Colpevoli di essere solidali: come in Europa si criminalizza la solidarietà

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    Ripubblichiamo l’articolo di Corallina Lopez Curzi apparso sul portale openmigration.org

    In Europa si diffondono i crimini di solidarietà: le storie di chi è finito a processo per aver aiutato migranti e rifugiati, e il valore della resistenza umana.

    Come l’Europa (e il mondo) voltano le spalle ai rifugiati

    Qualcuno ha scritto che il 2016 è stato l’anno in cui il mondo intero, e l’Europa soprattutto, ha voltato le spalle ai rifugiati.
    Lo stato delle cose è confermato dai dati disponibili. Mai così tante persone hanno intrapreso un percorso  migratorio (si parla di oltre 65 milioni di persone nel mondo), mai così tanti migranti morti nel tentativo di farcela: 5022 persone solo nel nostro Mediterraneo, per essere precisi – a cui si aggiungono poi altre 2200 persone che hanno perso la loro vita compiendo il proprio viaggio della speranza altrove nel mondo. Mai così tanti muri eretti e frontiere chiuse. Il 2016 è stato l’anno del famigerato accordo tra l’Unione Europea e la Turchia di Erdogan, della chiusura della rotta balcanica, dello sgombero di Calais, del fallimento della relocation europea; l’anno in cui il Kenya ha annunciato la chiusura del più grande campo rifugiati del mondo, e prima il Pakistan e poi l’Europa hanno cominciato a rispedire rifugiati afghani nel loro paese; l’anno in cui il Regno Unito ha votato per la Brexit e gli Stati Uniti hanno eletto come presidente Donald Trump – in due campagne elettorali che hanno avuto in comune forti istanze razziste e xenofobe.

    La criminalizzazione della solidarietà

    Allo stesso tempo non si può però dimenticare che il 2016 è stato anche l’anno della reazione endemica dal basso: ovunque, dove falliscono gli stati nazionali, stanno provando ad arrivare le città; dove sono mancate le istituzioni, ha provato ad arrivare la società civile. Ma anche su questo ci sono segnali particolarmente preoccupanti che riguardano la diffusione dei “crimini di solidarietà”. Ovunque in Europa succede che chi aiuta i migranti venga criminalizzato, processato, forse addirittura detenuto. L’esperto Nando Sigona chiede se “è questa la prossima “soluzione” alla crisi dei rifugiati proposta dai politici dell’Unione Europea? Minacciare i volontari per indebolire il sostegno a soluzioni più umane?” e avverte che “la criminalizzazione dei volontari mira innanzitutto a scoraggiare il coinvolgimento della società civile europea, e da ultimo a indebolire e dividere l’ultimo bastione contro una linea dura dell’Ue nei confronti dei rifugiati”. La giornalista Ilaria Sesana, che ha indagato il fenomeno dei reati di solidarietà in un dossier pubblicato sulla rivista Altraeconomia, evidenzia come “la mappa dei delitti di solidarietà si allarga su buona parte dell’Europa e, in molti casi, coincide con quella delle emergenze legate all’accoglienza o al transito dei richiedenti asilo”.

    PH: "Deliquenti solidali, se la solidarietà con gli stranieri è un delitto allora siamo tutti delinquenti". La mobilitazione della società civile francese per l'abolizione del crimine di solidarietà.

    PH: “Deliquenti solidali, se la solidarietà con gli stranieri è un delitto allora siamo tutti delinquenti”. La mobilitazione della società civile francese per l’abolizione del crimine di solidarietà.

    La direttiva europea che lo permette e la clausola umanitaria che manca

    All’origine c’è (ancora una volta, verrebbe da dire) una direttiva europea: la cosiddetta “facilitation directive” che fornisce una definizione comune del concetto di “favoreggiamento dell’immigrazione illegale”, descritta come: assistere intenzionalmente il cittadino di uno stato terzo ad entrare o transitare nel territorio dell’Unione Europea in violazione della legge; assistere intenzionalmente, e per un guadagno economico, un cittadino di uno stato terzo a risiedere nel territorio dell’Unione Europea in violazione della legge; l’istigazione o la partecipazione alla commissione di tali condotte.

    Come spiega bene la ricercatrice Jennifer Alsopp in un rapporto, la direttiva ha imposto agli stati membri di adottare sanzioni proporzionate, efficaci e dissuasive per le violazioni commesse – tranne che per il primo caso, e cioè quello dell’aiuto all’ingresso o transito, qualora attuata per dare assistenza umanitario. Questa “clausola umanitaria” non è stata però chiaramente statuita nel diritto comunitario e la trasposizione della direttiva è stata attuata in maniera piuttosto disomogenea nelle diverse legislazioni nazionali.
    Un filo conduttore comunque c’è: stando a quanto dichiara l’Agenzia europea per i diritti fondamentali, il favoreggiamento dell’ingresso e del soggiorno di migranti è perseguibile in quasi tutti gli stati membri e solo un quarto di tali paesi recepisce la clausola umanitaria. Con il risultato paradossale che i cittadini solidali possono essere trattati esattamente come i trafficanti di esseri umani.

