Dal referendum sul lavoro alla trasformazione della società: non un passo indietro!

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Torino

La nostra è una generazione precaria. Abbiamo conosciuto l’incertezza del lavoro senza nessuna garanzia, l’illusione delle prestazioni gratuite in cambio di qualche menzione su un curriculum, l’umiliazione di dover riscuotere il frutto del nostro sudore in un tabacchino dove tra un pacchetto di sigarette e il pagamento di una bolletta possiamo incassare i nostri voucher. Siamo studentesse e studenti a cui è stato spacciato per “sapere pratico” il lavoro gratuito, lo sfruttamento obbligatorio dell’alternanza scuola lavoro in azienda senza alcuna tutela a garanzia dei nostri diritti, dei tirocini curriculari, delle infinite forme di accesso al mondo del lavoro e delle professioni. Siamo quelli che dovrebbero essere contenti delle infinite possibilità di un “mondo del lavoro dinamico e flessibile” in cui poter “valorizzare le nostre competenze” nella “frammentazione e personalizzazione del mondo del lavoro”. Viviamo in una società in cui tutti i manager, imprenditori, banchieri sono uguali nella loro sfrontatezza e ricchezza, ma in cui ogni lavoratore sfruttato è sfruttato a modo suo. L’unica cosa certa è la corsa per arrivare a fine giornata, a fine mese, a fine anno: senza alcuna possibilità di costruire le fondamenta di un futuro stabile e soddisfacente. Siamo quelli che vivono alla giornata.


Tutto questo ovviamente non è successo per caso: è stato scientificamente costruito in 30 anni di deregolamentazione del mercato del lavoro, di sostegno unilaterale all’impresa che ha continuato a guardare al profitto e non al valore sociale del lavoro e della produzione, di abbassamento del costo del lavoro, di competizione al ribasso sui diritti e salari. E’ stato regolarmente progettato da governi di “centrodestra” e “centrosinistra” che hanno scelto la tutela degli imprenditori, della rendita, della ricchezza accumulata contro i diritti e le aspettative dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati.

La disoccupazione giovanile e la precarizzazione della nostra generazione sono la conseguenza diretta delle politiche

Un momento della manifestazione partita dal Colosseo, promossa contro il Jobs Act, 3 dicembre 2014 a Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

sul lavoro degli ultimi anni, non da ultimo il Jobs Act del governo Renzi. Dopo il voto del 4 dicembre, dove l’80% dei giovani ha alzato la testa per mandare a casa il governo Renzi e riappropriarsi della democrazia nel nostro paese è venuto il momento di riprendere in mano le nostre vite e trasformare radicalmente le miserie in cui viviamo.

 

L’ampliamento della possibilità , a partire dai 15 anni di età, di praticare l’apprendistato introdotto dal Jobs Act e riconfermato attraverso la delega sull’Istruzione e Formazione professionale della Buona Scuola , l’inserimento nella Legge di Stabilità della possibilità per le aziende di assumere con il contratto a tutele crescenti del Jobs Act, quindi usufruendo di sgravi fiscali,  gli studenti che abbiano praticato l’alternanza scuola-lavoro per almeno il 30% del monte orario obbligatorio totale  o la promozione del progetto ‘’I Campioni dell’Alternanza’’ da parte del MIUR con cui aziende come McDonald’s, Zara o Eni mettono a disposizione 27000 posti in cui fare l’alternanza, aziende che sfruttano i lavoratori, non rispettano le norme ambientali e non offrono alcuna formazione sono tutti elementi attraverso i quali si può comprendere qual è l’idea di rapporto fra formazione e lavoro, un rapporto che vede la formazione totalmente subalterna ai bisogni di manodopera a basso costo del mercato e non, invece, un rapporto che ridia al mondo della formazione quel ruolo di progresso e innovazione che dovrebbe avere.

Dopo aver raccolto 3 milioni di firme la CGIL ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale per due referendum secondo noi cruciali: l’abolizione dei voucher e la responsabilità legale per le prestazioni lavorative negli appalti. In realtà i referendum dovevano essere 3, con un ulteriore quesito che chiedeva la reintegrazione dell’articolo 18 e la sua estensione a tutte le aziende con più di 5 dipendenti: quesito bocciato dalla corte in un clima teso generato da una pressione politica mai vista sui giudici. Un quesito che avrebbe potuto mettere la pietra tombale alle politiche neo-liberiste sul lavoro degli ultimi anni, un quesito che sanzionava una battaglia da cui comunque non siamo disposti a recedere.

