Stabilità 2017: Renzi in difficoltà cerca voti con la finanza pubblica

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La Legge di Stabilità 2017 presentata dal Governo è un insieme di misure propagandistiche  con cui Matteo Renzi intende guadagnare voti in vista del referendum costituzionale. Allarmato dai sondaggi che danno il No in vantaggio, soprattutto tra i giovani e al Sud, il premier ha inserito nella proposta di bilancio nazionale per il prossimo anno una serie di misure non strutturali che non risolvono i problemi del Paese, mentre ha avviato un conflitto di facciata con la Commissione europea per intercettare il voto di chi non sopporta più le politiche di austerità.

La battaglia per l’esclusione dai vincoli di bilancio europei delle spese dedicate all’accoglienza dei migranti riguarda il solo anno 2017, lasciando inalterato il sistema europeo di limitazione della spesa per l’assistenza umanitaria e per l’inclusione sociale dei migranti. Per quanto riguarda le spese per la ricostruzione, anche qui il Governo ha chiesto il via libera per misure contingenziali e di risposta all’emergenza del centro Italia, senza rivendicare la possibilità per il Paese di aumentare gli investimenti strutturali su un piano di lungo periodo per rimettere in sicurezza il territorio, ormai stremato dall’attività sismica, partendo da piccoli progetti provenienti dalle istituzioni locali. E’ evidente che il Governo sta contrattando con le istituzioni europee lo spazio per una spesa che mira a spostare voti verso il 4 dicembre.  Lo dimostra anche il fatto che le cosiddette “clausole di salvaguardia”, ovvero un aumento delle imposte da 15 miliardi di euro, non scatteranno dal 1° gennaio 2017 perché sono state posticipate al 2018: ciò significa che il Governo l’anno prossimo dovrà trovare 23 miliardi di euro per bloccare un aumento delle imposte indirette, che colpiscono soprattutto i consumatori a basso reddito. Rischiamo di pagare un conto salato a causa degli interessi elettorali di Renzi.

Le coperture incerte con provvedimenti che aumentano i privilegi

Oltre alla natura propagandistica della Legge di Stabilità 2017, è evidente l’incertezza sulle coperture previste per le spese. Almeno 7 miliardi di coperture della manovra derivano da misure riguardanti la lotta all’evasione, aste e altre entrate una tantum. Circa 1,6 miliardi delle maggiori entrate previste per il 2017 deriva dalla cosiddetta “voluntary disclosure”, ovvero uno sconto fiscale per gli evasori che dichiarano spontaneamente i propri fondi nascosti all’estero. Il Governo intende quindi offrire dei vantaggi fiscali agli stessi responsabili del primato italiano per l’evasione fiscale in Europa, un fenomeno che sottrae ogni anno al fisco circa 180 miliardi di euro. Oltre al danno c’è anche la beffa: come ha dichiarato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio in Commissione Bilancio alla Camera, le coperture derivanti da questo tipo di misure non sono certe. Così come non sono certe le entrate previste dall’asta sui diritti d’uso delle frequenze a banda larga, una voce da 2,6 miliardi. Inoltre il Governo ha previsto uno sconto fiscale forfettario per i residenti all’estero che trasferiscono la residenza in Italia: questi pagheranno solamente 100.000 euro per i redditi incassati fuori dal Paese – anche qui non è per nulla assicurato il raggiungimento degli obiettivi di incasso per lo Stato. A causa di questa incertezza nelle coperture, sono stati previsti tagli automatici alla spesa dei Ministeri, che comporterebbero un ulteriore taglio della spesa pubblica – inclusa la Sanità – in una fase in cui sarebbe invece necessario un aumento degli investimenti pubblici per rilanciare l’economia reale.

La Scuola diventa strumento di propaganda: poche risorse e molti spot.

