GRANDE E’ LA CONFUSIONE SOPRA E SOTTO IL CIELO, LA SITUAZIONE E’ DUNQUE OTTIMA!

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Il 4 dicembre il popolo ha sfiduciato chi ha governato la crisi. Nel mondo saltano gli schemi della globalizzazione e della politica per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, con l’elezione di Trump, l’avanzata della destra sociale in Europa, la sempre più aspra concorrenza economica internazionale. La stabilità fine a sé stessa è stata bocciata da chi ha subito il precariato, lo sfruttamento inquinante del territorio, i costi elevati per studiare, la perdita del lavoro e del welfare. Adesso nel nostro Paese si è riaperta una fase di instabilità che può avere differenti sbocchi: i poteri forti che hanno sostenuto la riforma costituzionale preparano la reazione all’opposizione popolare espressa nelle urne. Tra la loro possibilità di riuscita e la nostra vittoria c’è la frattura sociale delle contraddizioni del nostro tempo. Attraversarle con radicalità, creatività e irriverenza, rappresenta una possibilità ricostituente per la riapertura di una fase di partecipazione e conflitto in nome di nuovi diritti e nuove priorità popolari.

IL LORO MONDO CROLLA, DOBBIAMO COSTRUIRE IL NOSTRO!

In tutto il mondo il progetto della globalizzazione viene messo in crisi dai conflitti politici e sociali, ma la direzione di questo mutamento è preoccupante. L’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti segna la sfiducia verso l’establishment liberal, privo di ogni credibilità agli occhi dell’elettorato americano a causa della complicità con il “Partito di Wall Street”, responsabile della più grave crisi economica mondiale dal 1929. Il miliardario Trump ha consolidato i voti dei repubblicani tramite un efficace mix di spregiudicatezza nella comunicazione, proposte economiche di protezione delle industrie naizonali e rilancio della retorica sul primato mondiale statunitense. Nonostante la maggioranza dell’elettorato americano esprima un giudizio positivo sulle politiche attuate da Obama, la Clinton ha perso i voti di parte dell’elettorato democratico perché poco credibile: il suo impegno a porre dei limiti alla speculazione finanziaria non ha cancellato trent’anni di carriera politica al servizio dei banchieri, mentre le sue proposte di finanziamento del welfare sono state troppo deboli per non sembrare le solite promesse da campagna elettorale. Ciò non toglie che Donald Trump sia un rappresentante degli stessi poteri economici che hanno impoverito i lavoratori statunitensi e costretto milioni di studenti ad indebitarsi per andare all’università: la sua vittoria è un segnale preoccupante e gli amici americani, in particolare gli studenti, già il giorno dopo l’elezione sono scesi in piazza per ricordargli che lo aspetta una dura opposizione sociale, dimostrando ancora una volta la portata generale del movimento studentesco nella storia.

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Mentre negli USA sale in carica un Presidente xenofobo, sessista e ignorante, in Europa si avvicinano due tornate elettorali determinanti per il futuro dell’Unione. In Francia François Hollande, il presidente più odiato della Quinta Repubblica, ha rinunciato alla ricandidatura per evitare un ballottaggio tra la destra sociale di Le Pen e la destra liberale di Fillon. La socialdemocrazia francese, che ha favorito il lavoro precario e ridotto il welfare – vi ricorda qualcosa? – sostiene il candidato Manuel Valls, paladino delle politiche antisociali e della Loi Travail, dimostrando l’irreversibile distacco del centro-sinistra dai bisogni sociali dei francesi. Sull’altra sponda del Reno si avvicinano le elezioni ed Angela Merkel cerca il quarto cancellierato, per scongiurare la vittoria dell’estrema destra e l’avanzata della sinistra che ha raggiunto il governo della città di Berlino. A lei spetta una scomoda campagna elettorale: i nazisti la accusano di essere troppo generosa con gli altri Paesi europei e di lasciare porte aperte ai profughi, mentre la sinistra denuncia la responsabilità del Governo tedesco e della sua ideologia economica nella disintegrazione dell’Unione Europea. La Brexit ha dimostrato quanto i popoli che hanno subito il costo della crisi economica non sono più succubi della retorica della stabilità, percepita come mantenimento dello status quo, e del mito della crescita globale offerta dalle politiche liberiste. L’Europa mostra una crisi della socialdemocrazia e delle destre liberali, responsabili della crisi economica e incapaci di rilanciare l’occupazione perché hanno scelto da decenni di rappresentare gli interessi dell’alta finanza e delle imprese multinazionali.

