ORA TOCCA A TE – Marcia della Pace PerugiAssisi 2016

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14495430_1092436430811065_822214536655620720_nI temi della pace e del pacifismo per un ragazzo che oggi vive le nostre scuole e le nostre università, nato quindi al più ad inizi anni ‘90, rievocano probabilmente un passato mai vissuto, una serie di eventi e manifestazioni spesso affascinanti di cui ha forse sentito parlare nel corso della propria adolescenza, ma che non costituiscono altro se non processi lontani che nulla hanno a che vedere con quello che ha realmente vissuto. Riuscire a coniugare e a risemantizzare questi termini per renderli fruibili e sensati anche per le nostre generazioni è la sfida da vincere nelle nostre scuole, nelle nostre università e nella nostra vita quotidiana. Costruire una nuova cultura della pace, che sappia valorizzare ciò che è stato il movimento pacifista e le sue battaglie, riattualizzandolo, costituisce un nodo fondamentale che dovrebbe interrogarci tutti. Con questa prospettiva, il 9 ottobre, parteciperemo alla nuova edizione della Marcia per la Pace, che riunisce decine di realtà che lottano quotidianamente per la pace, la cooperazione internazionale e la nonviolenza.

La prospettiva della nonviolenza non concerne solo abbandono delle armi o negazione dell’uso della forza, ma deve essere intesa come processo e costruzione di una strategia alternativa nella gestione dei conflitti, così come l’uso delle armi non può essere l’unica prospettiva con la quale si guarda alla risoluzione di un problema in territori già martoriati dalla presenza ingombrante di altri Stati e di organizzazione che poco hanno a che fare con la pace e la cooperazione internazionale. Il netto rifiuto delle armi e delle spese militari non può rimanere una visione isolata, ma deve accompagnarsi alla capacità di immaginare un diverso modello di società: questo è possibile solo se, accanto alla rivendicazione della pace e della cooperazione internazionale, affianchiamo la lotta per un nuovo modello di sviluppo, per una gestione differente dei flussi migratori, per la costruzione di una nuova cultura della pace nelle scuole e nelle università, per l’autodeterminazione dei popoli.

Nei luoghi della formazione siamo bombardati dalla retorica della guerra infinita e della guerra giusta: viviamo circondati dal conflitto come un fatto storico che ha sempre interessato le nostre vite. In questa narrazione, manca effettivamente lo spazio per una cultura della pace che affondi le sue radici anche nei contesti storici in cui abbiamo sempre creduto che la guerra e la società militarista fossero le uniche visioni con le quali veniva visto il mondo. Liberare i saperi per un approccio plurale e intersezionale, che sappia prendere atto di una visione di società differente da quella raccontata abitualmente, rappresenta sicuramente un modo nuovo con il quale relazionarsi anche al presente. Ad oggi, inoltre, la guerra non è mai veramente finita, siamo nati con la guerra e abbiamo vissuto con la stessa retorica per anni, con l’assuefazione a questo stato di cose, con l’idea del “fardello dell’uomo bianco” che deve esportare la democrazia, deve salvare le donne d’Oriente, deve aiutare i migranti a casa loro, con l’unico strumento delle armi. Non possiamo più pensare di costruire la pace preparando la guerra. Ce lo insegna la storia, ce lo dice il presente e la nostra forza deve essere la capacità di gridarlo con forza immaginando un diverso modello di società.

Dalle scuole e dalle università può partire un movimento pacifista e nonviolento che sappia non solo, come detto prima, risemantizzare questi termini, problematizzarli e connetterli alle questioni ambientali, economiche, sociali e politiche, ma anche ricostruire dal basso una serie di proposte concrete e alternative: in primis, una didattica alternativa per costruire coscienza dialettica negli studenti, rinunciando a quei laboratori asettici che relegano le materie di studio ad una semplice narrazione dei fatti, e ridar vita a una storia sociale, che faccia della pluralità di testimonianze e di documentazione e dell’intreccio di tematiche il fulcro da cui partire. Da qui, la promozione e il potenziamento dei corpi civili di pace nella gestione delle controversie. L’istruzione dunque ha la capacità di ridare una prospettiva di senso ai movimenti pacifisti e alla nostra capacità di guardare ai conflitti oggi in corso nella loro dimensione complessiva, perdendo quell’aura di ineluttabilità.

