Appunti da Marrakech: unire locale e globale per un altro mondo possibile.

    0 Flares 0 Flares ×
    Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

    A pochi giorni dalla conclusione della 22esima conferenza delle parti sui cambiamenti climatici (COP22) possiamo discutere dei (non) risultati che l’incontro tra le delegazioni internazionali ha raggiunto e di quale esperienze e conoscenze ci abbiano restituito le realtà sociali e le delegazioni che da tutto il mondo si sono riunite a Marrakech per lottare per la giustizia climatica e sociale.

    _dsc3616

    E’ stato detto più volte che questa COP avrebbe dovuto avere la funzione porre paletti concreti e proporre azioni decisive (ACT era l’imperativo leggibile sui tantissimi stendardi sparsi per la città) per attuare quanto stabilito con l’Accordo di Parigi lo scorso anno. Un accordo che – dopo bene due settimane di discussione- resta non vincolante ma quantomeno “irreversibile” (fondamentalmente una reazione alla preoccupante elezione del negazionista Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, leitmotiv della COP che  si è reso evidente anche nella dichiarazione finale in cui si invita all’unità e alla collaborazione tra tutti i paesi).

    Tocca constatare che nemmeno stavolta i delegati presenti sono riusciti a stabilire come uscire dall’impasse nella lotta ai cambiamenti climatici, procrastinando al dicembre 2018, COP24, la definizione di un regolamento su come i singoli Stati abbasseranno le emissioni di CO2, perseguendo le decantate azioni di mitigazione.

    Sono stati rimandati alla COP24 i nodi principali dell’Accordo di Parigi:

    -la sua ratifica ed attuazione in tutti gli stati
    -una prima verifica della azioni intraprese per raggiungerne gli obiettivi preposti
    -la disposizione del Fondo Verde per i paesi in via di sviluppo (confermato, seppur considerato insufficiente) di 100 mld di dollari all’anno entro il 2020. Una somma che  non è minimamente in grado di risolvere i problemi che si vivono nella maggior parte del mondo “in via di sviluppo” considerato l’impatto enorme che storicamente i paesi sviluppati hanno avuto e continuano ad avere su quelli considerati più poveri ma che in realtà sono soltanto i più sfruttati proprio per la grande presenza di risorse nei territori, un impatto che ha devastato il piano sociale, ambientale, economico, culturale delle popolazioni nel corso dei secoli.

    Parole spese anche sul tema della sicurezza alimentare e sull’impatto dell’agricoltura sui cambiamenti climatici, ma anche in questo caso nessuna concreta proposta di azione per ridurre le emissioni di gas serra.

    cop22

    L’appello dei potenti del mondo va anche verso le organizzazioni non statali, rivolgendo dunque una chiamata retorica all’impegno della società civile ( che però non viene mai coinvolta nei processi decisionali veri ma solo in quelli di costruzione di opinione), oltre che alle numerose aziende che già lavorano abbondantemente sul piano del greenwashing in barba al principio di “chi ha inquinato deve pagare”, spesso in accordo con gli stessi governi.
    Da questo punto di vista possiamo affermare che
    gli spazi della COP  – la cosìdetta ZonaVerde- a netto di alcune considerevoli differenze erano l’emblema delle operazioni di greenwashing con cui dovremmo misurarci nei prossi anni: spazi totalmente avulsi dal mondo reale, dove non si vedevano relazioni tra ingiustizie sociali e ambientali, dove grandi aziende vendevano i propri prodotti mentre i capi e i delegati di stato sfilavano nello sfarzo con fare almeno apparentemente distratto e senza di fatto preoccuparsi di individuare soluzioni concrete, bensì incancrenendo spesso la discussione sulle elezioni presidenziali statunitensi (un dato da considerare, certo, ma di cui i cambiamenti climatici non si curano). Fuori dalle tensostrutture della COP invece c’era il mondo reale: una cortina di polveri sottili ad altezza uomo pervade la città di Marrakech, dove oltre all’inquinamento è ben evidente la disuguaglianza economica esistente.