L’economia internazionale é attraversata da una guerra monetaria e commerciale che sta sgretolando il sistema della globalizzazione definito dal Washington Consensus, costituito dalla stabilità dei tassi di cambio e di interesse e dalla liberalizzazione dei commerci internazionali. Le politiche monetarie espansive delle banche centrali, in particolare della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea, proseguono nel tentativo di frenare la deflazione e fornire la liquidità necessaria alle imprese assetate di credito, ma comprime i profitti finanziari svalutando di fatto il debito. La politica monetaria delle banche centrali resta al servizio delle elité, serve a garantire la sopravvivenza di breve periodo di questo sistema economico fondato sulle diseguaglianze. Infatti Draghi è tra i principali sostenitori delle politiche che rendono il lavoro precario e sottopagato, così come dello smantellamento del welfare.

Assistiamo ad una nuova centralità nel dibattito pubblico delle proposte economiche protezioniste in opposizione alla globalizzazione, sostenute in particolare dalla destra sociale che cerca il consenso dei cittadini colpiti dalle delocalizzazioni e dalla perdita di potere d’acquisto. Questa riproposizione del protezionismo è anche dovuta all’insufficienza dei profitti di impresa – denunciata anche da Mario Draghi – in una fase di generale sovrapproduzione: anziché stimolare la domanda con investimenti e spesa pubblica, si sceglie di drogare l’economia reale nazionale tramite i limiti alle importazioni e la guerra commerciale.

Il paradigma economico dominante degli ultimi decenni non è più considerato una verità incontrovertibile, ma non siamo di fronte al superamento del capitalismo. E’ invece evidente che il sistema economico mondiale sta ponendo le basi per il superamento dei propri limiti, un fenomeno che apre spazio ad una autoriforma dall’alto per l’autoconservazione delle disuguaglianze mondiali. Superare la globalizzazione con una risposta di redistribuzione globale delle ricchezze che dia priorità alla persona ed al contrasto alle marginalizzazioni sociali dovrebbe essere invece l’obiettivo e la sfida.

OSARE L’IMPOSSIBILE, OSARE VINCERE: IL POPOLO HA DETTO NO ALLA RIFORMA E ALLA DISUGUAGLIANZA

Il referendum del 4 Dicembre, con un’affluenza complessiva del 65,47% ha segnato un evento storico per l’Italia. Il popolo ha colto l’occasione di esprimere la propria volontà: nonostante la progressiva disillusione verso la politica, una affluenza come questa non veniva registrata dal 1993. Dai dati risulta che la popolazione inattiva non ha votato, spingendo al ribasso l’affluenza nelle aree del Paese in cui si registra il tasso più alto di NEET. Se c’è però una cosa che avevamo ben individuato fin dall’inizio della campagna elettorale, è la connessione tra democrazia formale e sostanziale, tra decisionalità e bisogni. Nel nostro Paese chi ha di meno, ha sempre deciso meno. E’ evidente che il referendum costituzionale ha assunto una grande importanza per aprire una fase nuova, la richiesta di protagonismo di tante persone persistentemente escluse dal welfare e dalla vita pubblica, di chi ha perso interesse per il lavoro o la formazione personale, che, con rabbia e speranza, pretendono un miglioramento reale e non sloganistico delle proprie condizioni di vita.