E’ ormai passato più di un anno dall’approvazione della “Buona Scuola” che nel Luglio del 2015 è diventata ufficialmente legge 107/15. Se i dati che emergevano dalla legge di Stabilità e dal Documento di Economia e Finanza dello scorso anno, in cui già appariva una riduzione drastica del fondo “Buona Scuola” con tagli pari ad 1 miliardo di euro sul 2015 e 3 miliardi per ogni anno dal 2016 al 2019, erano già estremamente preoccupanti, ora si fatica a riscontrare un cambio di rotta dal nuovo testo di Legge di Stabilità che approderà in Aula il 24 novembre. Per l’ennesima volta non si trovano interventi strutturali di investimento sull’istruzione pubblica,  non si risponde alla richiesta ventennale di finanziare una legge nazionale sul diritto allo studio e si scansa il problema fondamentale degli ostacoli all’accesso ai saperi promuovendo logiche premiali ed interventi spot. Le detrazioni fiscali previste per le erogazioni agli istituti, tanto sull’edilizia scolastica quanto sul miglioramento  dell’offerta formativa, paradossalmente non trovano riscontro in nessuna parte della legge relativa al rifinanziamento del MOF (Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa). Si continua così a delegare ai privati interventi che dovrebbero essere di appannaggio dello Stato per garantire l’interesse pubblico e i diritti dei cittadini: si acuiscono le disuguaglianze del nostro Paese impedendo la libera fruizione del sapere a tutte e tutti, a prescindere dal contesto socio-economico di provenienza, mentre si lascia in pasto agli interessi dei privati la questione del finanziamento sul diritto allo studio.

L’unico riferimento all’alternanza scuola – lavoro riguarda l’esonero dei contributi per i datori di lavoro che assumono, entro 6 mesi dal diploma, studenti che hanno partecipato a progetti ASL nella loro impresa. Questa misura non risponde assolutamente al grave problema dell’assenza di contenuto formativo nei progetti di alternanza – vedi l’accordo tra MIUR e Mc Donald’s per mandare dei giovani minorenni a lavorare nei fast food – ma sostiene semmai una politica di promozione del lavoro a basso costo. Questi incentivi fiscali andranno ad ingrossare le tasche di chi maschera lo sfruttamento da formazione, per poi proseguire a sfruttare i giovani che rinunciano agli studi universitari.

I fondi previsti dalla legge di Stabilità 2017 in materia di edilizia scolastica risultano nettamente inferiori sia alle promesse fatte dal Governo nei mesi precedenti, sia al fabbisogno delle istituzioni scolastiche. Lo stanziamento di 300 milioni per il triennio 2016-2019 da sommare a 20 milioni annui dal 2016 al 2019 ed a investimenti per 300 milioni per interventi d’urgenza per la ricostruzione di edifici pubblici e privati nelle zone terremotate, non possono definirsi risolutivi, anche solo per garantire a ciascuno studente e lavoratore di trovarsi in un edificio scolastico sicuro. Gli investimenti sono, inoltre, da ripartire tra interventi di completamento, nuovi interventi e nuove costruzioni, risultando quindi palesemente insufficienti per una programmazione strutturale volta alla risoluzione del problema dell’edilizia scolastica.

Come se non bastasse, si continua ad investire sull’istruzione privata come dimostrano le detrazioni IRPEF aumentate al 19% per ogni alunno iscritto alle scuole paritarie,  passando da un tetto massimo di 400 euro alle soglie di 640 euro per il 2017 e di 800 euro a decorrere dal 2018. Sono complessivamente previsti 24,4 milioni destinati alle scuole paritarie che ospitano un alto tasso di studenti con disabilità. Non vengono però stanziati fondi per la formazione dei docenti di sostegno di tutti quegli alunni con disabilità ed inseriti nella programmazione Bes (Bisogni educativi speciali) frequentanti le scuole pubbliche, per i quali non sono nemmeno previsti interventi per l’abbattimento delle barriere architettoniche.
L’unica “risposta” del Governo alla tragica situazione in cui versa il sistema di istruzione pubblica italiano è lo spot mediatico di investimento sul capitale umano che prevede lo “Student Act”, il programma talenti ed il bonus cultura, il tutto introdotto dalla legge di bilancio 2017 che annuncia, su esso, un investimento pari a 450 milioni di euro. Il progetto sui “piccoli geni” contenuto nel programma talenti prevede che ogni anno vengano individuati 500 liceali o studenti delle scuole medie superiori che,dopo il superamento di una procedura di selezione e valutazione in virtù di processi meritocratici ancora tutti da identificare, verrebbero accompagnati dallo Stato economicamente nel loro percorso di studi: tramite i 10 milioni di euro stanziati riceveranno un assegno mensile, otterranno l’assegnazione di un tutor che accompagni il loro corso di studi e avranno l’opportunitá di andare all’estero per “coltivare il loro talento”. Così il Governo preferisce premiare gli studenti che hanno già raggiunto importanti obiettivi formativi, mentre abbandona chi ha maggiori difficoltà e condanna il Paese a non innalzare il livello di istruzione di tutta la popolazione, come richiesto dagli obiettivi di Europa 2020.

