Scuole, università, territori (ri)belli contro le mafie!

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    copertina21

    [accordions style=”style-1″][accordion title=”Perché mobilitarsi contro le mafie ogni 21 marzo ed ogni giorno” icon=”icon-list”]

    Le mafie sono un fenomeno sociale complesso, non sempre riconoscibile. I film hanno costruito un’idea stereotipata di mafia che non corrisponde alla realtà, poiché il fenomeno mafioso non è solo al Sud e non è solo legato alla violenza. Una delle principali ragioni di espansione al Nord e a livello internazionale delle mafie è infatti quella dell’arricchimento, della gestione economica di flussi di capitali e dei traffici, non solo di droga.

    Le mafie come organizzazioni para-statali si rafforzano in un momento storico di crisi economica come quello che stiamo vivendo poiché sono in grado di dare quelle che possono sembrare opportunità a coloro che non vedono garantiti i propri diritti da parte dello Stato, approfittando delle condizioni di bisogno in cui versa gran parte della popolazione. In virtù degli interessi della criminalità organizzata, inoltre, è diffusa la collusione tra mafie e politica attraverso la concessione di appalti e autorizzazioni o altre forme di collaborazione finalizzata al profitto tramite la gestione delle risorse e dei poteri pubblici. Vi è dunque una gestione nazionale e del territorio totalmente parallela, che nella maggior parte dei casi si traduce in speculazione sulla vita delle persone ai danni della salute e dell’ambiente (in questo caso si parla di ecomafie). Le mafie speculano anche sullo sfruttamento a causa dell’assenza di diritti al lavoro e tutele per molti soggetti in difficoltà. Caso noto è quello dei migranti in agricoltura, che subiscono il fenomeno del caporalato sulla loro pelle (in questo caso parliamo di agromafie), ma non solo.

    Combattere le mafie significa oggi voler riprendere potere sulle nostre vite e sui nostri territori, agendo sulle cause che spingono alla criminalità sociale. Ai meccanismi di controllo delle mafie noi rispondiamo con l’attivazione dal basso, ossia lottando per un mondo più giusto che possa abbattere disuguaglianze e marginalità sociale, praticando una idea nuova di gestione partecipata dei nostri territori, pretendendo leggi contro le grandi speculazioni ambientali e finanziarie. L’unica arma contro le mafie è la pratica della democrazia, formale e sostanziale.

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    [accordion title=”Si scrive antimafia, si legge giustizia sociale” icon=”icon-list”]

    Nel 2017 non basta più dire che le mafie sono un fenomeno culturale. Non esistono solo buoni e cattivi, esiste anche chi nasce con la camicia e con la possibilità di crescere in un contesto sociale ricco di stimoli e chi invece educato alla microcriminalità per la propria condizione sociale.

    Lungi dal voler costruire giustificazionismo, ci affidiamo ai dati: oggi in Italia ci sono circa 5 milioni di persone in povertà assoluta, oltre il doppio in povertà relativa. Un dato estremamente diseguale, maggiore al Sud, con più incidenza sui soggetti svantaggiati (donne e giovani). La nostra generazione, sempre più priva di opportunità di futuro diverse dai ricatti della precarietà, è la prima generazione più povera rispetto alla generazione precedente dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Con una disoccupazione giovanile in aumento, una dispersione scolastica al 17%, un calo di immatricolazioni universitarie in 10 anni pari alla scomparsa della Statale di Milano non possiamo che affermare che la criminalizzazione abbia delle responsabilità politiche perché nasce dalle disuguaglianze economiche e sociali.

    Un welfare inesistente, un sistema scolastico ed universitario particolarmente classista per difficoltà di accesso, portano le famiglie svantaggiate a restare nel disagio, con una inesistente mobilità sociale.

    Se nasci in un determinato quartiere, quindi, sarai spinto a fare il palo se vuoi avere dei soldi in tasca, se nasci in un altro quartiere sarai destinato ad averli in tasca con tranquillità.

    È l’oppugnabilità dei destini già scritti, la redistribuzione della ricchezza e l’assunzione potere sulle nostre vite, ciò per cui intendiamo batterci ogni giorno quando parliamo di antimafia.

    Si scrive antimafia, si legge giustizia sociale. Si pratica, quindi, con la richiesta di moltiplicare le opportunità di futuro e di autodeterminazione dei soggetti svantaggiati, contrastando le disuguaglianze economiche e sociali su cui le mafie agiscono per rafforzare il proprio controllo del territorio. E mentre le criminalità si sostituiscono al sistema di welfare pubblico sempre più definanziato, noi siamo sempre più poveri, e gli unici ad uscire bene dalla crisi sulla nostra pelle sono i ricchi sempre più ricchi ed il malaffare organizzato e non.

