Italia diseguale, adesso #decidiamoNOI!

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    Sarà vero che l’Italia sta uscendo dalla crisi, come dicono giornali e politici? Il Rapporto Istat sul “Benessere equo e sostenibile” presenta un’Italia fondata sulle diseguaglianze – di reddito, geografiche, di genere. I segnali di ripresa propagandati dalla maggioranza parlamentare che ci governa nascondono un aumento dell’ingiustizia e dell’esclusione, che noi riconosciamo nelle nostre città e negli studi statistici. Come abbiamo già detto, di fronte allo sterile dibattito tra pezzi di classe politica che si è aperto all’indomani del referendum costituzionale, dobbiamo essere in grado di porre al centro dell’agenda politica i nostri bisogni, per imporre soluzioni ai problemi dei cittadini.

    I ricchi non hanno mai conosciuto la crisi, mentre noi l’abbiamo pagata

    Secondo i dati il reddito disponibile delle famiglie è aumentato, ma è peggiorata la diseguaglianza: il 20% della popolazione con i redditi più alti guadagna quasi 6 volte in più del 20% con i redditi più bassi. E’ evidente quindi che le politiche economiche portate avanti negli ultimi anni non hanno ridotto l’ingiustizia sociale, poiché l’obiettivo era favorire i privilegiati. Infatti aumenta la povertà: il 20% della popolazione italiana è a rischio povertà, mentre il 12% è in condizione di “grave deprivazione materiale”, con un aumento delle persone che hanno grande difficoltà ad affrontare spese improvvise di 800 euro – per intenderci, se si rompe l’auto di seconda mano che usate per andare a lavoro. Nel nostro Paese continuano ad aumentare le persone in povertà assoluta, ormai 4,5 milioni di persone – dato più alto dal 2005. Inoltre dai dati risulta che nel Mezzogiorno il reddito pro capite è pari al 63% di quello del Nord Italia, mentre sempre al Sud la percentuale di persone in soglia di povertà è tripla rispetto al Nord: i dati dimostrano che la diseguaglianza geografica non è stata minimamente colmata dalle politiche degli ultimi anni. Vogliamo l’istituzione di un reddito di base che garantisca a tutte e tutti l’emancipazione dalla povertà, una misura che venga pagata da chi si è arricchito sulla crisi economica, mentre noi abbiamo sofferto l’incertezza di non avere abbastanza soldi per arrivare a fine mese.

    La società della conoscenza è ancora un sogno: dobbiamo realizzarlo!

    Il nostro Paese sconta un ritardo nell’istruzione dei cittadini, causato dalle politiche di riduzione dei fondi per il diritto allo studio e di ostacolo all’accesso alla formazione. Nel 2015 la quota di popolazione tra 25 e 64 anni con almeno il diploma era del 59% a fronte di una media UE del 77%. Il progetto di una società e di un’economia fondata sulla conoscenza diffusa e sullo sviluppo dei saperi per migliorare le nostre condizioni di vita sembra ben lontano. Sempre nel 2015 il tasso di dispersione scolastica era al 15% contro una media UE del 11%. E’ evidente che sono i cittadini più poveri e con meno stabilità economica a rinunciare agli studi, sia perché sono ormai troppo costosi; sia perché in mancanza di un reddito sufficiente si preferisce andare a lavorare per pochi soldi – “tanto tutto fa curriculum” – anziché studiare. Il divario tra Nord e Sud rimane marcato nel caso della dispersione scolastica, che registra un 12% nelle regioni settentrionali e un 19% nel Mezzogiorno. Il nostro Meridione è colpito da un tasso doppio (35%) di giovani che non studiano né lavorano rispetto a quello del Nord (18%). Mentre i ministri degli ultimi anni ci hanno accusato di essere “fannulloni”, “mammoni” oppure ci hanno consigliato di andare “a spostare cassette di frutta” per imparare, noi ci siamo trovati senza redditi, con scuole e università inaccessibili o costose, e proposte di lavoro degradanti e sottopagate: se tante e tanti di noi hanno rinunciato ad una occupazione, è per colpa di chi ha reso questa società insostenibile.

    Torna a scendere il tasso di partecipazione degli adulti ai percorsi di formazione permanente arrivando al 7%, contro una media UE del 11%. Ciò significa che i cittadini non hanno tempo o non ricevono i servizi necessari per continuare ad imparare durante la loro vita: a gran parte della popolazione non è permesso di coltivare la propria professionalità e la propria cultura. Questo fenomeno causa ulteriori diseguaglianze, come nel caso dell’esclusione dalla Rete. In Italia è evidente la grave assenza di competenze digitali: solo il 19% della popolazione tra 16 e 74 anni possiede elevate competenze digitali, con una percentuale tra i giovani di 16-24 anni (36%) nettamente inferiore alla media dei giovani europei (52%). La disparità Nord-Sud si riscontra anche per quanto riguarda la presenza di alte competenze digitali, al 22% nel Nord contro un 14% nel Sud. In questo ambito sono evidenti le disparità di genere e intergenerazionali: le competenze informatiche sono più diffuse tra i maschi (22%) rispetto alle donne (16%); inoltre le persone in grado di utilizzare un computer sono il 34% tra i 16-34 anni e solo il 3% tra i 65-74 anni, con un divario di genere che aumenta all’aumentare dell’età. Come possiamo sperare di restituire al Sud un futuro e uno sviluppo sostenibile se non ci viene garantita la possibilità di imparare nuove competenze, in particolare quelle digitali che sono sempre più importanti?