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Il NO alla riforma ha vinto in maniera schiacciante, con una forbice di 20 punti di vantaggio sul SI. Il popolo ha bocciato chiaramente il progetto di riforma dei suoi stessi carnefici, da Renzi a Marchionne passando per la banca d’investimento JP Morgan. L’analisi della composizione del voto mostra un dato fondamentale: il NO alla riforma è stato determinato dalle condizioni sociali, con un protagonismo di chi ha redditi bassi, vive nelle periferie, è disoccupato o lavoratore – i subordinati e autonomi sono comunque maggioritari nel NO. L’assenza di una ripresa economica e l’aggravarsi delle disuguaglianze ha mobilitato l’elettorato più esposto alla crisi contro il premier Renzi, responsabile delle politiche antisociali degli ultimi anni e volto pubblico principale del fronte del SI. La personalizzazione del referendum si è ritorta contro Renzi, incapace di riconoscere che la maggioranza del Paese non si sente per nulla rappresentata da lui e dalle sue politiche. Si sono invertite le carte in tavola: il SI ha rappresentato il mantenimento dello status quo, con la riforma neoliberale dello Stato e l’istituzionalizzazione del paradigma della governabilità come chiusura di un ciclo di riforme, il NO invece il cambiamento reale. E’ stata l’opposizione ad una idea di cambiamento tout court che non rappresentava affatto il mutamento delle proprie condizioni di vita, ma solo una insanabile distanza tra democrazia rappresentativa e democrazia reale.

Tuttavia la condizione economica non è stato l’unico fattore determinante. La questione generazionale è un elemento importante e controverso per comprendere quel che è successo il 4 dicembre. La maggioranza dei pensionati ha votato SI, in controtendenza rispetto alle altre fasce più giovani, in maggioranza schierate per il NO – con un picco del 81% tra i 18-24 anni. I pensionati hanno sicuramente subito la campagna terroristica del Governo e dei media mainstream riguardo il crollo azionario delle banche, la crisi del debito pubblico e le conseguenze sulla sostenibilità del sistema pensionistico. E’ altrettanto evidente che la differenza nell’accesso alle informazioni riguardanti il referendum è stata determinante, non ha infatti per nulla inciso, come vogliono far credere alcuni parti perdenti capaci solo di commenti intellettualisti e giudicatori delle scelte popolari, il possesso di titolo di studio sull’esito referendario, quanto piuttosto il digital divide – ricordiamo che il 37% della popolazione italiana è analfabeta digitale totale. La popolazione anziana, più spaventata anche per ragioni sociali dall’instabilità, è quasi totalmente dipendente dal sistema mediatico televisivo, del tutto schierato per il SI alla riforma, mentre i giovani hanno prevalentemente accesso alle informazioni tramite i social media e internet, in cui il fronte del NO ha avuto la possibilità di condurre una campagna popolare e autonoma dalle lobby. Questo referendum ci mostra quindi l’importanza storica della rivendicazione di una formazione continua che fornisca a tutta la cittadinanza gli strumenti cognitivi, a partire dalle disuguaglianze determinate dall’assenza di saperi non formali (in particolare capacitazioni tecnologiche) e dalla impossibilità di contrapporsi agli istituti di potere che ne derivano. Infine la maggioranza bulgara per il NO tra i giovani è la dimostrazione di quanto noi, cresciuti nella crisi economica e per la prima volta dal secondo dopoguerra più poveri dei genitori, siamo in prima linea nel rifiuto di una rappresentanza 15235877_1335378563160884_7098395913988164694_opolitica che mette al primo posto gli interessi delle banche e delle multinazionali anziché i bisogni delle persone.

