Piano migrazioni: parte la cinica campagna elettorale sulla pelle dei migranti

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Marco-Minniti-olycom-835Sull’ultimo numero di Left, il giornalista Antonio Mazzeo ha fornito un ritratto del ministro Minniti: uomo d’ordine, già sottosegretario con delega ai servizi segreti nei governi Letta e Renzi, vicino alla Nato e all’establishment conservatore degli Stati Uniti, il nuovo titolare del Viminale è il politico che il PD ha intenzione di usare per reggere la prossima campagna elettorale in competizione con la destra più retriva per quanto riguarda immigrazione e sicurezza (competizione a cui è coinvolto in pieno titolo il Movimento 5 Stelle che, in una fase di difficoltà, ha rilanciato una linea politica apertamente xenofoba).

Il piano che il governo si prepara a mettere in campo sull’immigrazione è addirittura peggiore rispetto ai tempi di Alfano: sembrano lontani i tempi dell’ipocrisia che dopo la stage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 aveva assunto il compito di cambiare passo. Il passo, invece, non è cambiato e l’Italia si sta distinguendo – in un contesto europeo attraversato da pulsioni reazionarie e nazionaliste di chiusura e respingimento – per cinismo. Pensiamo alla flessibilità dei conti chiesta a Bruxelles per fronteggiare la questione migratoria: i soldi, poi, non sono destinati a politiche di inclusione sociale per i rifugiati ma per ridurre le tasse sui profitti alle imprese. Ora nel nostro paese, dopo il voto referendario del 4 dicembre, la prospettiva delle elezioni future è tornata nel dibattito pubblico, ma nel peggiore dei modi e a farne le spese sono migranti, rifugiati e profughi (mentre non pare in agenda l’estensione del diritto di voto ai figli di immigrati nati in Italia, una questione di civiltà che governo e parlamento continuano ad eludere).

Nelle intenzioni  del governo i provvedimenti da prendere rappresentano un inasprimento della stessa musica di sempre: la riproposizione forzata della distinzione tra profughi e irregolari (che comporta l’esclusione di chi fugge dal suo paese per motivi socio-economici, è la cecità dell’Europa liberista nei confronti della sofferenza sociale che il neocolonialismo occidentale continua a provocare), l’apertura di nuovi Cie, che in queste ultime settimane hanno dimostrato di essere dei lager in cui i migranti vengono costretti a vivere senza rispetto per la loro dignità (il caso di Cona in cui è morta Sandrine Bakayoko) ed hanno riportato al centro dell’attenzione il tema del fallimento di qualsiasi sistema di macroaccoglienza; o gli accordi con la Libia per esternalizzare la gestione delle frontiere ed affidare ad altri il lavoro sporco contro la libertà di movimento dei migranti – proprio come accadeva ai tempi di Gheddafi. Su questo ultimo punto notiamo con preoccupazione e indignazione la ferocia del nostro Governo, indifferente al fatto di essere complice di imprigionare migliaia di uomini e donne in un Paese contrassegnato dalla guerra civile e dalla violenza, uno dei terribili esiti della repressione sanguinaria di Gheddafi della rivolta del popolo libico e dell’ennesima guerra occidentale nel nome del petrolio e del controllo delle risorse economiche.

Altro punto con cui Minniti e il Governo sperano di ottenere un becero consenso – dopo che i cittadini italiani ne hanno bocciato la politica su Costituzione, scuola, lavoro, pensioni – è la coazione a lavoro dei richiedenti asilo: si parla di stage e tirocini gratuiti, di “lavoretti” socialmente utili senza il versamento di contributi e di un salario degno. È il modello dell’occupabilità, che noi giovani precarizzati conosciamo bene: lavoro sfruttato o gratuito per sperare in un’inclusione sociale rimandata a data da destinarsi. Per i richiedenti asilo la beffa è doppia e crudele: l’esercizio di un diritto – quello all’asilo politico – internazionalmente riconosciuto è subordinato all’inserimento nell’economia grigia che non conosce tutele e garanzie. Proprio quando avremmo bisogno di investimenti pubblici – fuori dal patto di stabilità – per garantire servizi pubblici di qualità e lavoro degno a tutti e tutte, si prosegue invece un’operazione di precarizzazione che ci vede tutt* nel dilagare di svariate forme di lavoro gratuito o sottopagato, in una continua competizione al ribasso, forte del ricatto generato tramite la messa in contrapposizione di italiani e migranti.

Contro tutti questi provvedimenti abbiamo il dovere di mobilitarci da subito, nei luoghi della formazione e nei nostri territori. Nelle scuole e nelle università lanceremo momenti di approfondimento politico culturale e di dibattito che costruiscano antidoti al dilagare del razzismo quotidiano. Nelle nostre città continueremo a attivarci contro il razzismo, le piazze concesse ai peggiori fascisti (come in questi giorni a Milano) e la possibile riapertura dei Cie, in favore di un sistema di microaccoglienza diffusa, funzionale sia ad un miglior progetto integrativo sia ad un controllo più capillare dei finanziamenti, in particolare attraverso i progetti Sprar. Su quest’ultimo versante e sulla rivendicazione di un’accoglienza dignitosa – fuori dai circuiti del profitto speculativo delle cooperative amiche della politica sulla pelle dei migranti – ci siamo già mobilitati a Bologna, Roma, Padova. Mentre Lega, PD e Movimento 5 Stelle giocano le loro campagne elettorali permanenti sulla vita e sulla pelle degli ultimi, noi continueremo nella costruzione di un percorso politico che dal basso rifiuti confini e diseguaglianze.

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