Conflitti dovuti quasi sempre a questioni economiche, che proprio la nostra generazione ha imparato a conoscere con l’inizio di una guerra ingiusta, inutile e dannosa per tutti noi come la guerra in Iraq, oggi causa di una instabilità ancora maggiore nei Paesi del Medio-Oriente e alla base della nascita dello Stato Islamico, nonostante siano state smascherate tutte le basi sulle quali si era alimentata (Rapporto Chilcot in primis). Riconnettere queste tematiche ci aiuta a riportare su un piano di realtà il tema della pace, immaginando un nuovo modello di sviluppo, che abbandoni le fonti fossili, il gas naturale e il petrolio, o che metta al centro la solidarietà e la cooperazione internazionali e l’autodeterminazione dei popoli.

Ad oggi, il linguaggio delle armi, della difesa contro l’invasione straniera che porta a costruire frontiere interne ed esterne, il terrorismo che bussa alle nostre porte e ci impone una riflessione e una capacità nuove per rispondere alla retorica razzista e xenofoba e a quella della guerra necessaria per difenderci, sono tematiche dalle quali partire per costruire una risposta reale, dal basso, concreta. Una risposta che può essere solo nonviolenta e che riesca anche a squarciare il velo della narrazione alla quale siamo sottoposti. Non si potrà certo avere una prospettiva simile fino a quando nelle nostre scuole potranno svolgersi giornate di orientamento all’esercito, o nelle nostre università saranno esposte in bella vista armi (il caso di Bari) o sottoscritte convenzioni con aziende produttrici di armamenti o che si rendono complici dell’occupazione illegale di interi territori.

Attraverso l’educazione alla cultura della pace e alla risoluzione dei conflitti con la nonviolenza, si pongono le basi per comprendere che pace significa accoglienza dei migranti e libera circolazione delle persone, affiancata dalla garanzia di accesso incondizionato a tutti i gradi dell’istruzione per tutti e tutte attraverso borse di studio e sostegni di vario tipo; significa abbandono di un modello energetico vecchio e inquinante; gestione reale dei cambiamenti climatici oltre gli slogan delle annuali conferenze sul clima; sostegno per l’autodeterminazione dei popoli, soprattutto delle donne che devono poter decidere delle proprie vite; ripresa dal basso dei propri territori contro la loro militarizzazione, e lì dove questa sia già avvenuta per una bonifica e un recupero sociale di essi; riappropriazione della decisionalità dal basso contro una gestione autoritaria e antidemocratica degli interventi in zone di guerra (basti pensare al caso recente della Libia su cui il Governo ha deciso senza passare dagli organi democratici o a come, se passasse la riforma costituzionale, diventerebbe più semplice dichiarare guerra ad altri Paesi).

Bisogna rimettere in discussione le spese militari, il ruolo della NATO e quello dell’ONU nella gestione dei conflitti, che ad oggi hanno causato problemi più vasti senza dare una risposta reale a questi; dar vita ad un’alleanza civica in Europa e nel Mediterraneo contro le guerre e per il disarmo, che sia però reale e non solo scritto su trattati e accordi che poi in pochi rispettano a causa degli interessi economici in campo, e che sappia dare sostegno diretto e indiretto ai popoli che da anni lottano contro regimi e ingerenze esterne.

La Marcia PerugiAssisi è quindi l’occasione per riprendere in mano questi temi e riconnetterli tra di loro, per dare voce ai movimenti pacifisti e nonviolenti e per mettere in discussione il modo in cui oggi vengono affrontati i conflitti, con proposte forti e complessive che possano partire dall’istruzione e dai luoghi della formazione per ribaltare i rapporti di forza, abbandonare definitivamente le armi e ridare senso alla pace e al pacifismo.

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