    È necessario quindi continuare una battaglia generale per il reddito di base, modulato sulla base delle esigenze delle soggettività che lo percepiscono, anche sotto forma di reddito di formazione per chi studia. È necessario garantire una legge nazionale sul diritto allo studio che impedisca l’emigrazione forzata di tante studentesse e studenti dalla loro regione di partenza e contrasti il fenomeno della dispersione scolastica. Siamo stanchi dei proclami antimafia televisivi che portano avanti lacrime di coccodrillo, ma che costruiscono anche giudizio ed una visione di vittime di serie A e serie B sulla base delle biografie degli innocenti coinvolti. Servono iniziative concrete e non spot.

    Per noi contrastare la criminalità organizzata significa innanzitutto chiedere più scuola, più investimenti pubblici per l’apertura di nuovi posti di lavoro a partire dalle piccole opere sui territori, più welfare.

    Una nuova società, radicalmente diversa, può partire da noi, dalla costruzione di legami solidali contro i ricatti della criminalità, mettendo in campo esperienze virtuose di mutualismo insieme alle richieste precise ai governi di presa in carico della responsabilità di un Paese con PIL a crescita zero, in cui sono le criminalità a governare la crisi attraverso l’economia sommersa.

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    [accordion title=”Mafie al sud, cambiare le città, creare l’alternativa” icon=”icon-list”]

    Ma perché le mafie si sono sviluppate originariamente al Sud? La ragione è puramente storica.
    Nel Nord già nell’ottocento era diffusa la manifattura e l’impresa capitalista; al Centro c’era la mezzadria, la piccola proprietà contadina, piccoli artigiani e commercianti. A Sud, invece, resisteva un sistema feudale che viveva ancora di vassallaggio ed in cui il sistema economico si basava esclusivamente su agricoltura ed artigianato. Il fenomeno mafioso si sviluppò quindi nel sistema del Mezzogiorno, evidentemente più arretrato, basandosi sullo sfruttamento del latifondo: era organizzato secondo una struttura a piramide che prevedeva un vertice costituito dal proprietario terriero, un’estesa base di contadini e braccianti che lavoravano direttamente la terra, e un centro composto da una rigogliosa e articolata gerarchia di “vassalli”, affittuari e subaffittuari, intermediari ecc., che controllava l’andamento dei lavori, la quantità e la qualità dei raccolti, la riscossione di affitti e gabelle. Insediandosi dove il latifondo, la dipendenza economica e un rapporto perverso tra stato e società civile erano espressione di arretratezza, le mafie ebbero un bacino fertile di sviluppo. Ma le cose erano destinate ad evolversi pericolosamente, facendo mutare forma alle mafie ed estendendo a macchia d’olio l’area di influenza del sistema mafioso.
    Sfruttando l’ostilità verso lo Stato che appariva lontano e disattento, la mafia si trasformò da sistema di produzione di bassa manovalanza a sostituto dello Stato stesso che interveniva nell’amministrazione della giustizia e nella gestione dell’economia.

    Tutto il Novecento è permeato dalle mutazioni del fenomeno mafioso che, sviluppandosi, raggiunge l’apice nei terribili anni settanta teatro di stragi, sparatorie a cielo aperto, vere e proprie faide a mano armata: la mafia in pompa magna, quella che non si nascondeva e che creava attorno a sé un clima di terrore e riverente “rispetto” destinato a perdurare fino alla metà degli anni ‘90. Dopo il rapido processo di de-industrializzazione, finanziarizzazione e terziarizzazione dell’economia, il trionfo della globalizzazione neoliberale, una definitiva inversione di rotta ridefinisce i contorni del fenomeno: la mafia diventa un vero e proprio business economico che specula su edilizia, appalti, narcotraffico, campo agroalimentare,industrie ed aziende secondo un fitto sistema di transazioni finanziarie, clientelismo, ricatto e criminalità organizzata al dettaglio.

    Dalle parole del letterato Leonardo Sciascia: “La mafia era ed è un’altra cosa: un “sistema” che contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo definire borghese; e non sorge e si sviluppa nel “vuoto” dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue funzioni, è debole o manca) ma “dentro” lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.”