    Attenzione: la criminalizzazione della solidarietà non è nemmeno una gran novità. In un saggio per il Refugee Studies Centre Jennifer Alsopp riporta le storie di donne francesi andate a processo per aver dato assistenza a migranti transitanti quasi dieci anni fa: come Monique, detenuta a Calais nel 2009 per aver permesso ad alcuni migranti di ricaricare i propri cellulari.
    Ciò che è preoccupante è il recente diffondersi a macchia d’olio di tali casi, ovunque in Europa.

    Storie di umanità

    In Danimarca, c’è Lisbeth Zornig e la sua storia incredibile, e quella di alcune centinaia di persone come lei.
    Era il 7 settembre 2015 e, mentre Lisbeth guidava attraverso il sud della Danimarca per un viaggio di lavoro, sono i giorni della “grande onda di rifugiati”: centinaia di persone, soprattutto rifugiati siriani, erano entrate nel territorio danese con lo scopo di raggiungere poi la Svezia. Quando Lisbeth ha raggiunto il piccolo paese portuale di Rødbyhavn lo ha trovato affollato di persone in stato di estrema difficoltà e ha deciso di dare un passaggio ad alcuni di loro – un gruppo familiare siriani, tra cui due bambine – verso la comune destinazione di Copenhagen. Giunti a casa di Lisbeth e del marito Mikael a Copenhagen, c’è stato però giusto il tempo di una rapida merenda insieme, perché gli ospiti avevano fretta di proseguire il viaggio verso la Svezia e poter infine ricongiungersi ai propri cari. Così Mikael li ha accompagnati alla stazione ferroviaria e pagato per i loro biglietti. E una volta tornati a casa lui e Lisbeth, colpiti da quanto successo, lo hanno condiviso su Facebook invitando i loro amici a fare anche loro qualcosa per aiutare i transitanti. Cosa che in tanti, tantissimi hanno deciso di fare, dando vita ad un pacifico movimento di solidarietà. Qualche settimana dopo, però, Lisbeth e Mikael sono stati convocati alla stazione di polizia per essere interrogati, accusati di traffico di persone – “per un passaggio e un caffè” – e infine condannati a una multa di circa 4000 euro o 14 giorni in prigione.
    Un caso simile si è avuto anche in Norvegia, dove due volontari sono stati arrestati per aver aiutato alcuni profughi ad allontanarsi dal campo in cui erano accolti prima di una deportazione verso la Russia.

    Come riporta Mariana Gkliati su Border Criminologies, in Grecia l’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani registra decine di casi di intimidazione da parte della polizia nei confronti di volontari di NGOs per i diritti dei rifugiati ed episodi in cui volontari e attivisti sono stati ingiustamente trattati come trafficanti. Tra questi, un gruppo di volontari danesi e spagnoli che soccorrevano i profughi sbarcati sull’isola di Lesbo e che si sono trovati perciò a rischiare fino a dieci anni di carcere. Dozzine di persone sono state arrestate, processate ed in alcuni casi condannate (con pene fino a un anno di detenzione) per aver partecipato ad occupazioni abitative sociali per rifugiati.

    In Francia, invece, ci sono Pierre-Alain Mannoni e Cédric Herrou.
    Pierre vive nella città costiera di Nizza, dove è docente e ricercatore presso l’Università locale. È stato arrestato nell’inverno 2016 mentre dava un passaggio a tre giovani eritree in difficoltà e mandato a processo con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e la richiesta del procuratore di sei mesi di detenzione. Lui ha rivendicato il suo atto come “semplicemente umano” ed è stato infine assolto qualche giorno fa, con una sentenza che potrebbe rappresentare un importante precedente per stabilire una sorta di immunità umanitaria al caso di trasporto dei migranti in situazione di rischio per la propria integrità.

    Cédric invece è un contadino della valle della Roya, una zona montuosa della Provenza al confine con l’Italia dove quotidianamente tentano di passare centinaia di migranti a piedi nel tentativo di sfuggire ai controlli della polizia. Cédric, con l’aiuto dell’associazione Roya Citoyenne (costituita da cittadini della valle – che ha una lunga storia di accoglienza – riunitisi in un collettivo), tenta di dare assistenza a quante più di queste persone gli è possibile: offrendo loro passaggi con il suo furgone e talvolta da mangiare e dormire. Per essere precisi, stando agli atti del processo contro di lui, Cédric ha assistito nell’attraversamento della frontiera oltre 200 migranti ed ha accolto 57 di questi. Per questo, oggi è a processo e rischia fino a cinque anni di prigione e trentamila euro di multa: il procuratore Jean-Michel Prêtre, pur riconoscendo che le motivazioni di Herrou sono “nobili”, ha chiesto per lui  – in applicazione della legge che, a suo dire, “può essere criticata ma deve essere applicata” –  otto mesi di carcere (da sospendere con la condizionale). Cédric invece rivendica con forza e convinzione le sue scelte come un gesto di doverosa umanità: “io se vedo gente che sta male l’aiuto”, è la sua semplicissima spiegazione.

    Resistenza umana

    Come si può resistere a questa preoccupante tendenza a criminalizzare quanti sostengono migranti e rifugiati? Secondo Nando Sigona e Jennifer Alsopp, l’unica via è quella di una “mobilitazione costante e duratura della società civile”. In altre parole, la responsabilità di restare umani è – ancora una volta – nelle mani di tutti, e nessuno può sentirsi esonerato.

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