Verso e oltre #lottomarzo – Non siamo una questione, ma una rivoluzione!

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    Non siamo una questione, ma una rivoluzione!

    Piattaforma della Rete della Conoscenza verso e oltre #lottomarzo, sciopero globale delle donne! In Italia la giornata è promossa dalla rete “Non Una di Meno”, processo a cui aderiamo a livello nazionale, animato da tantissimi collettivi, organizzazioni, realtà femministe e centri antiviolenza che il 26 novembre ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone.

    Guarda il nostro video > https://goo.gl/T32LPH
    Leggi gli 8 punti verso l’8 marzo di Non una di Meno! > https://goo.gl/EY5ueB

    Perché i femminismi stravolgono il mondo

    La violenza, lo stupro e l’omicidio sono forme estreme di sessismo, ricalcano le dinamiche di subalternità del patriarcato e dei rapporti di potere tra i generi. In un simile panorama, è necessario discostarsi dagli sterili ragionamenti di ritualistiche giornate svuotate di significato o miopi dibattiti dei media e dell’opinione pubblica che più d’una volta hanno, inconsciamente e non, concentrato l’attenzione solo sugli aspetti più tangibili ed esasperati della violenza sottovalutandone il carattere strutturale. Non accettiamo più l’idea per cui ad agire la violenza sia una cellula impazzita quando è l’intero sistema a riprodurre un modello patriarcale di prevaricazione delle donne; non accettiamo più l’idea per cui a subire la violenza sia una pedina fragile della catena sociale oppure una nota fuori contesto ed ordine quando è la sistematicità della violenza nelle sue diverse forme e nelle sue diverse sfumature qualitative e quantitative a renderci, tutte e tutti, vittime e carnefici di machismo.

    Per contrastare la violenza, non basta la solidarietà o l’appello ad un fantomatico valore universale di umanità, ma è urgente tornare a costruire un movimento femminista.

    Femminismo potrebbe sembrare una parola vecchia, in realtà è una parola molto attuale.

    Femminismo non vuol dire né odio per gli uomini, né considerare le donne migliori. Femminismo vuol dire prendere atto delle disparità sociali costruite sulle differenze biologiche e partire da queste disparità per aprire un conflitto politico che punti, non semplicisticamente all’uguaglianza falsamente neutra, ma alla trasformazione generale della società. E’ infatti attraverso i rapporti di potere tra i generi che si basa il nostro mondo e la lettura storica che ci viene proposta in questo sistema economico. Essere femminista per noi non vuol dire ribaltare al femminile l’homo oeconomicus, né costruire una mera riflessione sui linguaggi o sul politically correct, ma significa prima di tutto comprendere quali sono i paradigmi di esclusione su cui la nostra democrazia e l’articolazione di potere che ne deriva si basano inesorabilmente.

    Per questo, tutt* possono essere femminist*, anche gli uomini. Essere femminist* però non è una pura scelta teorica, ma una scelta di campo che richiede un percorso di riflessione approfondito che investe tanto la dimensione sociale e collettiva, tanto quella individuale nella modalità con cui si articolano le nostre relazioni sociali di ogni tipologia. La prestazione, l’ostentazione della forza, la mancanza di accettazione a pieno di sé sono solo alcuni esempi di comportamenti che riguardano tutte e tutti noi e che ci fanno riflettere sul machismo che pervade sempre più l’assetto valoriale della nostra società individualista.

    Se, infatti, è sempre più diffuso il sessismo ed una idea stereotipata di posture di genere, è anche importante tenere sempre al centro il nodo dell’autodeterminazione tanto individuale, tanto collettiva. Il femminismo ha senso se con la liberazione di sé costruisce la liberazione di tutte. Per questo, aggiungiamo, che non ci accontentiamo della parola femminismo, ma pensiamo sia necessario superarla declinandola al plurale e dando ai femminismi un significato multiplo senza omologazione etnica, di condizione sociale, di identità di genere.

    Siamo convinti che nella frammentazione delle identità e nell’impossibilità di costruire una reduptio ad unum delle condizioni differenziate che esistono, solo mettere al centro la dimensione dell’intersezionalità, ossia dell’intreccio delle condizioni di genere, marginalità sociale, classe, etnia, si possa costruire un orizzonte di ripresa di parola collettiva.

