22 settembre in piazza: le “cattive compagnie” in attesa del… #FertilityFake

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La Ministra Lorenzin ha presentato, qualche settimana fa, il suo piano per la fertilità, accompagnandolo con una serie di grafiche sessiste, che costruivano una rappresentazione di donna utile solo se madre, il cui utero ha piena realizzazione solo se strumento di riproduzione per il bene della patria e del nostro stato sociale.

Dopo l’insurrezione ironica del web, le prime grafiche sono state ritirate (sostituite da poche ore da nuove grafiche ai limiti del razzismo), ma il piano è rimasto, e con esso il suo impianto maschilista ed escludente: si prevede, infatti, di poter gestire il problema della denatalità e dell’invecchiamento della nostra popolazione attraverso un approccio autoritario e a tratti nazionalista, costruendo una serie di obiettivi volti a riscoprire il “prestigio della maternità”.

Un piano frutto delle stesse logiche alla base delle politiche governative messe in atto in questi anni: azioni dirette e indirette riguardanti il corpo delle donne incapaci di aprire un dibattito culturale ampio e articolato su temi che vanno dall’emancipazione femminile e la violenza di genere al libero e consapevole approccio alla sessualità, ed anzi reazionarie rispetto alle vittorie femministe contro il concetto dell’utilità sociale della donna verso un’ottica autodeterminativa, caratterizzate dalla mancanza di un confronto con le realtà organizzate e i collettivi che su tutto il territorio nazionale lavorano giorno dopo giorno per contrastare le discriminazioni di genere, impedendo a chi vive realmente i problemi di questo millennio di avere voce in capitolo. Ancora più becero e anacronistico, poi, il tentativo di colpevolizzazione della donna che non fa figli, dei rischi comportamentali del singolo che provocano l’infertilità e dell’informazione parziale operata dai media e dalle notizie che si trovano sul web.

Questo piano appare, dunque, come la continuazione della serie di politiche neoliberiste che hanno distrutto il nostro Paese negli ultimi anni: dallo smantellamento del mercato del lavoro con l’approvazione del Jobs Act all’austerità promossa in tutte le forme ed in ogni occasione. Il piano tende ad ignorare le nostre condizioni materiali e pretende di decidere cosa dobbiamo fare delle nostre vite, mettendo a produzione i nostri uteri e sfruttando il corpo femminile come mero strumento di riproduzione, in maniera autoritaria ed escludendo il principio di autodeterminazione di ogni donna.

Se davvero si vuole costruire un progetto che influisca sulla salute della fertitilità di ciascuno, allora si dovrebbero prima fornire tutti gli strumenti per l’emancipazione del singolo, affinché ognuno di noi, uomo o donna, eterosessuale o omosessuale, italiano o no, sia libero di scegliere liberamente e consapevolmente se avere o meno un figlio, con la prospettiva di una vita dignitosa e libera da ogni ricatto, economico o sociale.

Da anni, infatti, in Italia si taglia sui diritti, si rende la precarietà strutturale nel nostro mercato del lavoro, si costruisce un ambiente avverso per l’occupazione stabile, dei giovani e delle donne in particolar modo; si stralciano le tutele di cui finora avevano goduto i nostri genitori e si mettono in campo politiche che alimentano solo la flessibilità, i licenziamenti in bianco, l’aumento del lavoro precario e malpagato o gratuito. Come se non bastasse, a questo si aggiungono salari più bassi a parità di impiego, contratti maggiormente precari e meno possibilità di fare carriera per le donne rispetto agli uomini. L’assenza di un sistema efficiente di welfare per bambini e anziani fa ricadere il lavoro di cura quasi interamente sulle donne. In Italia, il tasso di occupazione femminile si abbassa con l’aumento del numero dei figli. Il nostro Paese conta 2,5 milioni di donne inattive per motivi di famiglia.

Inoltre, in Italia lavora solo il 52% delle donne madri. Il 18% delle lavoratrici che hanno avuto un figlio non sono più riuscite a rientrare a lavoro, poiché il tipo di contratto incide in maniera determinante sulla possibilità o meno di tornare al proprio impiego. La difficoltà a conciliare gli impegni di lavoro con la vita familiare è diffusa. E ancora, in assenza di posti sufficienti negli asili nido, l’unica soluzione è affidare il proprio figlio a nonni o a baby sitter, colf e badanti. Per più del 50% delle madri, mandare il proprio figlio al nido è poco conveniente perché le rette sono troppo care.