    Forum sociale

    All’esterno degli spazi della COP si è svolto il forum dei movimenti sociali sui cambiamenti climatici, cui abbiamo preso parte, presso lo spazio autogestito nella Facoltà di Scienze e Tecnologia dell’Università di Marrakech. Il 13 Novembre le realtà sociali hanno costruito un enorme corteo di decine di migliaia di persone che ha sfilato per le strade di Marrakech per far sentire forte la richiesta di “giustizia climatica” ai potenti della terra mentre dal 14 al 17 novembre sono state organizzate giornate intere di incontri, dibattiti, gruppi di lavoro sui grandi temi legati alla giustizia sociale ed ambientale.

    Riportiamo di seguito un breve riepilogo delle principali discussioni tenutesi.

    CopAfrica

    copafrica
    Una giornata dedicata alla situazione del
    continente africano e al ruolo dei suoi movimenti sociali, vittima dei cambiamenti climatici a causa anche del mancato controllo da parte dei governi che lasciano gestire alle multinazionali le numerose ricchezze presenti sul territorio, le quali non hanno interessi diversi dal profitto e quindi dallo sfruttamento di terre e popoli.

    A questa situazione sono legati anche i flussi migratori, sempre più spesso caratterizzati dalla presenza dei cd. profughi climatici oltre che da chi fugge dai conflitti locali ed internazionali; tra l’altro ancora oggi in molte parti dell’Africa scoppiano conflitti a causa di insufficienza di cibo ed acqua tra le popolazioni indigene.

    Le soluzioni proposte dalla società civile sono incentrate sulla partecipazione e sulla solidarietà tra movimenti internazionali, a partire dalle lotte territoriali, così da aver la forza di imporre alle agende politiche dei governatori un modello diverso. Questo però con una forte richiesta di indipendenza non solo formale ma sostanziale, politica e sociale nella gestione dei propri territori e dei movimenti sociali. Una giornata in cui i movimenti “occidentali” hanno avuto modo di ascoltare piuttosto che intervenire e sovradeterminare, in cui imparare come si costruiscono le lotte in quei territori dove il cambiamento climatico non è un agghiacciante futuro ma un tragico presente.

    Fondamentale nella discussione il richiamo al  ruolo dei luoghi di formazione in quanto nececessario per educare, sensibilizzare ma soprattutto costruire dal basso un nuovo (ma sarebbe meglio dire diverso) modello di sviluppo  attraverso la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico, non nell’ottica di una fantomatica “Green economy” (dove le risorse sono nelle mani di pochi) ma in modo che gli strumenti di ricerca ed innovazione siano accessibili a tutti: in poche parole garantire maggiori finanziamenti alla ricerca pubblica indipendente dalle grandi lobby.

    L’organizzazione tra i movimenti sociali, dal piano locale a quello nazionale a quello finalmente internazionale, è l’obiettivo che ci si pone e che si dichiara anche con il documento finale presentato dal forum sociale al termine della cop22, una dichiarazione di solidarietà, che prende atto dell’enorme divario tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, che pone l’accento sulla necessità di individuare una immediata strategia 0 fossili e 100% rinnovabili, per una trasformazione sociale, ecologica, femminista e democratica che tuteli il lavoro e l’uguaglianza economica, nel rispetto delle differenze e partendo proprio da quelle che caratterizzano un movimento globale come è quello che vogliamo andare a costruire.

    Cambiamenti climatici e differenze di genere

    genere_e_clima

     

     

    Guardando i cambiamenti climatici dall’ottica della giustizia sociale, quindi dal punto di vista sistemico, è chiaro che non si puo’ prescindere dalla critica al modello patriarcale attuale su cui il capitalismo si basa: per questo un filo conduttore del forum è stata anche la questione di genere.

    Si parte da alcuni dati: il 70% delle persone povere e vittime dei cambiamenti climatici nel mondo è di sesso femminile; tra il 60% e l’80% della produzione di cibo mondiale avviene ad opera delle donne; soltanto tra il 10% e il 20% delle terre coltivate a scopo alimentare appartiene a donne;s olo il 18% della popolazione femminile partecipa alla vita politica e ha quindi diritto di parola sulle più importanti decisioni che riguardano la vita di tutti e tutte.