    Un sistema nel sistema, un conflitto di lobby ed interesse destinato a divenire “normalizzato”: dove non vi sono alternative al malessere sociale e alla deriva economica, dove l’unica certezza in un quadro politico incapace è la scelta di perdersi nelle mani della criminalità, dove precarietà e privatizzazione dei saperi distruggono le vie del possibile, le mafie diventano substrato della quotidianità, tanto diffuse e capillari da risultare nella superficie inesistenti e ormai sconfitte. L’affermazione della non esistenza del fenomeno mafioso e la banalizzazione del problema, sono le risposte di chi oggi fa finta di non vedere per non trovare soluzioni reali e per accettare il marciume del presente.

    La mafia esiste, ha cambiato forma, si è evoluta e raffinata, è furba e latente ed è radicata in tutto il Paese ed a livello internazionale.

    Le ultime indagini hanno aperto il vaso di Pandora sulle infiltrazioni mafiose nelle regioni del Nord Italia, dal Piemonte alla Lombardia per grandi opere, turismo e locali notturni; dal Veneto alla Valle d’Aosta passando per Liguria ed Emilia Romagna per le alleanze criminali, riciclaggio e piccole e medie imprese; per arrivare poi, in maniera eclatante, anche a Roma con la questione di mafia Capitale. Non è il fattore geografico a determinare la proliferazione dell’attività mafiosa, evidentemente. Le cause da aggredire sono, invece, da ricercare nella povertà assoluta le cui soglie odierne ammontano a 5 milioni di abitanti in tutto il Paese; nella disoccupazione giovanile dilagante; nell’abbandono scolastico in prepotente aumento con livelli nettamente superiori rispetto alla media europea.

    Ad oggi, uno studente italiano su tre abbandona la scuola statale superiore senza aver completato i cinque anni da quanto emerge dai dati del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca; dato che in alcune regioni, come le isole, arriva a quota 35–36 per cento. Una vera e propria emorragia tra le mura e i banchi delle scuole italiane alla quale non si ricerca nessuna cura. Negli ultimi 15 anni quasi 3 milioni di ragazzi iscritti alle scuole superiori statali non hanno completato il corso di studi: si tratta del 31,9 per cento dei circa 9 milioni di studenti che hanno iniziato un percorso di studi. Facendo i calcoli è come se l’intera popolazione scolastica di Piemonte, Lombardia e Veneto non ce l’avesse fatta. Quello della dispersione scolastica è un problema che passa inosservato, ma che porta con sé costi sociali, politici ed economici molto alti: l’Unione Europea spiega che i ragazzi che lasciano precocemente la scuola sono più soggetti alla disoccupazione, hanno bisogno di più sussidi sociali e sono ad alto rischio di esclusione sociale, con conseguenze sul benessere e la salute. Inoltre, tendono a partecipare meno ai processi democratici. Risulta, allora, evidente quanto questo dato influisca pericolosamente sulla questione dello sfruttamento minorile connesso all’ingrossamento delle fila di bassa manovalanza di cui ha bisogno la criminalità organizzata che ritrova proprio in questa fascia di giovani una preda facile. Le nostre scuole dovrebbero essere preparate a contrastare il fenomeno, dovrebbero includere e fornire conoscenze del reale e strumenti di opposizione alla criminalità agli studenti anziché abbandonarli ad essa: ricostruire una scuola diversa da quella odierna significa esigere la totale gratuità dell’istruzione per includere tutti, nessuno escluso, nei percorsi scolastici ma anche la qualità della formazione a 360° che, ad esempio, preveda un’ora obbligatoria in tutte le classi per discutere di attualità e fenomeni sociali, come quello mafioso che ha bisogno di essere aggredito a partire dalla formazione e da una risposta collettiva proveniente da uno dei pochi luoghi di produzione democratica e di emancipazione dall’esistente.

    Cosa significa, allora, avviare dei percorsi reali di opposizione al fenomeno mafioso? Vuol dire liberare i saperi, aprire a tutte e tutti le porte della cultura lasciando che essa sprigioni la sua ineguagliabile capacità di opposizione al marciume della violenza, della criminalità subdola e pervasa dalla smania dei soldi e del potere; vuol dire esigere un welfare studentesco che permetta a tutte e tutti a prescindere dalla condizione economica e sociale della famiglia e del territorio di provenienza di finire gli studi e di fare propria la formazione come arma di vita; vuol dire istituire un reddito di formazione che rompa le barriere d’accesso alla cultura aprendo invece quelle delle opportunità di vita.