La nascita di un figlio è, per entrambi i partner, un evento importante, ma le politiche sulla genitorialità, ad oggi, escludono la possibilità di un progetto condiviso, non essendo previsto un congedo di paternità che sia realmente tale ed esteso a tutti i lavoratori. A queste mancanze, si aggiungono poi politiche abitative del tutto inadeguate che non consentono di potersi permettere una casa di proprietà, costringendo molti di noi a vivere in appartamenti condivisi per smorzare gli affitti alti delle nostre città.

A queste condizioni, totalmente assenti all’interno del piano per la fertilità, quale futuro dunque per la genitorialità. Non è forse necessario costruire una serie di condizioni entro le quali tutti noi possiamo emanciparci e sfuggire dal ricatto economico, lavorativo o sociale e scegliere liberamente?

All’interno del piano si parla di genitorialità e fertilità solo nella prospettiva di una donna bianca occidentale, sposata, che vuole avere figli. Vengono dunque esclusi da questi schemi, e da quello che dovrebbe essere l’obiettivo primario di informare e costruire una reale educazione alla salute, tutta una serie di soggetti, dal migrante all’omosessuale, dallo studente all’individuo, uomo o donna, che non vuole avere figli, ma la cui salute è altrettanto importante. D’altra parte questo è il Governo che ha stralciato le adozioni gay e che quotidianamente espelle i migranti dal nostro Paese, che taglia i fondi dei centri antiviolenza e che non si pone l’obiettivo di costruire un’educazione sessuale seria nelle scuole, che fa fatica a parlare in maniera seria e completa di contraccezione e che non si pone il problema dell’obiezione di coscienza da parte dei medici del nostro Paese, o di finanziare strutture di nursery gratuite all’interno delle nostre università, sia per i dipendenti, sia per gli studenti e per l’intera comunità accademica.

In un panoma caratterizzato dall’abbassamento dell’età di concepimento nelle zone più disagiate del nostro Paese, non servono piani per la fertilità quando gli studenti padri e le studentesse madri non vengono supportati nel loro diritto a continuare i percorsi formativi con il rafforzamento delle soggettività territoriali di assistenza o con agevolazioni sulle tasse o sulle strutture universitarie, quando ci sono università che addirittura ti impediscono di prendere l’abilitazione medica se in gravidanza; non serve e non vogliamo recuperare il “prestigio” di alcuna maternità, quando nelle nostre scuole non si parla di contraccezione in maniera seria, non si educa all’abbattimento degli stereotipi e dei ruoli socialmente imposti, o ad una sessualità consapevole che tuteli la salute di chi si approccia al sesso per le prime volte, rischiando anche gravidanze premature e indesiderate che costringono, troppe volte, ad abbandonare gli studi.

Leggendo le centinaia di pagine di relazione che accompagnano il piano, inoltre, salta subito all’occhio come il quadro finale sia tutto improntato su una visione occidentalista, patrialcale, con toni e misure che rimandano ai controlli delle nascite e le “Giornate della donna e del fanciullo” di epoca fascista. È al 1925 che risale l’instaurazione dell’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (ONMI), un’istituzione che controllava il tasso di natalità delle donne italiane durante il periodo fascista. L’obiettivo del duce, infatti, era contare ben 60 milioni di cittadini italiani, traguardo raggiungibile attraverso la messa a produzione dell’utero femminile e lo sfruttamento del corpo della donna come mero strumento di riproduzione. “Quando c’era lui”, infatti, la figura femminile doveva sottostare ad uno stato autoritario a tal punto da non essere libera di incidere nemmeno sulla propria facoltà di avere figli o meno. E dopo quasi cento anni, ci ritroviamo ancora a dover contrastare ipocrite campagne misogine che incentivano alla procreazione come unica vera realizzazione personale e collettiva per la donna, perpetuando così logiche patriarcali che ancora vedono la subalternità della donna alla figura maschile, allo Stato, alla religione e agli obblighi sociali, specchio di una cultura maschilista e dell’utilità sociale che vede la donna incompleta o egoista qualora decida semplicemente di non avere prole, in una sorta di colpevolizzazione della stessa per le carenze del sistema di welfare nazionale prodotte, invece, da anni di politiche di austerity e capitalismo imperante.