    Tuttavia i risultati più importanti in termini di educazione sono raggiunti dalle donne, il know-how tradizionale ed alternativo è proprio della popolazione femminile. E’ dunque necessario un cambiamento radicale, a partire dall’abbattimento delle disuguaglianze economiche, anche per quanto riguarda le dinamiche di genere per poter parlare realmente di sviluppo sostenibile. Numerosi sono gli esempi di movimenti sociali per la tutela delle risorse e del territorio animati e presieduti dalle donne, tra cui il più famoso è quello del movimento amazzone femminista per la tutela delle foreste (Brasile).

    Estrattivismo

    estrattivismo

     

     

     

    La transizione non puo’ essere soltanto tecnologica ma anche democratica, nei termini di sviluppo dei movimenti e connessione delle lotte volte a cambiare il sistema produttivo.

    Sono stati riportati numerosi esempi di estrattivismo selvaggio e conseguente distruzione di ecosistemi, tra cui quello palestinese sulle risorse idriche (il 20% delle risorse idriche è concessa ai palestinesi, il restante 80% sottratto loro da Israele; secondo il WHO – World Healt Organization– il fabbisogno di acqua è di 150 l al giorno, i palestinesi hanno accesso ad appena 38 l di acqua al giorno), quello dello Zimbabwe sulle miniere di diamanti (nel 1961 il nuovo atto costituzionale sancì lo sfruttamento delle risorse e la discriminazione raziale, non riconoscendo nè i diritti umani nè ambientali e permettendo la depredazione delle risorse del territorio e la cieca violenza nei confronti delle popolazioni locali) e dei popoli indigeni sullo sfruttamento delle risorse forestali (attraverso azioni legali e non le popolazioni locali si sono opposte fermamente all’estrazione delle risorse forestali, rivestendo un ruolo centrale nel mantenimento del carbonio nel sottosuolo poichè esso si trova per il 30% in zone abitate dai popoli indigeni in grado di tutelarne la presenza e mitigarne gli effetti; la perdita annua di soprassuolo è di circa 20.000 km2; il 75% delle emissioni prodotte dal Brasile è causato dalla deforestazione e dal cambiamento d’uso del suolo – agricoltura e allevamento).

    E’ quindi risultato nuovamente evidente quanto oggi sia percepita ed insostenibile la mancanza, a livello internazionale, l’occupazione dello spazio politico a sinistra e il protagonismo sulle politiche pubbliche dei movimenti popolari i cui cardini dovrebbero essere proprio la lotta alle diseguaglianze e allo sfruttamento delle risorse: uno spazio che dobbiamo occupare a partire dalle mobilitazioni, attraverso l’organizzazione sociale se vogliamo rovesciare il modello capitalistico.

    Spazio mediterraneo

    mediterraneo

     

    Una riflessione specifica sulla situazione dei paesi del Mediterraneo, in cui si sono discusse le differenze tra paesi a nord del bacino e quelli a sud, sul piano delle condizioni socio economiche e delle pratiche, ma anche le similitudini per quel che concerne i conflitti ambientali e la distruzione del territorio, nonchè la necessità di mobilitazione a livello sociale. Tema comune è l’accessibilità alle risorse idriche e la loro gestione popolare, in taluni casi ottenuta ma in molti altri da continuare a rivendicare: su questa battaglia è possibile costruire un piano di lavoro internazionale, partendo sempre da quello locale.

    Una proposta concreta è quella di replicare il modello peruviano nell’area del mediterraneo, a partire dal ripensamento del territorio al di là dei confini nazionali ma in termini di area geografica, oltre la dicotomia nord-sud e basandosi sulle ricchezze comuni da condividere; a partire dalla collaborazione tra associazioni minori e quelle più grandi (già con un piano di lavoro internazionale), è essere possibile costruire una lotta internazionale.

    In questo senso un esempio importante è quello della città di Gabès, dove dal 1973 con l’inizio dell’industrializzazione dell’area è stata distrutta l’immensa biodiversità che la caratterizzava, lasciando solo morte e distruzione nel giro di appena 10 anni: specie estinte, livelli di inquinamento molto oltre i limiti previsti, inesistenza di forme di vita in moltissime zone, popolazione distrutta sul piano economico, sociale e della salute (nuove malattie e tumori non esistenti in altre zone del mondo). La popolazione ha reagito con forza a questa situazione, organizzandosi e partecipando alle grandi mobilitazioni arabe e ai movimenti sociali Stop Pollution, portando la questione sul piano internazionale.