    Abbiamo assistito in questi mesi ad una presa di protagonismo dei movimenti femministi in tutto il mondo. Pensiamo che questo possa essere un elemento di trasformazione complessiva solo se non si lascia in una sua versione neoliberale, capace di costruire muri piuttosto che ponti, di essere narrata in modo compatibili allo status quo, ma se continua ad essere, come si sta dimostrando, una costruzione scomoda di politicizzazione di un punto di vista, quello delle donne, nell’epoca della crisi dei punti di riferimento, della polarizzazione della ricchezza, dell’inasprimento delle disuguaglianze, della restaurazione dei poteri sotto mutate forme.

    In quest’epoca è la trasversalità della battaglia per l’autodeterminazione e la giustizia sociale di cui le donne sono prime portatrici, che diventa istanza direttamente politica di stravolgimento complessivo, da cui nessuno può sentirsi escluso.

    Se, in alto, i più ricchi al mondo secondo l’oxfam, sono uomini e bianchi, in basso coloro che subiscono più di tutti le disuguaglianze, donne, giovani, migranti, transgender, costituendo gli oltre 5 milioni di poveri nel nostro Pease, devono trovare spazi di ripresa di parola e azione, mettendo in discussione la democrazia costituita sulla loro esclusione e lottando invece per nuove forme di redistribuzione della ricchezza ed articolazione del potere a partire dal riconoscimento delle proprie istanze.

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    [accordion title=”Contro la violenza delle disuguaglianze” icon=”icon-list”] 

    Oltre un quarto delle donne tra i 15 e 64 anni dichiara di non aver mai lavorato nella vita. Il tasso di disoccupazione delle donne al 41.4% è molto più alto di quello degli uomini. Il part-time involontario femminile cresce tra il 2004 ed il 2014 del 31% specialmente in servizi quali alberghi e attività commerciali. Oltre il 50% delle donne lascia il lavoro dopo la maternità.

    Possiamo allora riconoscere tre fenomeni: la femminilizzazione del lavoro, la differenziazione del lavoro sulla base del genere biologico, le discriminazioni.

    Utilizzare la pratica dello sciopero l’otto Marzo, dunque, non è l’utilizzo improprio di una pratica “operaia”, ma anzi una necessità storica di revisione delle modalità con cui si articola il conflitto alla luce dei mutamenti del mondo del lavoro che imprimono violenza sulle prospettive di autodeterminazione, specie delle donne.

    Con femminilizzazione del lavoro, infatti, si intende non soltanto un aumento quantitativo del numero di donne lavoratrici, ma un dato di modificazione qualitativa del lavoro. In primo luogo il forte aumento del lavoro femminile nella terziarizzazione dell’economia, ossia l’aumento del numero di donne impiegate nel lavoro di cura, in connessione anche con il fenomeno migratorio su scala globale. In secondo luogo il paradigma della flessibilità del lavoro, sempre più a prestazione, basato sulla valorizzazione degli aspetti emotivi, creativi, sessuali, identificativi della persona e sui fenomeni di autodisciplinamento, si rifà all’esperienza storica del lavoro femminile. In questo senso si può dire che la figura del precario, indipendentemente dal genere, “è donna”. In terzo luogo l’esperienza del lavoro femminile nell’industria produttiva, in particolare nella logistica legata ai grandi marchi, interroga sempre più sia sul dato di genere che sulla sua intersezionalità con il dato migrante.

    Con differenziazione del lavoro sulla base del biologico si intende che, al netto delle dinamiche di femminilizzazione precedentemente descritte, ancora oggi esiste una differenza nel lavoro sulla base del sesso, di posizione all’interno della produzione a seconda delle “inclinazioni” considerate stereotipatamente biologiche e delle aspirazioni socialmente indotte sulla base della socializzazione del genere: ancora oggi esistono “lavori per donne” e “lavori per uomini”. Idea socialmente trasmessa anche dai luoghi della formazione. Non a caso, infatti, secondo l’OCSE tra i laureati in ingegneria in Italia vi sono solo un 30% di donne, mentre nei percorsi rivolti all’insegnamento solo il 9% uomini, ed in quelli legati ai servizi di cura solo 31% uomini, con picchi del solo 17.6 % di uomini nei licei psicopedagogici.