Non abbiamo bisogno delle mance elettorali di Renzi, vogliamo un reddito di formazione che ci garantisca l’emancipazione economica durante gli studi e ci permetta di affrontare i percorsi formativi senza discriminazioni di natura economica. Non si può sostituire la “meritocrazia” al diritto tagliando la spesa per l’istruzione. Questo piano contraddittorio e inammissibile per la Scuola evidenzia l’assenza di rispetto del Governo per la democrazia e per i bisogni degli studenti, le cui organizzazioni di rappresentanza non sono state minimamente coinvolte in fase di progettazione degli interventi.

Università: luci e ombre delle proposte governative.

Non viene rifinanziato l’FFO, né viene data una risposta complessiva al problema del reclutamento e del precariato della ricerca. Dopo il piano di reclutamento previsto l’anno scorso, numericamente insufficiente rispetto all’organico perso dalle università dall’inserimento del blocco del turn over ad oggi, l’assenza di un ulteriore intervento in questo ambito rivela l’assenza di una prospettiva di lungo periodo per il sistema universitario.

In questo contesto di profondo sottodimensionamento, il governo con il decreto Natta, vuole istituire 500 cattedre di nomina governativa. Un’iniziativa estemporanea, che non risolve il problema strutturale di carenza di organico ma che crea ulteriori gerarchie dentro gli atenei e soprattutto, con la nomina governativa della commissione per la scelta dei 500 professori “eccellenti”, mette a serio rischio la libertà di ricerca e di insegnamento. Inoltre per il finanziamento del provvedimento si erano stanziati 75 milioni, risorse che potrebbero essere riassegnate al reclutamento di ricercatori e professori.

Due interventi sono previsti sul piano della ricerca e del finanziamento complessivo agli atenei. In primis la misura dei 3000 euro di finanziamenti a ricercatori e professori associati, misura necessaria per dare ossigeno alle attività di ricerca dei docenti universitari, ma purtroppo vincolata all’utilizzo delle classifiche stilate dall’ANVUR e quindi inserita all’interno di un’ottica che vede la ricerca e la didattica organizzate all’interno di un modello competitivo e non cooperativo. In secondo luogo invece l’ingente finanziamento, ad oggi solo ipotetico, poiché previsto dal 2018, dei 300 “migliori” dipartimenti degli atenei italiani, determinati secondo un ranking che vede in competizione tra loro strutture diversissime, che operano in ambiti di ricerca e discipline completamente disomogenee e diverse tra loro, risulta essere invece un’operazione ideologica, il cui obiettivo è maggiormente quello di legittimare i dispositivi e le strutture della valutazione del sistema universitario, più che rifinanziare e dare ossigeno agli atenei.

Questa linea d’azione si accompagna alla volontà del Governo di assegnare, senza alcun bando di concorso, la gestione degli spazi dell’area EXPO alla Fondazione Human Technopole, gestita completamente dall’Istituto Italiano per la Tecnologia, cui verranno assegnati più di 700 milioni in 7 anni.