    Oggi la risposta da dare risulta non più rimandabile: ai film stereotipati, ai front man con interessi privati, a chi gioca a far politica lasciamo le narrazioni vuote e le belle parole; alle fasce più deboli della popolazione, ai giovani, agli studenti, a tutti i soggetti in formazione invece la responsabilità e la possibilità di coltivare l’antimafia sociale, quella della contronarrazione e dell’alternativa praticabile a partire dai luoghi della formazione, riconoscendo questi stessi come presidi costanti di antimafia. Liberare i saperi per liberare le persone dal ricatto mafioso, dalle clientele, dal lavoro sporco e criminale. La conoscenza è sinonimo di emancipazione, per questo dalle scuole arriva l’urlo più assordante di lotta al sistema mafioso.

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    [accordion title=”Liberare i saperi per liberarci dalle mafie” icon=”icon-list”]

    Le Mafie sono anche e soprattutto un fenomeno culturale e affondano le proprie radici grazie a un vero e proprio processo egemonico nella società. Partendo da questo assunto, è necessario pensare a risposte concrete che riescano ad andare nella direzione della riscoperta del valore della cittadinanza attiva, del senso del vivere insieme, continuare ad immaginare e praticare una società che rifiuti in maniera netta la mentalità mafiosa: in questo schema i luoghi della formazione hanno un ruolo strategico. La Rete della Conoscenza da sempre lotta contro tutte le mafie, analizzando i fenomeni che coinvolgono i nostri territori, avviando una riflessione profonda e dando vita a percorsi di condivisione con realtà impegnate sul tema, come “LIBERA – Associazioni Nomi e Numeri Contro le mafie”, o con i movimenti territoriali , come “Un popolo in cammino” a Napoli,  proponendo soluzioni concrete.

    La cultura e la formazione in generale sono nodi centrali del problema. Riteniamo infatti indispensabile non solo evitare qualsiasi rapporto economico con la criminalità organizzata ma anche il disconoscimento da parte della società del codice mafioso in tutte le sue “sfumature” (la violenza, il clientelismo, il ricatto, il meccanismo del privilegio…) e la costruzione di un’alternativa sociale ed economica credibile al modello che le mafie hanno instaurato e gestiscono su molti territori.

    Abbiamo bisogno di una società che dal basso e proprio a partire dalle scuole e dalle università dichiari guerra alle mafie e si riappropri di potere sulla propria vita e sul proprio territorio. Dobbiamo essere l’alternativa, un modello alternativo da esportare, da raccontare, da costruire.

    Sappiamo che troppo spesso i dati allarmanti della dispersione scolastica sono collegati con quelli dell’aumento della microcriminalità, circoscritta a livello locale e alimentata dagli stessi giovani senza alternative e in balia della precarietà. Ad oggi gli anticorpi culturali e le opportunità di realizzazione individuale e collettiva che impediscono a un ragazzo, a 15 anni, di fare il “palo” di uno spacciatore o a qualsiasi uomo o donna di affiliarsi presso un clan, un’azienda di copertura mafiosa, che sfrutta i lavoratori a nero in tutta Italia, sono sempre più deboli. Recuperare queste condizioni di base è dunque fondamentale per poter ricostruire il terreno dove praticare la giustizia sociale.

    Se da un lato la risposta securitaria dello Stato è assolutamente inadeguata e rischia di essere complementare più che antagonista rispetto ai meccanismi mafiosi di controllo del territorio, dobbiamo individuare nel comparto della formazione precise responsabilità nell’incapacità di includere gli individui nel percorso formativo e nel socializzare modelli alternativi a quelli delle mafie. I luoghi della formazione, dunque, devono poter diventare dapprima un presidio e un luogo di aggregazione e parallelamente di formazione; un luogo dove crescere culturalmente, professionalmente, umanamente, dove si riconquista il ruolo centrale della partecipazione attiva, del senso critico e dello sviluppo delle inclinazioni e delle capacità di ognuno.

    Questo è il primo obiettivo concreto che noi soggetti in formazione dobbiamo perseguire per costruire l’alternativa alle mafie e al controllo sociale che esse esercitano sulla società.