    Infine, le discriminazioni basate sul genere sono ancora presenti nel mondo del lavoro. Da un lato, possiamo facilmente dedurre dai dati il quadro raccapricciante che, secondo l’Eurostat, vede, il gender pay gap (differenza di salario tra uomini e donne) che al 37% a pari valutazione, il gender hour’s contributor gap (differenza di contribuzione tra uomini e donne) al 28% e il gender employement gap (differenza occupazionale tra uomini e donne) al 10.5% (dato occupazionale che in Italia risulta quasi duplicato raggiungendo il 17%). Dall’altro, invece, ne è prova tangibile il fenomeno delle “dimissioni in bianco”, ossia il cosiddetto modulo di dimissioni a cui le donne sono costrette in caso di maternità. Inoltre è oltre il 72% del carico del lavoro domestico è basato sulle donne, anche a causa di una assenza di diritti quali la paternità, finalizzati alla divisione più equa del carico di lavoro.

    Rivendicare diritti per noi non può voler però dire rifarsi ad una versione neoliberale del femminismo, che vede la costruzione di un paradigma della produttività, del merito, della messa a produzione di tutti gli aspetti della vita, anche e soprattutto per le donne. Per questo rivendicare maggiori possibilità di accesso al lavoro e parità di carriera per donne e tutte le soggettività eteronormate, non può essere slegato dalla rivendicazione del reddito di autodeterminazione, per noi aspetto fondamentale per una reale autodeterminazione della donna nelle proprie scelte di rifiuto o accettazione della maternità, di costruzione di una reale libertà riproduttiva, di una liberazione dalla schiavitù del lavoro precario o mal retribuito. Ci troviamo in una società che chiede alle donne di lavorare, non come forme di uscita dal paradigma di “donna angelo del focolare”, ma per aumentare la produzione e per aprire nuovi mercati e forme di profitto a partire dalle nostre personalità, e che al contempo non garantisce forme di welfare (asili nido, maternità) garantiti a tutte per essere libere di scegliere.

    Non da ultimo è necessario sottolineare quanto siano sempre più frequenti i fenomeni di mobbing e molestie e altre forme di violenza sul lavoro, così come di giudizio per gli stili di vita delle donne riguardo al loro stesso approccio al lavoro.

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    [accordion title=”Che genere di scuola?” icon=”icon-list”]

    Le scuole, luoghi di educazione che formano sin dai primi anni ogni individuo, sono spesso ostaggio del più retrogrado bigottismo. Nelle classi, nei corridoi, nei rapporti tra studentesse e studenti ma anche tra studentesse e docenti, è frequente il perpetrarsi di insulti, machismo e sessismo di ogni tipo. Si ricalcano stereotipi di genere secondo cui esisterebbe un “codice” dell’essere “maschi” o “femmine”, si ingabbiano migliaia di persone proprio nella fase più delicata della vita sessuale e della definizione del “sè” in percorsi chiusi, ponendo un bivio al riconoscimento della propria identità sessuale in tunnel troppo stretti. L’educazione “eteronormata” ovvero quella che vuole al centro dell’attenzione il ragazzo o la ragazza eterosessuali, con un’impostazione schematica che ne definisce comportamenti, modi di vestire, ed essere, rappresenta una vera e propria barriera alla formazione della persona e, in alcuni casi, un atteggiamento violento e repressivo proprio nei confronti di chi sta iniziando a conoscere se stessa/stesso fuori da quei dictat. Questo tipo di approccio può generare da un lato un’assimilazione del modello, dall’altro un auto-induzione aprioristica ad essere qualcosa di altro da ciò che si è, così la scuola da luogo di liberazione del sè diventa uno strumento di trasmissione di tabù, stereotipi e disinformazione. Tutto, infatti, passa dell’educazione: dalla conoscenza di una sessualità consapevole, al superamento dei ruoli di genere.