Crediamo che sia necessario oggi riprendere con forza una battaglia per l’abolizione del lavoro gratuito, sempre più sdoganato a livello sociale, e per l’abolizione degli strumenti di precarizzazione del mercato del lavoro a cominciare dai voucher. Crediamo che vadano istituiti nuovi strumenti di welfare in grado di garantire la dignità della persona a prescindere dalle sue prestazioni lavorative e che siano all’altezza della situazione reale redistribuendo reddito e garantendo l’accesso gratuito ai servizi e all’istruzione permanente.

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La campagna referendaria, ma non solo, che ci troviamo davanti dovrà servire a ridare protagonismo a chi in questi anni ha visto le proprie condizioni materiali peggiorare sensibilmente, a chi pur lavorando è povero, a chi vive delle condizioni di sfruttamento all’interno dei propri lavori precari che pensavamo abbandonati nell’ottocento ma che ritornano più alienanti che mai. Crediamo che sia necessaria una mobilitazione a tutto campo che riesca ad andare anche al di là della tematica dei redditi e dei diritti del lavoro mettendo in evidenza le contraddizioni di un Paese senza piano industriale, di un Paese che ha ormai sacrificato tutti noi sull’altare del “mercato che si regolamenta da sè” e dell’innovazione acritica e ipertecnologica condita dall’ideologia dell’industria 4.0 che per noi significano solo nuove frontiere dello sfruttamento e della recinzione e mercificazione del sapere.

E’ venuto il momento di rimettere al centro la funzione sociale del lavoro, la sua capacità di dare indirizzo ad una società abbandonando la razionalità puramente economicista che ha contraddistinto il dibattito degli ultimi anni rimettendo al centro la “politica del lavoro”, quella capace di fare delle scelte, quella che non è neutrale, quella che avrebbe potuto investire 20 miliardi sul risanamento territoriale piuttosto che sul salvataggio delle banche. Vogliamo cogliere la sfida dell’innovazione, dell’automazione, dell’informatizzazione dei processi produttivi ma non vogliamo assumere la tecnologia come un elemento neutrale. Vogliamo che lo sviluppo del paese sia indirizzato al benessere sociale, alla liberazione dei tempi di vita, alla redistribuzione della ricchezza, al miglioramento delle condizioni collettive di tutte e tutti noi .

 

In un’epoca in cui “lavorare” significa unicamente “guadagnarsi il pane” noi vogliamo ridare significato alla parola “lavoro”. Vogliamo abolire il lavoro capitalisticamente inteso, vogliamo liberarci da un lavoro in quanto disciplinamento sociale e corsa darwinista alla sopravvivenza. Vogliamo lavoro ma nel suo significato autentico: vogliamo lavorare per trasformare il mondo, per migliorarlo e per migliorarci, per sviluppare le nostre capacità e il nostro essere uomini. Non vogliamo più lavorare per garantirci, quando ci riusciamo, da vivere e permettere a pochi di arricchirsi alle nostre spalle come da ultimo ha dimostrato il rapporto Oxfam.

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti durante la conferenza stampa dopo il consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi, 28 gennaio 2016 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Pensiamo quindi che bisogna connettere la battaglia specifica del referendum, che ribadiamo da subito deve essere convocato nel più breve tempo possibile, con una battaglia di ordine generale che punti a trasformare radicalmente la nostra società e il nostro rapporto con essa. Non ci accontenteremo di un maquillage istituzionale che, così come già fatto per il 17 Aprile e il referendum sulle trivelle, punta solo a svuotare i quesiti ed evitare il voto senza cambiare niente.

Lo diciamo chiaramente il nostro Paese deve cambiare senso (e non solo verso). Bisogna redistribuire ricchezze e potere, bisogna coinvolgere la popolazione nell’individuazione di uno sviluppo industriale ed economico sostenibile e socialmente utile. Bisogna liberare la vita di noi tutte/i dal ricatto della precarietà e dello sfruttamento, ridurre l’orario di lavoro ed istituire forme di reddito universale, aumentare il potere decisionale dei lavoratori nei luoghi produttivi e sulla produzione. La lotta per l’abolizione dei voucher e del lavoro gratuito è solo il primo passo, ma noi siamo in cammino e continueremo a farlo fino a quando non saremo in grado di ricomporre la nostra società su un modello cooperativo, sostenibile e fondato sulla reciprocità degli individui e dell’ambiente contro chi sostiene i dogmi della competizione e del merito come gli unici strumenti in grado di garantire la ricchezza generale ma che fino ad oggi ha significato solo la ricchezza per pochi e lo sfruttamento per tutti.

 

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