Nonostante i proclami degli esponenti del governo in questi mesi, non c’è un ulteriore investimento nel Fondo Integrativo Statale delle borse di studio, rispetto all’anno scorso, ma la semplice stabilizzazione del Fondo a 217 milioni. Dopo la crisi avvenuta l’anno scorso del numero di idonei dovuta all’introduzione del nuovo ISEE, quest’anno con l’innalzamento delle soglie nazionali di ISEE e ISPE e l’adeguamento delle soglie in moltissime regioni, il numero di idonei si riassesterà ai livelli del 2014/2015, anno in cui gli idonei non beneficiari furono più di 40.000, servirebbe un ulteriore investimento di 150 milioni per evitare di nuovo un fenomeno di queste dimensioni.

Preoccupante a questo riguardo è la modalità con cui il governo propone di rivedere i criteri con cui distribuire il fondo. Sia chiaro: rivendichiamo da sempre il superamento degli attuali criteri premiali di distribuzione del FIS, che concentrano nelle casse delle poche regioni virtuose la maggior parte delle risorse; tuttavia la formulazione troppo generica di una distribuzione in base al fabbisogno, lascia al governo eccessiva delega per una tematica a noi così cara.

Analisi analoga la possiamo fare per quanto riguarda l’organizzazione degli enti per il diritto allo studio: da sempre denunciamo sperperi e sprechi da parte di alcune regioni, riteniamo però rischiosa la norma contenuta nella legge di stabilità che obbliga le regioni a costituire un unico ente regionale per il diritto allo studio entro soli sei mesi. Spesso l’accentramento dell’organizzazione degli enti fa il paio con la riduzione della rappresentanza di Atenei e studenti nei consigli di amministrazione o nella riduzione del ruolo delle stesse rappresentanze a meri organi consultivi.

Quindi, esprimiamo l’esigenza di avere un’organizzazione degli enti, che possa essere anche regionale, ma che tuteli le istanze di tutti gli Atenei, garantendo la presenza della rappresentanza, anche studentesca, dei singoli Atenei e dei loro distaccamenti. In ogni caso è necessario mantenere i presidi territoriali gestionali presenti sulle varie sedi territoriali, che per gli studenti sono interlocutori fondamentali vicini alle istanze del territorio su cui l’Ateneo insiste.

E’ infine positiva la scelta di assegnare il Fondo Integrativo Statale per le borse di studio direttamente agli Enti regionali per il diritto allo studio, perché permette di evitare le lungaggini e i passaggi burocratici nel trasferimento delle risorse dalle Regioni agli Enti, che invece si verificano oggi.

Nonostante il finanziamento del Fondo Integrativo Statale sia ancora del tutto insufficiente, il governo trova le risorse per finanziare 400 superborse, di 15.000 euro annui, distribuite al di sotto di una soglia di reddito, sulla base di criteri di merito rispetto al rendimento degli studenti nelle scuole superiori. E’ evidente che questo intervento sia ristretto a un numero di studenti così ridotto, da essere del tutto irrilevante rispetto al contrasto dei fenomeni dell’abbandono e dello scarso tasso di iscrizione al sistema universitario; si tratta di una vera e propria operazione ideologica, un distillato di Renzismo, che risulta anche offensiva rispetto alle decine di migliaia di idonei non beneficiari che in questi anni hanno visto negato il proprio diritto allo studio. L’impostazione dei criteri di selezione, inoltre, obbligando gli studenti a svolgere le prove INVALSI per poter partecipare al bando, e conferendo potere ai presidi e ai Collegi Docenti di proporre studenti, costituisce uno sfacciato rafforzamento di tutti i dispositivi di controllo, già enormemente rafforzati dalla Buona Scuola, finalizzato alla legittimazione da un lato del sistema delle prove INVALSI dall’altro dell’autorità della figura del Dirigente Scolastico. Il cambio di denominazione della Fondazione per il Merito in “Fondazione articolo 34” è la palese dimostrazione di quanto questa proposta sia propagandistica.

La misura forse più interessante, in questo settore, contenuta nella finanziaria è l’assunzione da parte del governo della proposta di introduzione di una No Tax Area per le fasce più basse della popolazione, frutto di anni di battaglie politiche e di proposte degli studenti, non ultima la Legge di Iniziativa Popolare All-In, e dell’attività in commissione cultura di alcuni parlamentari trasversali alle diverse forze politiche.