    Ma come possiamo pensare. allora, ad una società libera dal sessismo e dalla violenza sulle donne, se non partiamo dall’immaginare in toto un altro genere di scuola?

    Iniziamo dalla didattica! Spesso ad essere escludenti sono gli stessi metodi quanto i contenuti della didattica nelle classi: insegnanti che alzano la voce insultando studentesse e studenti, programmi scolastici in cui pare che le donne nella storia, nella scienza, nella letteratura, non abbiano mai “contato” nulla se non in termini relazionali con i protagonisti uomini.

    Cambiare i paradigmi della didattica, attraverso una formazione adeguata per praticare una didattica più inclusiva e rispettosa delle diverse sensibilità è un punto di partenza imprescindibile. D’altra parte, l’estrema carenza nei contenuti dei programmi del contributo delle donne alle scoperte scientifiche, innovazioni narrative e cambiamenti storici, denota un vero e proprio oscurantismo che, lungi dal negare l’effettiva segregazione secolare del genere femminile dai sistemi di welfare, tutele e formazione, risulta quanto mai paradossale ed arriva a nascondere o sminuire donne che hanno contribuito a innovazioni determinanti, nonostante le società abbiano sempre sottratto loro strumenti e possibilità. È questo il caso di Anna Lovelace, grande matematica nonchè prima programmatrice informatica della storia, o di Emily Dickinson, o ancora se pensiamo a quanto spazio (spesso nessuno) si dia nei programmi di storia dell’arte ad un’artista completa come Frida Kahlo.

    Ricostruire il ruolo che queste donne hanno avuto nelle arti, nelle scienze, nella poesia, nella letteratura deve essere una responsabilità dell’intero sistema d’istruzione, non soltanto una “delega” volontaria a qualche professoressa o professore particolarmente “sensibili” al tema.

    Conoscere la particolarità di queste figure all’interno del contesto contenutistico delle materie che si studiano e non solo come appendici tematiche deve essere un obiettivo per una scuola che voglia realmente praticare l’educazione alle differenze, combattendo il sessismo e la promozione stereotipata dei ruoli di genere.

    Non vogliamo solo avere più spazio nella didattica, ma cambiarla radicalmente! Per questo ci viene in aiuto l’esperienza kurda, che inventa un nuovo modo di leggere la storia, la “jinealogia”, mettendo al centro il contrasto ad una lettura delle discipline fondata sul patriarcato e sul capitalismo.

    Tutto questo, evidentemente, non basta per combattere la reiterazione di comportamenti e violenze nei confronti di ragazze, od anche di ragazzi definiti “diversi” perchè non rispondenti ai paradigmi del maschio alfa bianco occidentale ed eterosessuale.

    Quante volte a scuola abbiamo sentito dire cose scorrette o confuse sul sesso? Quante volte questo viene mistificato e reso una “colpa”? Contemporaneamente troppo spesso temi come la violenza di genere e il femminicidio, vengono trattati solo in “occasione” di fatti di cronaca, così si provvede ad una mediatizzazione, più che ad una reale riflessione che individui delle soluzioni sul breve periodo e di prevenzione di tali, frequenti, episodi. Pertanto una educazione alla sessualità, intesa sicuramente come informazione e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili ed ancor di più come consapevolezza del proprio corpo, deve essere anche educazione all’affettività, affinchè i rapporti si definiscano con un processo condiviso e non da rapporti di forza socialmente determinati che vedano una persona in un ruolo di “potenza” rispetto all’altra. In tal senso l’educazione alla sessualità ed all’affettività deve scardinare la cultura del “possesso” e la giustificazione dello stupro che vede la donna, vittima consapevole e dunque “carnefice” e “causa” del suo male.

    Ad oggi troppo spesso si continua a delegare al nucleo familiare il trattamento di questi temi: noi crediamo, invece, che debba essere la scuola che, riacquisendo il proprio ruolo sociale, diventa luogo di emancipazione e va a scardinare con la propria azione giornaliera le discriminazioni e violenze di genere.

    E in questo il ruolo dei consultori è fondamentale nell’affiancare i percorsi nelle scuole, ecco perchè crediamo che i consultori debbano essere luoghi accessibili a chiunque e che debba essere la scuola stessa che garantisca un informazione chiara su come funzionano, dove si trovano e quando rivolgersi ad essi creando canali preferenziali.