Il tema della fertilità, infatti, non può essere interpretato esclusivamente da un punto di vista pseudo-scientifico e tecnicistico, con un totale scollamento dalle reali condizioni di vita dei soggetti a cui si rivolge e di quelli a cui non si rivolge ed attraverso un approccio dal carattere sessista del linguaggio, frutto de quella retorica familista e del pensiero reazionario più volte dimostrato dal Governo Renzi sotto le false righe del civilismo del pink whashing, la pratica per la quale si utilizzano fantocci atteggiamenti di apertura nei confronti dell’emancipazione, in questo caso femminile, al solo fine di ripulire un’immagine compromessa.

Il piano è, infatti, stato costruito esclusivamente partendo dalla presunta analisi della psiche e delle patologie femminili, analizzando le difficoltà che si incontrano nella gravidanza sia dal punto di vista medico che da quello socio-culturale, veicolando però il desiderio politico sessista di incentrarsi esclusivamente sulla donna. Non vengono infatti approfondite le stesse problematiche dal punto di vista maschile, creando un dislivello rispetto all’uomo che non solo dal punto di vista legale, ma anche dal punto di vista sanitario, si trova relegato ancora una volta ad un osservatore della famiglia.

L’uso tecnicistico dei saperi, in questo caso di quelli medici, ci impone di riflettere su come il sapere venga sfruttato e distorto per legittimare un intervento legislativo di questo tipo, costruendo una relazione “tecnica” deviata e deleteria. In fondo, la presenza di una redattrice di Avvenire, esplicitamente nemica della fecondazione eterologa, dell’interruzione volontaria di gravidanza e dell’eutanasia, all’interno della commissione che ha redatto la seconda parte del piano, dà la rappresentazione plastica di questo: i saperi non sono neutri ma anzi servono per prendere posizione, e dunque il distorcerli per sostenere miopemente la necessità di porre rimedio alle eventuali future problematiche relative alla denatalità, rappresenta una scelta di campo che non può essere sostenuta in alcun modo. Liberare i saperi da ingerenze di questo tipo costituisce una battaglia necessaria e primaria per liberare anche le nostre vite!

Su una sola cosa il piano della Ministra Lorenzin ha pienamente ragione: ad oggi esiste un problema reale nell’accesso alle informazioni sulla sessualità, sulla salute, sulle patologie della sessualità e della fertilità; ad oggi, non esistono facili accessi alla prevenzione dell’infertilità nei pazienti giovani oncologici o alle nuove tecnologie di concepimento.

Allora non abbiamo bisogno di un piano per la fertilità che ci dica cosa fare e cosa non fare in maniera paternalistica, escludente e autoritaria: per risolvere i problemi economici e sociali del nostro Paese, come previsto dal Ministero, è necessario invece un ribaltamento del paradigma nella costruzione di un reale progetto informativo e educativo sulla nostra salute, che sensibilizzi all’approccio alla genitorialità così come alle scelte non riproduttive, che nella sua formulazione non può prescindere da politiche sociali per il welfare, il reddito, un lavoro vero, asili pubblici, una casa, istruzione gratuita e accessibile, per poter vivere in maniera dignitosa.

Vogliamo essere liber* di decidere se come e quando avere dei bambini, vogliamo essere liber* di poter scegliere del e sul nostro corpo, vogliamo, soprattutto, essere liber* di autodeterminarci nelle nostre vite e nella nostra società.

Con questa prospettiva, il 22 settembre per noi sarà solo #FertilityFake, una mobilitazione lanciata in tantissime piazze di tutta Italia ed in cui la contestazione non risulti fine a sé stessa nel ruolo e nella qualità della proposta del piano, ma anzi un’occasione reale per un processo di sensibilizzazione ed inversione di rotta su questi temi.
Domani in piazza, con lo slogan #siamoinattesa, armati di clessidre e cuscini, mobilitiamoci e costruiamo insieme una giornata in cui ribaltare lo schema in cui vogliono costringerci e nella quale raccontare le nostre attese, i nostri bisogni, la nostra condizione e i nostri desideri.

Il tempo è scaduto! Perché #SIAMOINATTESA, sì, ma di un radicale cambiamento sul piano dell’autodeterminazione, dei diritti sociali, dei servizi e del welfare!

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