Partiamo da un dato di principio: questa proposta è un passo in avanti verso il riconoscimento del principio di gratuità dell’istruzione, per cui da anni come studenti ci battiamo e rappresenta una importante inversione di tendenza dopo anni di politiche che miravano ad aumentare la tassazione, già molto alta rispetto a quasi tutti gli altri stati europei. La proposta è tuttavia da migliorare e contiene alcuni elementi potenzialmente rischiosi. Innanzitutto un primo limite è la soglia ISEE prevista, 13.000 euro, è molto lontana rispetto ai 28.000 euro da noi richiesti attraverso la legge di iniziativa popolare; così come le limitazioni alla contribuzione, con una fasciazione che arriva fino a 25.000 euro di ISEE, che lasciano completamente scoperte tutte le altre fasce di studenti, con il rischio che questa riforma si traduca in un aumento dei massimali e della tassazione per coloro che non rientrano in queste soglie. Per questo chiediamo di istituire una tassa massima per tutti gli Atenei pubblici di 2000 euro. Sicuramente da modificare è la definizione dei “criteri di merito”, individuati in 25 crediti annui a partire dal secondo anno, una soglia decisamente sproporzionata, non adeguata alla funzione di contrastare l’inattività degli studenti e che rischia invece di imporre a tutti gli atenei d’Italia una differenziazione della contribuzione studentesca basata sul merito.

Totalmente sbagliata è invece la penalizzazione dei fuoricorso, del tutto ingiustificata e inutilmente punitiva rispetto a una categoria che già contribuisce ai bilanci degli atenei molto di più di quanto costi a questi ultimi.

Riteniamo quindi necessario rivedere profondamente questa Legge di Bilancio, concentrando le risorse per un rifinanziamento generale dell’università, prevedendo un piano straordinario di assunzioni che mettano fine al blocco del turn over e al sottodimensionamento dell’organico. Inoltre non è più possibile vivere nel Paese europeo con meno finanziamenti al welfare studentesco e nel terzo Paese con le tasse universitarie più care. E’ necessario ampliare la no tax area per avvicinarsi progressivamente ad un sistema di istruzione gratuito ed eliminare la figura dell’idoneo non beneficiario alle borse di studio raddoppiando i finanziamenti in tal senso. Nella manovra non deve esserci spazio per superborse per 400 “geni”, “Cattedre Natta” per 500 superprofessori governativi e finanziamenti per pochi dipartimenti eccellenti!

Nessun modello sviluppo, il Governo tira a campare con gli sgravi fiscali.

Nella legge di Stabilità 2017 sono previste delle misure per il rilancio degli investimenti produttivi, ma nel complesso la spesa per investimenti viene ridotta. Innanzitutto è assente una programmazione industriale che definisca degli obiettivi chiari su cui investire: come confermato dal presidente della Fondazione per lo Sviluppo industriale del Mezzogiorno alla presentazione del Rapporto 2016, “non serve una riforma costituzionale, ma un modello di sviluppo”. Il Governo non propone alcun piano strategico di lungo periodo, proseguendo sulla strada degli sconti fiscali indiscriminati. Le risorse destinate agli sgravi fiscali a pioggia sono numerose, mentre vengono tagliate le spese in investimenti pubblici. Il nostro Paese ha bisogno di un grande piano di investimento pubblico che soddisfi le esigenze della popolazione, dal dissesto idrogeologico alla manutenzione degli edifici scolastici, ma anche un piano di finanziamento e assunzioni per la Ricerca pubblica.

Per quanto riguarda l’innovazione tecnologica, le misure previste dal Piano Industria 4.0 si limitano a concedere agevolazioni fiscali per le spese legate all’innovazione della produzione, elemento positivo ma assolutamente insufficiente. Le misure proposte, dall’iperammortamento per beni strumentali fino al credito d’imposta per la Ricerca e Sviluppo non offrono alcuna garanzia di aumento degli investimenti adeguato alla crisi produttiva vissuta dal nostro Paese negli ultimi anni. Inoltre queste misure favoriscono le imprese già orientate alla transizione tecnologica, mentre la maggioranza delle imprese italiane – medie e piccole – non ha le dimensioni né la capitalizzazione né la specializzazione per compiere il salto tecnologico. Riteniamo che questa politica dell’offerta debba essere superata con un ruolo forte e diretto dello Stato negli investimenti, in modo da governare i processi di trasformazione produttiva versa l’interesse pubblico.