    Infine, anche l’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria dalla Buona Scuola, spesso si rende protagonista di discriminazioni di genere: pensiamo a tutte quelle volte che vengono scelte solo le ragazze per fare le hostess negli alberghieri durante i ricevimenti, scelta che alle volte non solo viene determinata dal sesso ma anche dall’aspetto fisico delle studentesse creando una scala gerarchica basata su quest’ultimo. Noi crediamo nella valenza formativa dell’alternanza, ma crediamo che i diritti delle studentesse e degli studenti debbano essere tutelati per essere davvero definita un’esperienza  di qualità, tutela che allora passa anche attraverso l’eliminazione delle discriminazioni di genere combattendo contro questi episodi e promuovendo attività volte a scardinare tutti quei pregiudizi di cui la nostra società è ancora impregnata.

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    [accordion title=”Che genere di università?” icon=”icon-list”]

    I dati sulle iscrizioni ai corsi universitari parlano chiaro. Seppure è aumentato il numero di donne iscritte all’università, l’università è ancora uno spazio fortemente maschile.

    Questo in primo luogo per la difficoltà di accesso alle carriere universitarie da parte delle donne e delle ricercatrici, in secondo luogo per la declinazione stessa dello spazio universitario, eteronormato, maschile, fortemente retrogrado e giudicante.

    Nell’anno accademico 2014/2015 le studentesse iscritte ai corsi di laurea rappresentano complessivamente il 56% del totale, ma se la presenza è massiccia nelle aree delle “Scienze Umanistiche” (75%) e delle “Scienze Sociali” (61%), diminuisce man mano che si passa ad ambiti di carattere più scientifico o tecnico raggiungendo il minimo nell’area di “Ingegneria e Tecnologia” (31%).

    In Italia, ad esempio, non esiste ancora un dipartimento di Gender Studies che abbia completa autonomia sul piano economico, didattico e della ricerca, ma soltanto alcune sperimentazioni di specifici corsi che analizzano in ottica di genere specifiche materie. I Gender Studies hanno piena dignità accademica, e andrebbe loro riconosciuta la capacità di indagare a fondo gli stereotipi e di contrastarli proponendo politiche attive. Eppure pensiamo che il machismo ed il sessismo nella formazione universitaria non si risolva con l’istituzionalizzazione degli insegnamenti e della ricerca dei Gender Studies, ma passi da una trasformazione di tutte le discipline accademiche.

    Gli stessi libri di testo, la scelta dei programmi e dei metodi di insegnamento, i canali della ricerca, riproducono stereotipi sessisti ed un modello etnocentrico ed eteronormato di formazione. Nella “migliore” delle ipotesi, poi, ci ritroviamo a studiare trafiletti tematici sull’ottica di genere, come se la storia e la cultura delle donne, la loro produzione accademica, artistica o politica, possa essere oggetto solo di specifico approfondimento, anziché parte strutturale, anche nel metodo, dei nostri corsi di studi. Nelle facoltà di medicina, poi, il dato è ancora più allarmante: non c’è l’obbligo di studi laici ed alle future mediche ed ai futuri medici non si insegnano le moderne tecniche abortive, sostenendo di fatto il fenomeno e la proliferazione degli obiettori di coscienza.

    Anche nei momenti di incontro e scontro tra formazione e lavoro l’eguaglianza di genere non è neppure un miraggio: il caso della specializzanda di Torino, più noto, ma non isolato, a cui è stato impedito di accedere al tirocinio per l’abilitazione medica poiché in gravidanza, è un drammatico esempio di come persista l’offesa al diritto di formazione e professionalizzazione delle donne in base ad assurde discriminazioni di genere.

    L’assenza di tutele per le donne si fa ingombrante anche in quel poco che resta del sistema di diritto allo studio: ancora in troppe università non viene riconosciuto a studenti e studentesse che affrontano la genitorialità di accedere al part-time; non sono accessibili a questi/e gli asili nido d’ateneo, riservati alle figlie e ai figli delle/dei docenti (della serie: ci sono i servizi, ma se fai figli quando “è giusto”!); nei bandi per le borse di studio non vengono riservate borse per gli studenti/studentesse genitori e nelle residenze universitarie non è ammesso portare le bambine ed i bambini.