    Una proposta interessante proveniente da questa discussione è la costruzione di un piattaforma di know-how e di raccolta delle risorse in area mediterranea da valorizzare, al fine di riappropriarci dei territori e di porre il tema della pubblicizzazione delle risorse.

    In questo spazio è anche stata presentata “l’odissea delle alternative” un percorso internazionale che ci ha visti protagonisti come delegazione italiana, insieme all’Arci che è stata capofila della tappa italiana, che ha toccato ed organizzato forum cittadini in molti paesi del mediterraneo (Spagna,Francia,Italia, Algeria,Tunisia e Marocco) per riconsegnare ai lavori della Cop e dello spazio autogestito le ragioni e le riflessioni che provenivo dai movimenti territoriali del bacino del mediterraneo.

    Plenaria chiusura lavori

    img_2003_copia

    Nonostante la difficoltà di organizzare oggi dei movimenti solidi, a differenza del movimento dei movimenti di 15 anni fa , a causa della frammentazione sociale operata a livello globale dalle politiche neoliberiste, bisogna perseguire l’obiettivo di connessione delle lotte sul piano internazionale a partire dalle battaglie locali.

    E’ importante da un lato riappropriarci degli strumenti di conoscenza scientifici, affinché questi siano a disposizione della popolazione e non di poche grandi lobby con interessi esclusivi di profitto economico. Altrettanto necessario è implementare il numero degli incontri internazionali, che non possono ridursi a contingenze annuali dettati da terzi (vedi la COP). Connettere le lotte al fine di difendere il sud del mondo ed i paesi in via di sviluppo, andando oltre gli errori del passato interni al movimento ambientalista stesso e rendendo la discussione assai più complessa poiché basata sul riconoscimento di politiche e pratiche differenti dei vari paesi e sulla necessità di collegarle.

    Acqua e suolo sono due temi fondanti delle lotte internazionali, strettamente legate al tema delle migrazioni e dell’accessibilità alle fonti alimentari.  

    Europa ed Italia

     

    Tornando al piano di discussione istituzionale, dal canto loro i paesi europei si sono presentati compatti alla discussione di questa COP, assumendo unitariamente i pochi impegni stabiliti. Considerata questa posizione, l’obiettivo che l’Unione Europea deve porsi, non assolutamente impossibile data la situazione attuale, è l’incremento della riduzione delle emissioni dal 20 al 30% entro il 2020. Tuttavia il fatto che i dati complessivi dell’EU non siano tanto negativi, non deve far cadere in errore alcuni governi, come quello italiano, che continuano imperterriti a promuovere politiche in esatta antitesi alla riduzione di emissione dei gas serra. A detta del Ministro dell’Ambiente italiano in Europa sono previste sanzioni, a livello globale invece assenti, per chi non dovesse rispettare i target di riduzione previsti.

    incontro_galletti

    Se già partivamo consapevoli dei danni provocati dalle politiche italiane in materia energetica (inceneritori, trivellazioni petrolifere, SEN non aggiornata, ecc), conferma ce ne ha data il Ministro Galletti in persona durante l’incontro con le organizzazioni aderenti alla Colazione Clima italiana. Il Ministro dell’Ambiente ha infatti in questa occasione affermato che il problema fondamentale del nostro paese è la gestione dei rifiuti in discariche e che l’ unica  soluzione individuata è  l’incenerimento dei rifiuti (tonnellate di emissioni di co2 in più) e la raccolta differenziata. Minimizza poi le concessioni rilasciate per le prospezioni petrolifere, definendole esclusive sperimentazioni ben diverse dalle trivellazioni vere e proprie, scaricando dunque se’ stesso ed il governo di cui fa parte di qualsiasi responsabilità nei confronti dei 30000 km2 di fondale marino prossimo alla distruzione. Ci chiediamo come questo possa concordare con gli accordi presi durante le Conferenze delle Parti che Galletti sostiene di voler applicare.