    Per quanto riguarda la Cultura la situazione non è migliore. La spesa per la Cultura nel nostro Paese è calata del 29% rispetto al 2009, mentre nel complesso dell’Unione Europea è aumentata del 2,2%, con aumenti del 13% in Francia e del 24% in Germania. In particolare la spesa statale per la Cultura ha visto un taglio concentrato sugli investimenti, mentre la spesa per stipendi e altre spese per l’erogazione dei servizi sono rimaste invariate: questo è ancor più grave perchè se vengono tagliati i fondi sugli investimenti ci ritroveremo con una situazione peggiore nel futuro. Anche sui territori la Cultura viene messa in secondo piano: c’è stata una riduzione ininterrotta della spesa pro capite dei comuni tra 2012 e 2014 per la gestione dei musei, biblioteche e pinacoteche. Da questo punto di vista è gravissimo il divario tra Nord e Sud: i comuni meridionali spendono infatti in media 3,5 euro pro capite a fronte di una media nazionale di 10 euro e di picchi di 27 euro pro capite nella provincia di Trento.  Vogliamo lo stanziamento di 5 miliardi di euro per garantire il diritto allo studio agli studenti medi e di 1,6 miliardi per attuare le misure dalla Legge di Iniziativa Popolare per il diritto allo studio universitario. Inoltre vogliamo l’abolizione del bonus cultura per i diciottenni, perché con gli stessi fondi potremmo garantire la gratuità totale dei musei a tutte e tutti i cittadini. Infine vogliamo il finanziamento di un piano per la formazione continua, che si realizzi a partire dalle necessità specifiche di ogni territorio.

    Serve innovazione, ma per tutti!

    L’Italia è in grave ritardo sull’innovazione dell’economia, innanzitutto perché i nostri governi hanno lasciato al caso lo sviluppo tecnico e scientifico, finanziando poco la Ricerca e delegando totalmente alle singole imprese le strategie di innovazione industriale. Il nostro Paese risulta agli ultimi posti in Europa per investimenti sulla ricerca e sviluppo e sul software. La spesa per la Ricerca è aumentata del 6% tra 2013 e 2014, ma resta nettamente inferiore (1,38%) all’obiettivo nazionale di Europa 2020 (1,51%). L’assenza di sufficienti finanziamenti pubblici alla Ricerca delle Università è dimostrata dall’aumento della quota di spesa coperta dalle imprese (da 57% a 58%) mentre la quota delle università è rimasta invariata (28%). Negli ultimi anni è mancato nel nostro Paese un piano industriale che favorisca il rilancio della ricerca e innovazione, tramite ingenti investimenti pubblici che rendano le università statali i principali promotori dello sviluppo dell’Italia, seguendo i bisogni sociali anziché le esigenze di profitto privato delle imprese. Sappiamo che nell’innovazione italiana dominano gli interessi privati perché il maggior aumento di investimenti ha riguardato lo sviluppo sperimentale (+12%), piuttosto che la ricerca di base (+4%) o applicata (+4%). Anche tra le imprese ci sono dei problemi, perché le grandi aziende riescono ad innovare, mentre le piccole e medie imprese – quelle più diffuse e determinanti per i nostri territori – sono escluse dai vantaggi dell’innovazione. Nel triennio 2012-2014 è aumentato (+1%) il numero di imprese di grandi dimensioni che ha fatto ricerca e sviluppo, con il 83% delle aziende con più 250 dipendenti. E’ invece in calo la quota di imprese che ha fatto ricerca e sviluppo tra le medie imprese (-4%) e le piccole imprese (-8%). Sebbene il Mezzogiorno abbia registrato un aumento inedito nella spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo (+12%) resta la concentrazione di due terzi della spesa totale in Ricerca e Sviluppo a livello nazionale in 5 regioni (Lombardia, Lazio, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto). Il numero di imprese innovatrici si è ridotto non solo al Sud, ma anche in regioni settentrionali e del centrali come Lazio ed Emilia Romagna: la spesa, anche quando aumenta, si concentra su una elitè di imprese e vede escluso il resto del sistema produttivo. Vogliamo che venga attuato un piano di investimenti pubblici nella Ricerca pubblica, a cominciare da un piano di assunzioni di 20.000 ricercatori in 4 anni. Inoltre vogliamo che il Piano industria 4.0 venga modificato per garantire un controllo pubblico e democratico, in modo da favorire le piccole e medie imprese e da orientare l’innovazione verso lo sviluppo sostenibile dei nostri territori.

    Loro pensano ai propri interessi, noi imporremo i nostri bisogni!

    Il Rapporto conferma una profonda sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, in particolare verso i partiti politici (indice di fiducia di 2,5 su 10). Anche l’istituzione principale della rappresentanza istituzionale, il Parlamento, viene bocciato dalla popolazione (3,7). anche le istituzioni locali ottengono una valutazione negativa (3,9). Questo dato è negativo, non è un bene per nessuno quando chi ci dovrebbe rappresentare non è minimamente credibile agli occhi dei cittadini. Il problema sta negli obiettivi che la classe politica a perseguito negli ultimi decenni. Le maggioranze parlamentari, i Governi nazionali e quelli locali, hanno troppo spesso rappresentato una minoranza di privilegiati – banchieri, grandi industriali, manager, palazzinari – mettendo al secondo posto i nostri bisogni. La conseguenza è stata una crisi economica e sociale senza precedenti nel nostro Paese, in cui i giovani hanno il ruolo peggiore: la prima generazione più povera dei propri genitori dal Secondo dopoguerra. In questa situazione crediamo che la politica, per recuperare credibilità e per rappresentarci davvero, deve mettersi totalmente al servizio del popolo e deve realizzare i programmi economici e sociali che vengono presentati dal basso, dagli studenti e dai lavoratori, dalle donne e dagli esclusi. Non accettiamo la miseria del presente, abbiamo un mondo migliore da costruire tutte e tutti insieme!

    Milano

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