Tra i “bonus” muore la “società della conoscenza”

Notiamo la totale assenza di un piano complessivo per costruire nel nostro Paese una “società della conoscenza” al passo con le sfide epocali cui ci troviamo innanzi. Il calo delle immatricolazioni e gli elevati tassi dispersione scolastica evidenziano un processo di generale abbassamento del livello di istruzione, fatto che determina un arretratezza strutturale del nostro sistema produttivo. La stessa imprenditoria italiana vede una minoranza di laureati a fronte di una maggioranza di imprenditori che hanno la sola licenza media. La massima diffusione del sapere, ovvero in primo luogo la gratuità e la qualità dell’istruzione, sono la condizione necessaria per immaginare uno sviluppo sostenibile e compatibile con i bisogni delle persone.

Oltre alla progressiva scomparsa dell’”istruzione di massa”, registriamo la totale assenza di un progetto di infrastrutturazione del Paese per favorire una conoscenza diffusa e una formazione permanente. Il Governo sceglie di defiscalizzare il welfare aziendale, aumentando le diseguaglianze tra lavoratori e disoccupati e deresponsabilizzando lo Stato rispetto alla garanzia dei diritti fondamentali. Le risorse messe a disposizione per il welfare aziendale andrebbero invece destinate alla creazione di centri di aggiornamento professionale e di formazione slegata dall’occupazione svolta, in modo da offrire gratuitamente a tutti i cittadini la possibilità di esercitare il proprio diritto alla conoscenza.

L’accesso alla Cultura non viene considerato un diritto fondamentale da parte del Governo. Renzi non esitò a definire l’accesso alla Cultura un diritto inderogabile per attaccare i lavoratori in assemblea sindacale del Colosseo, emanando un decreto (d.l. 146/15) che sospese i loro diritti sindacali. Non ha però tratto le conseguenze della sua affermazione: lo Stato deve quanto prima definire dei Livelli Essenziali di Prestazione (LEP) che vincolino le istituzioni al finanziamento dell’accesso permanente e gratuito alla Cultura per tutte e tutti. La Legge di Stabilità 2017 prevede invece un finanziamento di 290 milioni di euro per un “bonus cultura” ai neodiciottenni, una misura totalmente inutile e priva di razionalità economica. Con metà delle risorse – 155 milioni – si potrebbe finanziare già dal prossimo anno la gratuità totale del sistema museale, artistico e monumentale di proprietà statale; il resto dei fondi – 135 milioni – potrebbe essere destinato al finanziamento dei LEP per la Cultura.

Nel Paese alla deriva, #decidiamoNOi la rotta.

Il 17 novembre saremo nelle piazze di tutta Italia per rivendicare una nuova direzione per il nostro Paese. E’ ormai evidente che il premier Renzi sia un volto nuovo che nasconde una vecchia politica: quella dei privilegi fiscali, quella della deresponsabilizzazione dello Stato, quella dell’iniziativa privata anteposta al bene comune. Torneremo in piazza contro la sua riforma costituzionale, perché il principio autoritario che essa contiene è l’esatto opposto di ciò che rivendichiamo. Vogliamo decidere sul nostro futuro, a cominciare dalle priorità su cui si costruisce il bilancio nazionale, fino all’organizzazione del singolo istituto scolastico e dipartimento universitario. Noi studentesse e studenti vogliamo essere un soggetto protagonista in questa fase storica di grandi cambiamenti, per tracciare la rotta del nostro futuro a partire da chi è stato oppresso e impoverito negli ultimi anni. Il 17 novembre in tutta Italia e il 27 novembre a Roma saremo in piazza per rivendicare che sia il popolo a decidere.

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