Poletti, il reddito e la mancia per i poveri

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Il Ministro del Lavoro Poletti ha beffato ancora una volta gli sfruttati del nostro Paese: dopo l’annunciato taglio di 200 milioni al Fondo per il contrasto alla povertà, il 9 marzo il Senato ha approvato definitivamente il Reddito di inclusione (REI). Si tratta di un sostegno al reddito che riguarderà solamente il 30% dei poveri assoluti del Paese, ovvero 270 mila famiglie su 1,5 milioni, per una cifra erogata di circa 350/480 euro. Secondo Poletti è il primo <strumento universale> di contrasto alla povertà, ma la grande maggioranza dei 4,6 milioni di poveri del nostro Paese saranno esclusi. Questo Governo continua sulla strada tracciata dall’ex-premier Renzi, attaccando i diritti sociali e favorendo l’aumento delle diseguaglianze. Durante il Governo Renzi abbiamo assistito a numerosi provvedimenti inefficaci, approvati unicamente per portare voti al Partito Democratico e al suo leader. Un esempio su tutti è dato dagli 80 euro in busta paga per chi avesse almeno 1500 lordi di stipendio, un provvedimento che non ha garantito una reale redistribuzione della ricchezza perché ha escluso milioni di lavoratrici e disoccupati. Con il REI prosegue la sequenza di provvedimenti inefficaci ed utili solo alla propaganda del Governo.

Il REI è uno strumento fallimentare perché finanziato con 1,6 miliardi di euro. Uno stanziamento
misero rispetto alle cifre necessarie per garantire a tutte e tutti un reddito dignitoso, che ammontano a circa 17 miliardi di euro. Dopo aver approvato una spesa di 20 miliardi per17190768_1256818354367264_2521792207856539246_n salvare le banche, il Governo decide quindi di riservare una piccola mancia a una piccola fascia di poveri. Poletti diviene sempre più il simbolo di una classe dirigente che salva i banchieri e condanna alla miseria i giovani, le lavoratrici, i disoccupati del nostro Paese.

Le stesse regole per accedere al REI sono inaccettabili. La soglia di ISEE oltre la quale si perde diritto al beneficio è di 3000 €, mentre è necessario avere almeno un figlio minorenne a carico. Se la soglia ISEE è escludente per milioni di persone che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, anche perché colpite dal fenomeno del lavoro povero, l’esclusione di chi non ha figli è una discriminazione inaccettabile e familista. Tutti i bambini devono avere diritto ad un reddito di formazione, indipendentemente dalla condizione economica della famiglia di provenienza, per poter crescere e studiare serenamente, ma questo diritto non deve essere l’arma con cui escludere altre persone in difficoltà. I Governi di ogni colore continuano a sostenere un modello di welfare fondato sulla famiglia, privando i giovani e chi non ha figli della possibilità di emanciparsi e costruirsi una vita liberamente. Gli altri esclusi del REI sono gli immigrati, poiché è necessaria la cittadinanza per accedere al reddito: in questo modo milioni di persone che lavorano o cercano lavoro nel nostro Paese, vengono abbandonate allo sfruttamento e al lavoro sottopagato, come avviene con il fenomeno del caporalato.

Oltre ai criteri ingiusti per l’accesso al REI, i vincoli a cui viene sottoposto il beneficiario sono antidemocratici e trasformano il reddito in uno strumento di controllo della vita da parte della burocrazia statale. Il Governo dovrà infatti emanare dei decreti legislativi in cui definire i “progetti personalizzati” il cui rispetto è obbligatorio per accedere al reddito. Quest’obbligo dimostra la volontà di controllare le scelte personali, per escludere dal REI o per imporre l’accettazione di un lavoro, anche sottopagato o dequalificato, nel minor tempo possibile. Il reddito deve garantire l’autonomia personale, mentre il REI del Governo è una misura paternalistica che umilia il cittadino, imponendo dall’alto le scelte da fare per uscire dalla propria condizione di emarginazione sociale.

Reddito di dignità, la proposta dal basso contro tutte le diseguaglianze

Nell’attuale fase politica gran parte dei partiti sostiene con differenti proposte l’introduzione di un reddito universale per il contrasto alla povertà. Tuttavia dobbiamo guardare oltre i tecnicismi del dibattito partitico per riconoscere i veri obiettivi che stanno dietro le proposte di reddito. Il modello proposto dal Partito Democratico, tanto nella versione del REI di Poletti quanto nel RED di Emiliano, ha lo scopo di garantire un minimo aiuto a chi versa in condizione di miseria, spesso senza nemmeno garantire la copertura totale delle persone al di sotto della soglia di povertà. Non uno strumento di giustizia sociale, ma una mancia per sedare le proteste per il dramma sociale che attraversa il Paese. L’establishment cerca in tal modo di recuperare credibilità di fronte all’impoverimento generale causato dalle politiche di austerità degli ultimi anni.

Nella crisi democratica e sociale che viviamo, è necessario invece rivendicare una profonda redistribuzione della ricchezza, perché in Italia il 20% delle famiglie più ricche detiene il 37% del reddito nazionale, mentre il 20% più povere detengono solo il 7%. Con queste disuguaglianze non è possibile costruirsi una vita, né è possibile partecipare e realizzare una democrazia che rispetti i diritti fondamentali dei cittadini. Per ridare un futuro democratico al nostro Paese e per rispettare la dignità di tutti e tutte, rivendichiamo un reddito universale innanzitutto come strumento di giustizia sociale.

Oggi redistribuire la ricchezza è un obiettivo ambizioso, che deve aggredire le molteplici dimensioni in cui si sviluppano le diseguaglianze. Dobbiamo partire dal superamento del modello familista di welfare, che oltre a nascondere la sostituzione della famiglia allo Stato nella garanzia di servizi e reddito, riproduce una idea bigotta e reazionaria di comunità: ciascuna e ciascuno di noi, in quanto individuo e con una propria dignità, ha diritto ad una parte della ricchezza collettiva per soddisfare i propri bisogni e contribuire alla vita sociale, senza discriminazioni per chi non sceglie di sposarsi o avere figli. Mettere al centro l’individuo significa garantire non solo un reddito, ma anche un sistema di servizi che affronti le differenze tra le differenti condizioni sociali: la mobilitazione femminista dell’8 marzo ha dato voce a queste differenze, irrompendo nello spazio pubblico di 50 Paesi per denunciare la particolare condizione di subalternità delle donne, migranti, madri, lavoratrici, pensionate. Rivendichiamo in particolare un reddito di formazione, che insieme agli altri strumenti di garanzia del diritto allo studio come le borse di studio e il comodato d’uso dei testi, garantisca la piena autonomia sociale alle studentesse e gli studenti.

Ripartiamo dalle comunità per la lotta alle diseguaglianze

Il Reddito di Dignità proposto dalla Rete dei Numeri Pari è la proposta dal basso per rilanciare la lotta contro l’ingiustizia sociale, partendo dai territori e dalle stesse persone che subiscono la condizione di povertà. Di fronte ad un Parlamento che ha rinunciato a rappresentare i bisogni dei cittadini e di fronte ad un ministro come Poletti che esprime apprezzamento per i giovani che emigrano per assenza di opportunità nel nostro Paese, non possiamo che impegnarci nel costruire dal basso esperienze territoriali per contrattare con le Regioni l’adozione di un reddito realmente universale ed efficace. La lotta alle diseguaglianze non si fermerà di fronte a Poletti, sopra gli interessi dei ricchi imporremo la nostra dignità!

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