Noi vogliamo #moltopiùdi194, per liberarci dall’obiezione di coscienza!

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    La notizia: la Regione Lazio sceglie di emettere un bando di concorso speciale per l’assunzione di due medici non obiettori all’interno della struttura del San Camillo di Roma, al fine di garantire il livello minimo di applicazione della legge 194 nell’ospedale.

    Una scelta presa evidentemente in extremis, al fine di garantire l’applicazione della legislazione vigente, di fronte ad una chiara carenza strutturale in termini di personale medico. Una scelta che dovrebbe porre una questione fondamentale nel dibattito del nostro paese rispetto alla fallace garanzia del diritto all’aborto a causa delle più svariate forme di obiezione che dilagano all’interno delle strutture ospedaliere della voluta disinformazione diffusa riguardante le tecniche contraccettive emergenziali ed abortive.

    Il tema da portare all’attenzione, allora, non è il diritto dei pochi che obiettano contro dei servizi pubblici di accedere ad un bando pubblico, ma il diritto di tutte di accedere ad un diritto garantito dalla nostra legge e fondamentale per l’autodeterminazione e la salute delle donne.

    Eppure il dibattito che si è generato nelle ore successive all’uscita della notizia è andato nella direzione diametralmente opposta: sicuramente non ci sorprende la presa di posizione pubblica da parte della curia, che ha deciso di condannare apertamente la scelta della Regione Lazio, in quanto paradossalmente andrebbe a ledere il diritto all’obiezione.
    D’altra parte riteniamo assolutamente inaccettabili le parole della Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, che, dopo averci già mostrato la sua impronta paternalistica e sessista con la campagna del FertilityDay dello scorso Settembre rispetto alle tematiche relative alla salute e all’autodeterminazione femminile, ieri si è allineata alla CEI.
    Forse la ministra infatti ignora che la 194 ha rappresentato un primo tentativo di garantire a tutte le donne la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, in modo sicuro, accessibile e tutelante. Sappiamo come questa non sia stata sufficiente in questo senso, come dimostrano le sovracitate prese di posizione, così come i numerosi casi di donne alle quali questo viene quotidianamente negato.

    La questione da porsi non sarebbe allora sul perché la Regione Lazio sia dovuta arrivare al punto di emettere un bando speciale al fine di garantire questo diritto? In particolare alla luce delle relazioni dello stesso Ministero, che individuano come a livello locale nel Lazio l’IVG è garantita con un tasso inferiore al 50% delle richieste, con un carico di lavoro affidato ai ginecologi non obiettori 7 volte più alto della media.

    Come si può parlare di diritto alla libera professione all’interno delle strutture pubbliche in un contesto di parzialissima se non negata fruizione di un diritto sancito dalla legge 194 del 1978 e ribadito tramite referendum negli anni successivi? Come ci si può appellare ad un comma, il 9 di suddetta legge, che fu un compromesso a ribasso, a seguito di lunghe mediazioni di trent’anni fa, inteso come norma transitoria rispetto ad un modello culturale presente all’interno della formazione medica che ha ostacolato l’adattarsi del sistema al mutamento introdotto dalle novità legislative. Come si può parlare di scelte personali professionali richiamando addirittura all’eticitá delle stesse all’interno di una professione che si colloca, se non in cliniche private, in uno dei fondamentali servizi pubblici statali, di cui l’obiezione di coscienza è praticamente l’unico caso di possibilitá di ritrattazione dei propri servigi professionali all’interno di una struttura pubblica?

    #moltopiùdi194
    Ma le tematiche relative all’aborto sono solo la punta di un iceberg di delegittimazione dell’autodeterminazione femminile molto più profondo e complesso: in Italia la contraccezione pre e post-coitale (che non si può parlare di atto abortivo e dunque FUORI dalle giurisdizioni dell’obiezione di coscienza) e l’accessibilità ai minimi sistemi di igiene o prevenzione sanitaria femminile ha un costo piuttosto elevato, a differenza di altri paesi europei in cui tali servizi sono forniti gratuitamente, e ciò determina una discriminazione inaccettabile verso chi non può permettersi di acquistare neanche i sistemi di contraccezione più comuni o non potendo recarsi all’estero per praticare l’IVG, ricorre ad aborti clandestini tutt’oggi piaga sociale, o va incontro a malattie altrimenti prevenibili. A pagare il prezzo e le ripercussioni della mancanza di un welfare che garantisca servizi essenziali e gratuiti per tutti, sono chiaramente i soggetti socialmente vulnerabili, le donne migranti e minori, in cui l’intersezionalitá  di situazioni ne lasciano pagare un alto prezzo per la disinformazione, la mancanza di consultori, difficoltà di accesso alle pratiche abortive da una parte e limpossibilitá di decisione personale se non sotto accordo con il proprio tutorato o per vie legali dall’altra, vivendo una condizione di discriminazione dovuta alla nazionalità o l’etá aggravata dal sesso.

    A poche settimane dalla giornata dell’8 Marzo, nella quale in tutto il mondo scenderemo in piazza in occasione dello sciopero globale delle donne per rivendicare una piena autodeterminazione da conquistare anche sul campo della salute, ribadiamo come non esista forma di obiezione in campo medico da garantire: l’unico diritto che vogliamo vedere attuato è quello all’aborto e molto di più!

    Vogliamo, infatti, #moltopiùdi194, per essere finalmente liber* di decidere sui nostri corpi, sulla nostra salute, sul nostro piacere!

    #LottoMarzo

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