dal punto di vista funzionale nel nostro sistema economico: siamo la generazione che potrebbe assistere alla distruzione della vita umana sul pianeta a causa dello sviluppo non sostenibile, ma siamo anche la generazione che dispone concretamente delle conoscenze e competenze necessarie ad una giusta transizione verso un modello sostenibile. A noi spetta il ruolo di variabile indipendente del sistema, la caduta di sassi che dà inizio alla valanga. A partire dai luoghi della formazione dobbiamo interrompere il processo di riproduzione della logica di sfruttamento e violenza verso i territori e le persone, appropriandoci del sapere generale per immaginare una utopia concreta fondata sulla uguaglianza nella diversità e sull’adattamento ecologico per rispondere ai bisogni sociali. Dobbiamo essere punto di riferimento per chi sente la frustrazione materiale e immateriale in questo mondo fondato sulle diseguaglianze e il dominio. La nostra voce deve risuonare nelle città e nei territori, la voce di coloro che sono nati in un mondo sull’orlo del baratro, la voce di coloro che questo mondo lo vogliono conquistare per praticare un futuro migliore.

 

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