    Tutto questo passa anche dal cambiamento delle condizioni materiali degli studenti e dei cittadini; un cambiamento che consenta di svincolarsi dalle logiche individualiste, della concorrenza sfrenata a discapito di tutti e tutto, che è peculiarità del sistema capitalista in cui viviamo. In questo senso diritto allo studio universale e reddito di formazione sono rivendicazioni prioritarie per la nostra organizzazione; dentro i luoghi della formazione, la trasformazione radicale dei paradigmi della didattica e della valutazione sono obiettivi altrettanto importanti. L’innovazione delle forme della didattica passa in particolare anche dalla valorizzazione dell’alternanza scuola lavoro di qualità come processo di apprendimento nel mondo del lavoro, a patto che sia congruente con i percorsi formativi, informato da un codice etico al quale aderiscono le strutture ospitanti e da uno statuto dei diritto delle studentesse e degli studenti in stage. Per conquistarli può essere necessario passare all’attivazione diretta: come primo momento può essere utile aprire un’inchiesta sulla qualità dell’alternanza, controllando come, dove e da chi si va a praticarla, osservando se quelle aziende hanno o hanno avuto dei rapporti con la criminalità organizzata.

    Facciamo quindi delle scuole e delle università dei presidi di giustizia sociale, dei luoghi di esercizio di cittadinanza. E’ necessario che le istituzioni scolastiche e universitarie diventino dei veri e propri presidi di democrazia e giustizia sociale, degli anticorpi alle mafie in grado di contaminare in un processo virtuoso il tessuto socio-economico circostante.

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    [accordion title=”Beni confiscati e spazi sociali, togliere alle mafie per consegnare alle comunità” icon=”icon-list”]

    Quando si parla di mafie si parla indissolubilmente del rapporto che c’è tra un’economia illegale sempre più finanziarizzata, di mercato, che fa impresa lì dove ne vede occasione e i nostri territori, di come cambiano, di come subiscono delle trasformazioni sociali profonde a causa della presenza e del radicamento mafioso.

    La presenza di cosche, ndrine, famiglie malavitose, nuclei associati di stampo mafioso su molti territori non è quasi mai una presenza silenziosa o invisibile: è fatta di simboli, di case e beni di lusso, di esternazione di possibilità e di potere sociale ed economico impensabile in molte zone marginalizzate delle nostre città e del nostro Paese.

    E’ una presenza pervasiva fatta di promesse sia tacite che esplicite da parte di un governo informale para-statale: illudono promuovendo uno stimolo al miglioramento delle aspettative di vita rispetto a quelle che lo Stato può dare ad ampi settori subalterni del nostro paese. La dura realtà è che non esiste mai un miglioramento effettivo delle condizioni di vita individuali e collettive di chi si lascia sedurre dalle promesse del mondo dell’associazione mafiosa, esiste solo un controllo ancora più pervasivo, una libertà limitata in cambio di una finta sicurezza, una vita che molto spesso si incrocia con il carcere o il decesso.

    La mafia diventa un modello di contro condotta sociale in una società dominata dall’impulso atomistico del neo-liberismo, dal culto dell’autoimprenditorialità e della competizione, della colpa individuale rispetto alle proprie privazioni materiali, della stigmatizzazione dei poveri e di chi vive ai margini della nostra società.  Diventa così un modello/sistema di welfare, una rete sociale di protezione e di “politiche attive del lavoro”. Di quel lavoro che ci hanno propugnato in questi anni in cui bisogna badare solo al fattore remunerativo, su cui le mafie basano la loro “concorrenzialità”, e mai alla tutela dei diritti e al suo valore sociale depotenziando di fatto la distinzione tra legalità e illegalità nel lavoro. Questo succede in territori poveri dove il sostegno dello Stato ha troppo spesso il solo volto degli apparati di sicurezza e dell’esercito se non quello dell’esattore o del “padre indifferente”.

    Quando nel 1996 è stata approvata la legge sul riutilizzo sociale dei Beni Confiscati, sostenuta dalla nascente rete di  Libera-associazioni,nomi,numeri contro le Mafie, si è deciso di affrontare il problema della presenza della criminalità organizzata nel nostro paese su tre aspetti che ancora oggi risultano centrali in una vera e propria strategia di antimafia sociale: la riconversione della simbologia mafiosa sui territori, la riconversione dell’economia illegale in reali opportunità di sviluppo, la riconversione dei modelli sociali dominanti attraverso la promozione di un utilizzo sociale e cooperativo di quegli stessi luoghi e spazi dei nostri territori che molto spesso erano il simbolo stesso del potere mafioso. Si decideva di colpire la mafia al centro dei suoi interessi, al centro del suo stesso potere, nella materialità economica dei loro beni sui nostri territori.