La battaglia degli studenti contro la Buona Scuola ha aperto nel 2015 la fase di declino del consenso verso il Governo Renzi, inaugurando una stagione di protagonismo giovanile nell’opposizione sociale alle politiche neoliberiste imposte dall’alto. Il voto del 4 dicembre è infatti l’apice di un percorso che viene da lontano. Anche questa campagna referendaria ha visto i giovani come principali protagonisti, in particolare con i comitati di Studenti per il NO promossi da Rete della Conoscenza, Link e Uds.  E’ stata evidente la centralità delle pratiche di attivazione individuale innovativa: dal porta a porta, fino alle ape car per il no, passando per le agorà cittadine, le studentesse e gli studenti hanno provato a cimentarsi dentro e fuori dai luoghi della formazione, nelle piazze e nei mercati, con vecchie e nuove forme di relazione popolare. La mobilitazione studentesca lanciata dall’Uds il 7 ottobre ha portato in piazza centinaia di migliaia di studenti e non solo, in un autunno segnato da una partecipazione portata avanti sui territori con il 29 ottobre, il 17 novembre e infine il corteo nazionale di “C’é chi dice NO” a Roma il 27 novembre. Si è costruito un processo costituente a partire dalle priorità dei territori mettendo al centro battaglie sociali di lotta alle disuguaglianze, la dimensione di genere, le vertenze ambientali. A partire dai risultato di questo autunno, è necessario interrogarsi su come integrare le pratiche di attivazione individuali con quelle collettive, riaprendo una fase di occupazione dirompente dei luoghi collettivi, in cui le piazze non siano lasciate alle minacce di Salvini o ai tour ai 5 stelle, ma siano identificate come strumento trasformativo reale della realtà in cui viviamo, a partire dalla dimensione territoriale.

ABBIAMO VINTO, ORA #DECIDIAMONOI!

Dopo il voto referendario sembra non sia cambiato nulla: i politici continuano a discutere nei talk show dei propri interessi di carriera e delle poltrone. Al Senato è stata approvata la legge di stabilità con il ricatto del voto di fiducia e senza coperture in un solo giorno (alla faccia della lentezza conclamata da Renzi in campagna elettorale!). Le conseguenze della manovra, priva di coperture per le promesse pre-elettorali renziane, le subiremo a partire dal prossimo anno, con 32 miliardi di clausole di salvaguardia e la riapertura di una fase di politiche economiche regressive. Lo avevamo detto e lo ribadiamo: non ci interessa difendere una Costituzione che già martoriata dall’istituzionalizzazione dell’austerità con la modifica dell’articolo 81. Le ragioni sociali del voto e le  mobilitazioni che hanno portato in piazza il NO alla riforma come scelta per migliorare le nostre vite sono già state tradite. I media mainstream stanno nascondendo il significato del voto per dare spazio ai conflitti tra partiti, sulla composizione della maggioranza del Governo Gentiloni e sulle modifiche alla legge elettorale. In questo dibattito che non parla al Paese vengono meno i temi sociali che riguardano la vita e la condizione materiale delle persone, mentre il NO ha segnato proprio il rifiuto della politica come opportunismo di partito. Il nostro obiettivo deve essere tenere al centro i bisogni materiali e immateriali delle persone, a prescindere dal Governo e dalla maggioranza politica che ci troveremo di fronte. Dobbiamo pressare la classe politica per determinare dal basso l’agenda di governo e le politiche attuate.

L’assemblea nazionale della Rete della Conoscenza del 17 e 18 Dicembre a Roma, sarà occasione per discutere e costruire la risposta generale e specifica delle studentesse e degli studenti che non hanno intenzione di rinunciare al ruolo generale sperimentato questo autunno, coniugandolo con la ripresa delle battaglie vertenziali e specifiche di trasformazione di scuole ed università.

Riteniamo sia fondamentale ripartire da tre punti: la democrazia sostanziale, la democrazia cognitiva e l’apertura di spazio decisionali diretti.