    Solo raramente nei nostri atenei sono presenti consultori, che invece dovrebbero presidiare ogni università, distribuendo, come da anni facciamo richiesta, anticoncezionali gratuiti. Andrebbero avviati percorsi di collaborazione con i centri anti-violenza, così da costruire opportunità concrete per le donne per avviare percorsi di fuoriuscita dalla violenza, che continua a moltiplicarsi anche nei contesti universitari.

    Non esistono inoltre assistenze psicologiche per le studentesse e gli studenti non cisgender, per chi avesse bisogno di supporto nel passaggio di genere, nell’autoriconoscimento, nella coscienza di sé. Il primo passo è ottenere in tutti gli atenei il doppio libretto per gli studenti e le studentesse transgender, che hanno diritto ad essere chiamati per come sono, e non per come appaiono!

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    [accordion title=”Il corpo è mio e decido io!” icon=”icon-list”]

    Negli ultimi giorni abbiamo assistito alla polemica sull’ospedale San Camillo di Roma, che ha emesso un bando per assumere nuovi medici non obiettori. Il bando, frutto di anni di lotte e battaglie delle reti romane, apre una questione importante: le contraddizioni della legge 194 che promuove il diritto all’aborto, in particolare dell’articolo 9.

    A livello nazionale, infatti, solo il 60% delle strutture garantisce la fruizione del servizio, ciò significa che “l’obiezione di struttura” si colloca al 40%. Nel caso della regione Molise e della provincia autonoma di Bolzano, i centri dove si può abortire sono meno del 30 per cento del totale delle strutture sanitarie. Cosa accadrebbe se solo il 60% delle strutture garantisse un servizio che secondo la legge deve essere disponibile in tutte le strutture sanitarie pubbliche?

    Per legge un medico può obiettare esclusivamente “dalle procedure e dalle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento” (articolo 9) ma dall’approvazione della L.194 ad oggi numerosi medici, infermieri, farmacisti, ginecologi e altre figure mediche interessati da questo tipo di procedure si sono rifiutati non solo di praticare l’interruzione di gravidanza  e l’aborto terapeutico, ma anche di fornire prima assistenza medica alle donne intenzionate ad abortire, prescrivere e vendere i contraccettivi d’emergenza o anche, nei casi più gravi, sconsigliare l’uso di preservativi o dei contraccettivi orali.  La percentuale di ginecologi obiettori resta indissolubilmente altissima: il 70%.  “Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi sono presenti in 8 regioni, principalmente al sud: 93.3% in Molise, 92.9% nella PA di Bolzano, 90.2% in Basilicata, 87.6% in Sicilia, 86.1% in Puglia, 81.8% in Campania, 80.7% nel Lazio e in Abruzzo. Anche per gli anestesisti i valori più elevati si osservano al Sud (con un massimo di 79.2% in Sicilia, 77.2% in Calabria, 76.7% in Molise e 71.6% nel Lazio). Per il personale non medico i valori sono più bassi e presentano una maggiore variabilità, con un massimo di 89.9% in Molise e 85.2% in Sicilia”.

    Bisogna altresì considerare l’incidenza degli aborti presso strutture private. Infatti, l’interruzione volontaria di gravidanza non necessariamente  viene negata per ragioni di coscienza individuali, ma anche perché spesso vi sono interessi economici per quei medici che offrono  il servizio esclusivamente nelle strutture private.

    Tuttavia l’obiezione di coscienza non resta un’azione limitata ai centri e alle strutture che dovrebbero offrirne servizio pubblico. L’obiezione di coscienza è frutto di una cultura arrogante, violenta, inquisitoria nei confronti del corpo e delle vite delle donne. Oggi l’aborto è tornato ad essere cavallo di battaglia di quelle soggettività neo-fasciste, moraliste, reazionarie. Nessuno spazio per coloro che insegnano l’odio e la violenza mascherate da crociate per la vita, per coloro che sfruttano le debolezze di chi è in difficoltà, per coloro che si alimentano con l’ignoranza e con l’assenza di diritti.