    Questo vale anche per i simboli del potere mafioso nel centro delle più importanti città Italiane ed Europee, in quegli appartamenti, in quei viaggi, in quegli affari, in quella possibilità di “stare”, attraverso le pratiche criminose, in “quel mondo di sopra” altrimenti inaccessibile al “mondo di sotto”: tutto questo è parte del “culto” e dell’ “autorappresentazione” che le stesse organizzazioni criminali danno di sé e su cui fondano il loro proselitismo. Tutto questo segnala un vuoto politico e democratico enorme nel nostro paese, un’ampia zona grigia che si estende sulle faglie della diseguaglianza sociale, politica ed economica dove le mafie mettono radici e fondano il loro potere.

    Ripartire dai beni confiscati, a cominciare dalle aziende e imprese confiscate, significa ripartire dalle comunità dei nostri territori. Significa continuare a  promuovere e proporre delle iniziative che puntino a ri-valorizzarli costruendo opportunità economiche e sociali. Significa restituirli al tessuto produttivo promuovendo forme cooperative di impresa. Significa ricostruire legami sociali lì dove sono stati rotti dal controllo criminale e dalla mancanza di opportunità lavorative.

    Riaprire un bene confiscato promuovendo lo sviluppo del protagonismo associativo, della cittadinanza attiva, delle reti mutualistiche o di organizzazione sociale significa ribaltare la logica di esclusione e di esclusività su cui la mafia fonda il suo potere sui nostri territori.

    Sono 20.000 i beni confiscati in tutto il Paese: crediamo che un reale impegno nella lotta alla mafia debba partire da qui, dalla riapertura di tutti i beni confiscati, da una riduzione dei tempi di consegna, da un investimento economico per favorire il reinsediamento sociale e produttivo, mettendo da parte l’annoso dibattito sulla vendita dei beni confiscati (che finirebbero così per ritornare nelle stesse mani e riproporre la stessa simbologia) e investendo realmente in politiche attive di antimafia sociale e reinsediamento sociale e produttivo.

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    [accordion title=”Memoria e Impegno per conoscere le storie di chi ha lottato per liberare i nostri territori” icon=”icon-list”]

    Il 21 Marzo è una data che parte dalla memoria per costruire impegno. Il lavoro promosso da Libera in questi anni in supporto alle famiglie delle vittime di mafia e dichiarandosi parte civile ai processi è stato fondamentale per scardinare la solitudine delle storie individuali delle tante vittime. Ricordare insieme, costruire legami, non lasciare soli i familiari, è il primo passo per trasformare le tante battaglie di giustizia individuali in battaglie collettive per la giustizia sociale. Noi non lasciamo sole le famiglie: siamo tutti parte offesa e parte lesa, per una questione non solo di umanità ma soprattutto di volontà politica. Il lavoro sulla memoria costruisce un’idea di antimafia molto più vicina a noi, alle nostre strade ed ai nostri quartieri. Le vittime di mafia, infatti, non sono solo i grandi personaggi ricordati sui libri di storia, non solo Falcone e Borsellino, ma tante e tanti sconosciuti, che hanno dato la vita per la lotta contro la mafia o che si trovano per caso nel momento sbagliato al posto sbagliato. I nomi che leggiamo ogni 21 marzo non sono nomi di eroi, ma nomi di persone comuni, spesso giovani, spesso della nostra età, con storie simili alle nostre. Pensare che non si sia mai smesso di morire di mafia, come è successo negli ultimi mesi a Napoli, dovrebbe farci riflettere molto su come abbiamo il dovere morale di liberare i nostri territori dalla criminalità organizzata. L’elenco delle vittime di mafia è ancora oggi incompleto, tante e tanti si aggiungono ogni anno o non saranno mai dichiarate ufficialmente come tali. Non dobbiamo smettere di partire dalla memoria per costruire impegno, partire dall’empatia verso storie così simili alle nostre per immaginare soluzioni concrete contro il ricatto delle mafie. Andare oltre i telefilm, i grandi nomi, le grandi stragi è per noi un dovere, per ricordare tutte le vittime e, a partire dalle loro storie, comprendere che la lotta alla mafia non è compito esclusivo della magistratura, ma una lotta di tutte e tutti da perseguire insieme con la costruzione dal basso di risposte sociali. Le storie più importanti, infatti, sono le storie delle tante vittime inconsapevoli, non grandi esempi da imitare, ma esempi della banalità del male di questo sistema mafioso. Le storie delle vittime di mafia > http://www.memoriaeimpegno.it/wpcontent/uploads/2016/02/MEMORIA-light.pdf

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    Qui tutte le piazze del 21 Marzo

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