Se la politica si chiude in sé stessa, noi dobbiamo spingere affinché vengano smantellate le riforme che ci hanno colpito negli ultimi anni, come Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia; dobbiamo fare in modo che vengano approvate misure che rispondano alle nostre esigenze, un reddito di base per tutte e tutti, la garanzia dell’istruzione gratuita e di qualità per tutti; un piano di investimenti pubblici per creare direttamente posti di lavoro per i giovani, le donne, il Meridione con piccole opere diffuse sui nostri territori contro il dissesto idrogeologico ed i disastri ambientali. Sarà quindi necessario attivarsi per i referendum sul lavoro con una grande campagna studentesca e generazionale, che tematizzi i temi dell’alternanza scuola-lavoro, dei tirocini sfruttamento, degli apprendistati sostituiti alla scuola dell’obbligo, della formazione professionale, del ricatto dei voucher e della precarietà, indipendentemente dalla data di indizione dei referendum. Ci riserviamo un contributo successivo di approfondimento dei bisogni materiali ed immateriali legati ai generi, tema altrettanto necessario per il rilancio primaverile, alla luce del percorso “Non una Di Meno”, che ha portato in piazza una marea di corpi nella data del 26 novembre ed abbiamo contribuito a costruire durante l’autunno con iniziative in scuole ed università.

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Del resto la vittoria del 4 Dicembre non ci consegna sicuramente un contesto sociale mutato. L’abbiamo dichiarato fin da subito, la nostra battaglia sul referendum avrebbe dovuto guardare direttamente oltre la scadenza stessa per immaginare una reale trasformazione dell’esistente. Non possiamo illuderci di aver ricomposto qui ed ora quello che invece continua a marciare diviso, in forme atomizzate, troppo spesso fuori dai luoghi, fisici e virtuali, nei quali ci muoviamo noi. Il NO rappresenta però sicuramente un forte elemento di riconoscibilità tra quei segmenti di società ai quali vogliamo guardare nella necessaria costruzione di un popolo che si inizi a riorganizzare ed acquisisca forza dentro questo scontro. Per fare ciò siamo chiamati a ripensare alla base ciò che oggi intendiamo con l’idea di conflitto sociale. Se il 4 dicembre ci siamo riconosciuti dalla stessa parte, non possiamo dire che questo sia avvenuto nelle pur ampie mobilitazioni messe in campo, nelle piazze che abbiamo contribuito a costruire. Nella campagna abbiamo incontrato tanto spontaneismo, tanto attivismo individuale, rispetto al quale spetta a noi il compito di restituire l’importanza del “collettivo”, dell’incontro, della cooperazione nelle forme di partecipazione e di mutualismo che si producono, come elemento necessario nella riappropriazione di quella decisionalità del basso che negli ultimi mesi si è prodotta a partire dai territori.

Dallo spazio neutro che si apre dall’esito referendario, tra la restaurazione dei vecchi assetti di potere e la costruzione del nuovo, si apre una nuova opportunità per il sociale, assumendo un ruolo politico di tutela della democrazia e di costruzione di attivazione sociale reale. In una fase in cui è la politica a dividere, il ruolo del sociale è quello di unificare le diverse domande differenti provenienti dai bisogni sotto il significante del protagonismo e della decisionalità, coniugando gli interessi particolari a quelli generali, ricostruendo tessuto sociale, politicizzando ed organizzando la partecipazione costruitasi attorno al referendum, senza alcuna velleità difensiva o conservatrice, ma con lo spirito dell’apertura di una fase di conquista e contrasto alla marginalità sociale.

Grande è la confusione sotto al cielo, la situazione è dunque ottima per ottenere il riscatto, per imporre dal basso i nostri bisogni. Non sarà facile, così come non è stato facile né scontato vincere questo referendum. Dovremo affrontare la rabbia delle elites sconfitte dal popolo il 4 dicembre, perché non hanno rispetto della democrazia e proveranno a far rientrare dalla finestra la stessa torsione autoritaria come in passato. Dovremo fare in modo che il popolo andato alle urne non venga diviso dalla demagogia di chi resta al potere, per vie dirette e indirette, ma teme più di ogni altra cosa l’unità di chi ha subito. Restiamo uniti, non fermiamoci, portiamo avanti il nostro assalto al cielo. Chi non ha ormai nulla da perdere può solo vincere, irrompendo nel dibattito e sparigliando le carte in tavola di chi vuole giocare con le nostre vite.

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