    Alle preoccupazioni poste dai membri della Coalizione Clima, in merito alla situazione italiana complessiva, ha risposto affermando che il nostro paese è leader mondiale nella decarbonizzazione: un’affermazione decisamente lontana dal mondo reale dove invece si continua a sollecitare l’utilizzo di gas e petrolio come fonti energetiche primarie e quello su gomma come tipologia di trasporto su cui investire, nonostante le potenzialità del nostro territorio nello sviluppo delle energie rinnovabili.

    In termini di partecipazione democratica ai processi politici ambientali, il Ministro ha elogiato il lavoro delle associazioni e dei sindacati, dimenticando però di dare una risposta alla domanda su quali siano gli spazi di discussione e concertazione futuri (ad oggi assenti o almeno insufficienti) tra società civile e parti istituzionali al fine di perseguire l’applicazione dell’Accordo di Parigi, monitorare le decisioni intraprese dal governo affinché siano rispettose dei parametri individuati a livello internazionale e costruire una nuova strategia energetica nazionale che vogliamo sia appunto fondata sul concetto di democrazia.

    Sul tema della giusta transizione dei lavoratori e quindi della tutela dei diritti degli stessi, scottante e centrale già nel dibattito sul referendum del 17 aprile contro le trivellazioni petrolifere, Galletti si è impegnato ufficialmente a discuterne con i sindacati appena possibile in italia.

    Sull’equità intergenerazionale e i diritti umani il ministro si è detto estremamente d’accordo nel fare in modo che non si tratti esclusivamente di parole presenti nel preambolo del documento, ma che siano concetti davvero applicati e rispettati da tutti i paesi impegnandosi in prima persona ad implementare azioni che vadano in tale direzione.

    Galletti ha inoltre ha glissato sulla richiesta di un posizionamento italiano a favore delle richieste dei paesi in via di sviluppo di maggiori finanziamenti per il fondo verde e della loro gestione per l’adattamento (oltre che per la mitigazione dove invece dovrebbe intervenire il concetto di “chi ha inquinato deve pagare” attraverso le carbon tax e degli special found finanziati dai grandi privati che negli ultimi decenni si sono arricchiti a spese del clima e di tutti) ma ha annunciato lo stanziamento di 5 milioni di dollari per un Fondo a sostegno dei paesi africani, parte di un pacchetto di 75 milioni destinati dai paesi industrializzati al sostegno dei paesi africani in materia climatica, ed ha candidato l’Italia a ospitare la cruciale (si spera) 26° Conferenza ONU sul clima, quella del 2020.

    Conclusioni

    swerty

    Come organizzazione sindacale e sociale ci impegniamo quindi nella costruzione di percorsi territoriali sui conflitti ambientali, che partano dai bisogni delle popolazioni locali ma che siano in grado di connettersi tra loro, attraverso il filo rosso della giustizia sociale e della democrazia energetica.

    La costruzione di un movimento nazionale ecologista, riconoscendo le questioni ambientali  come strutturali del sistema, deve avere un approccio femminista, poiché in grado di partire dalle differenze dei territori esaltandole per abbattere le disuguaglianze sociali e superare la moderna visione patriarcale, democratico, perché deve consentire la partecipazione di tutti ad un processo ampio e deve porsi come obiettivo la riappropriazione degli strumenti di conoscenza scientifici e non, della decisionalità sui territori da parte delle popolazioni locali ed infine dei mezzi di produzione energetica, solidale ed internazionalista perché in grado di abbattere i muri imposti dai confini statali e costruire ponti con gli altri movimenti del mediterraneo prima (sulla base di lotte comuni) e sul piano globale poi, ma anche capace di individuare nuovi spazi di discussione non soltanto tra i movimenti, al fine di obbligare le istituzioni a modificare radicalmente le attuali politiche energetiche del paese e avere la forza di determinarle. L’obiettivo deve essere quello di costruire un nuovo modello di sviluppo e produttivo.

    Ancora una volta pensare globale, agire locale!

    generale_forum_copafrica

    Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

    related articles

    logoretebianco La Rete della Conoscenza è il network nazionale dei soggetti in formazione. Vi aderiscono l'Unione degli Studenti e Link - Coordinamento Universitario.

    CONTATTI

    Privacy Policy