    Noi rivendichiamo molto più di 194, per abolire l’articolo 9 e garantire in ogni Regione livelli assistenziali minimi che garantiscano il diritto all’aborto e puniscano la violenza ostetrica.

    Oggi è necessario rendere la sessualità e la libertà sessuale indipendente da ogni barriera economica, trasformando ciò che ora è un tabù in uno strumento a disposizione di tutti. In Europa sono l’Italia e la Turchia i due Paesi in cui i giovani mostrano di conoscere poco i metodi contraccettivi disponibili, nel 2010 la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) ne dava l’allarme indicando le cause del mancato utilizzo di contraccettivi per costo o vergogna (53%) o mancata conoscenza (38%) o errato utilizzo (9%).  A fronte di questi dati rivendichiamo quindi la necessità di rendere gratuita la contraccezione e costruire una normalizzazione del rapporto tra studenti e contraccettivi a partire dalla distribuzione nelle classi e dalla promozione dell’educazione sessuale a scuola. E’ necessario costruire connessioni tra i consultori, figure professionali e di supporto, e le scuole, abbattendo i moralismi e dando all’istituzione scolastica il ruolo pedagogico di tutela della libertà e di intermediazione e supporto delle scelte delle studentesse con la famiglia, trasformando una comunità scolastica oggi chiusa e primo strumento di autoriproduzione di forme di moralismo e giudizio, in un luogo sicuro per ogni studentessa e studente in cui esprimere a pieno la propria identità e libertà ed in cui acquisire strumenti di prevenzione.

    Rivendichiamo la piena gratuità della contraccezione. Basti pensare al fatto che questo modello di gratuità è già stato sperimentato in Francia e Usa: noto a tutti è il modello Colorado dove la distribuzione gratuita di anticoncezionali ha ridotto del 42% le gravidanze tra le adolescenti.

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    [accordion title=”Per una trasformazione complessiva della società!” icon=”icon-list”]

    Proprio per queste riflessioni riteniamo che chi vuole ingabbiare i movimenti femministi in una “casella”, chi vuole ridurre la portata generale delle loro istanze a sguardo su scuola, salute, lavoro di una “quota”, chi riduce la portata politica di un movimento generale al tentativo di costruire nuovi terreni di scontro tra strutture sindacali o di rifiuto delle realtà organizzate, stia sbagliando di grosso.

    Non esiste politicismo che possa fermare gli argini di questa marea, che saprà travolgere le strade e costruire una alleanza tra tant* esclus*, rimettendo al centro ciò che nel margine è stato diviso e che invece, attraverso la politicizzazione della propria condizione, costruisce movimento comune generale nella diversità delle condizioni.

    Questo non è un movimento delle donne per le donne, è un movimento di tante per tutt*, che spinge a trasformare ed invertire a pieno i rapporti di potere, attraverso la sovversione del genere, attraverso le pratiche di sciopero, attraverso la riappropriazione delle spazio pubblico per chi ne è solitamente ai margini. Non c’è separatismo possibile in questa riflessione, che non riguarda solo le donne, ma interroga anche gli uomini, a cui non chiediamo semplice solidarietà ma la capacità di interrogarsi su come il patriarcato agisce anche attraverso le loro vite e come sia necessario liberarsi dall’ostentazione della forza e dalla mascolinità forzata, interroga i transessuali, la comunità lgbt, che, a partire dalla presa di spazio delle donne non si indebolisce, ma si rafforza, occupando lo spazio pubblico e costruendo una giornata di sovversione dei ruoli di genere eteronormati.

    L’8 marzo sono i margini a prendere la scena! Non siamo una questione, ma una rivoluzione! Non ci accontentiamo di essere una casella che rivendica parità in una società basata sui rapporti di potere, non ci accontentiamo di prendere lo spazio di “quote rosa” che ci viene lasciato per rafforzare lo status quo, non vogliamo essere una narrazione neoliberale e consumista dell’otto marzo, saremo marea rossa, saremo disturbanti, per travolgere tutte le contraddizioni del presente.

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