Da Torino a Bologna il sapere prende posizione al fianco del popolo palestinese

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A protester holds a placard reading "Free Palestine, Boycott Israel" during a demonstration against Israel's military operation in Gaza and in support of the Palestinian people in Nice, southeastern France, on August 9, 2014. Israeli warplanes carried out 30 air strikes over Gaza on August 9, 2014, killing five Palestinians, as militants fired six rockets into Israel, leaving international mediators scrambling to rescue ceasefire talks.  AFP PHOTO / JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET

In questi giorni, in diverse università del nostro Paese, da Torino a Bologna passando per Pisa, si sono tenute una serie di iniziative per riportare ancora una volta all’attenzione pubblica il tema del conflitto israelo-palestinese e ritornare a parlare del ruolo, troppo ingerente, di Israele e della sua ambasciata nelle nostre scuole, università e nel nostro Paese in generale. Continuiamo a promuovere l’idea che questi luoghi dovrebbero essere liberi da qualsiasi influenza esterna e promuovere una cultura della pace e della cooperazione internazionale. Ci troviamo, invece, sempre più, a dover fare i conti con accordi e convenzioni stipulate con chi si macchia da decenni dell’occupazione delle terre palestinesi, provocando morte, fame e povertà tra la popolazione.

Le ultime notizie ci arrivano da Bologna e Torino, dove sono state denunciati tramite due diverse iniziative i discutibili rapporti che queste università tengono con l’ateneo israeliano Technion della città di Haife.

A Bologna si è tentato di boicottare l’iniziativa accusandola di antisemitismo; ancora una volta, la libertà degli studenti e le studentesse di produrre sapere critico e libero è stata messa sotto attacco Già in un’altra occasione era stata negata un’aula per un’iniziativa che puntava ad informare su uno Stato che ha ricevuto una risoluzione dell’ONU contro le sue politiche coloniali in Palestina. L’iniziativa è stata portata avanti in ogni caso, perché gli studenti e le studentesse, con caparbietà, non accettano che Israele possa avere tali ingerenze nei nostri luoghi della formazione. Da diverso tempo, infatti, denunciamo, in tutti i luoghi e in tutti i modi possibili, i rapporti tra l’ateneo e la NATO riconoscendo così l’importanza della libertà di ricerca accademica in tutta la sua funzione sociale e politica.

A Torino è attivo invece da diversi anni il collettivo Progetto Palestina, che fin dalla sua nascita è stato più volte intralciato dall’amministrazione dell’Università, la quale ha sempre accampato, nella migliore delle ipotesi, motivazioni tecniche, nella peggiore ragioni politiche (mancanza di contraddittorio, eccessiva politicizzazione, carattere antidemocratico…) frutto di contrarietà da parte dei docenti, o di pressioni da parte dell’ambasciata israeliana in Italia. Ciononostante negli anni Progetto Palestina ha portato avanti caparbiamente la propria campagna, organizzando iniziative dentro e fuori le sedi torinesi, e contribuendo alla creazione del Coordinamento Studenti Contro il Technion, al quale partecipano anche diversi compagni di Studenti Indipendenti, rappresentanti degli studenti e non. Da qui è stata portata in discussione al Consiglio degli Studenti dell’Università e poi approvata una mozione in supporto del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (il cui testo potete reperire qui) nella quale si chiede direttamente all’Ateneo di ridiscutere gli accordi in vigore con Technion, attualmente in scadenza.

In entrambe le occasioni, si è voluto denunciare le responsabilità politiche che derivano dalla trama di legami che legittimano a livello internazionale un ateneo come Technion, la cui storia, complicità e attiva partecipazione al sistema di apartheid e colonialismo dispiegato dallo Stato di Israele è nota da diversi anni e non può ulteriormente essere taciuta, o ignorata dalle istituzioni culturali italiane.

Per questo, l’approvazione da parte del Consiglio degli Studenti di Torino (con il voto contrario di Obiettivo Studenti, la lista legata a Comunione e Liberazione) e lo svolgimento di un’iniziativa come quella di Bologna, oltre che tutte le iniziative di denuncia e informazione che si son tenute e che continueremo a portare avanti nelle nostre scuole e università in tutto il Paese, segnano un passaggio politico importante. In particolare, quella di Torino rappresenta la prima volta in Italia in cui un organo istituzionale approva le strategie del movimento di BDS e costringe un’università ad uscire allo scoperto e ad affrontare pubblicamente la discussione, mettendo in crisi il teorema secondo il quale la ricerca non abbia niente a che vedere con la politica.

La piccola vittoria torinese va però anche intesa da parte nostra come una vittoria non contingente, relativa solo al conflitto israelo-palestinese: dall’approvazione della legge 240/2010 (la famigerata legge Gelmini) gli atenei hanno iniziato a stipulare accordi con soggetti esterni, siano pubblici o privati, in condizioni di assoluta subalternità economica e politica e, cosa ancora più grave, con soggetti noti alle cronache per diversi scandali giudiziari e per posizioni politiche che vanno in direzione diametralmente opposta all’idea di università pubblica, aperta e, in virtù di un pieno finanziamento, capace di porsi sul mercato alle sue condizioni, influenzando positivamente lo sviluppo economico e culturale del Paese e non limitandosi a fornire semplice manodopera, a fungere da vetrina o a sviluppare le sue strategie di ricerca, didattica e reclutamento ricorrendo a finanziamenti esterni.

Appare chiaro dunque come la lotta per i diritti dei palestinesi debba essere la nostra lotta non solo in termini di operazioni di solidarietà attiva, ma debba anche saper illuminare la lotta che abbiamo sempre condotto contro un’università privatizzata, escludente e sottomessa alle esigenze del mercato. Dalla lotta per un’Università gratuita e libera nel nostro Paese, può e deve discendere la lotta contro l’oppressione e le ingiustizie subite da chiunque nel mondo. Il sapere non è neutro; esso serve per prendere posizione e deve poter essere libero per costruire coscienza critica e riappropriarsi di un approccio nuovo per smascherare la retorica di cui sono infarciti alcuni processi storici e alcuni conflitti, in particolare, fatti passare come ineluttabili, per scoprirne gli interessi in campo e difendere il diritto di ogni popolo ad autodeterminarsi e a riappropriarsi del proprio territorio e delle proprie risorse.

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