Rapporto OCSE, il sistema d’istruzione italiano è un disastro

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    Il rapporto Education at a Glance 2016 ci restituisce uno scenario disarmante, come oramai accade ogni anno.

    Con una media in istruzione del 5,2% del PIL, i Paese OCSE lasciano emergere nella loro globalità l’aumento delle spese private a sostituzione delle mancanze del pubblico, un 30% di cui una larga parte è composta dalla contribuzione delle famiglie.

    Allo stesso tempo i percorsi d’istruzione continuano a dimostrarsi fortemente escludenti, con un gender gap ancora molto forte in tutta l’area OCSE per i livelli più alti d’istruzione, ed una mancata inclusione dei migranti, con un 37% dei 25-44 enni provenienti dai contesti di immigrazione che non hanno completato la scuola superiore.

    In Italia la situazione è ancora più drammatica, con solo il 4% del PIL in istruzione, al di sotto di 1,2 punti rispetto alla media OCSE, che rappresenta solo il 7% della spesa pubblica contro la media dell’11%. Un dato che attesta l’Italia ad un – 14% di spesa, penultima davanti solo all’Ungheria.

    Continuano a diminuire i laureati, come più volte denunciato da Link – Coordinamento universitario, ed aumenta invece la percentuale di NEET (giovani che non studiano e non lavorano) del 10% in età da studio. La demotivazione, oltre ad essere determinata da assenza di forme reali di diritto allo studio (l’80% degli studenti non ha alcun tipo di aiuto finanziario o sostegno per le tasse), secondo il rapporto è connessa a fattori culturali che hanno contribuito a costruire una narrazione di sostanziale inutilità dei percorsi più alti d’istruzione. Ciò è il risultato di anni di politiche di smantellamento di scuola ed università pubblica, con colorite dichiarazioni del Brunetti o del Poletti di turno che da “con la cultura non si mangia” fino all’istigazione a lavorare presto costruiscono un bombardamento di stereotipi poco utili ad una generazione già precaria e confusa sul futuro.

    Secondo l’OCSE inoltre l’italia uno degli ultimi Paesi per riassorbimento dei disoccupati nei canali formativi: i giovani tra i 20 ed i 24 anni disoccupati che dopo la crisi sono ritornati a formarsi per aspirare ad una migliore collocazione nel mercato del lavoro sono il 14% in Grecia, il 12% in Spagna e solo il 5% in Italia.

    Questo è il fallimento annunciato di “Garanzia Giovani” che ha solo prodotto eserciti di precari agevolando le aziende, piuttosto che aver costruito un serio programma di riorientamento ai canali formativi per i giovani dispersi da scuola ed università. La parte sui tirocini, ricordiamo, era la più ingente per finanziamento, dando esiti drammatici rispetto al dumping salariale ed alla possibilità di sostituire lavoro con i tirocini o peggio di contrattualizzare per un tempo ristretto il lavoro nero già presente in azienda per poi tornare allo status quo. Il canale istruzione, invece, era considerato residuale dal programma Italia, che proponeva un riorientamento solo nei percorsi di formazione professionale e non nei canali d’istruzione generali o di alta formazione.

    Questi dati allarmanti sulla percezione della funzione sociale dell’istruzione si vedono fin da età più giovani: la maggiorparte degli studenti italiani, infatti, è iscritto ad un istituto tecnico o professionale. Secondo i dati OCSE questi percorsi garantiscono un tasso di disoccupazione giovanile inferiore, anche se di un solo punto, ai coetanei che hanno frequentato un percorso formativo generico (liceale).

    Addirittura l’OCSE arriva a denunciare la situazione dei percorsi di formazione professionale, i percorsi di serie Z, che non consentono l’accesso all’istruzione terziaria, parcellizzando ancor più conoscenze e competenze e costruendo canalizzazione precoce della società senza possibilità di procedere con gli studi.

    Secondo la statistica, inoltre, in Italia l’Istruzione terziaria non è attrattiva, l’80% dei corsi sono senza borse di studio. Siamo davanti a dati quantomai allarmanti: un 62% di occupazione tra i 25-34enni che hanno svolto un percorso di formazione terziaria rispetto all’ 83% di media OCSE.

    Ed anche qui vi sono notevoli stratificazioni di classe,  come denunciato dalla Campagna ALL-IN per una legge nazionale sul diritto allo studio. Emerge dalle statistiche il fallimento dell’ “operaio che vuole il figlio dottore”, dal momento che il livello di istruzione è sempre più legato a quello dei genitori. Vi è una altissima differenza di genere legata a percorsi di studio, causata dalla presenza di stereotipi sui ruoli sociali maschili e femminili ancora molto forte nella società italiana. Ad esempio tra i laureati in ingegneria in Italia vi sono solo un 30% di donne, mentre nei percorsi rivolti all’insegnamento solo il 9% uomini, ed in quelli legati ai servizi di cura solo 31% uomini.

    L’Italia è sempre più un Paese che impedisce l’autodeterminazione tramite i percorsi formativi lungo l’arco della vita. Gli adulti senza un diploma di scuola secondaria superiore sono ancora il 40%, a causa dell’assenza di percorsi formativi part-time nel Paese e di centri di istruzione slegati dai classici banchi di scuola.

    L’Italia risulta inoltre essere il Paese con la più alta percentuale di docenti ultra50enni, specie all’università (69%) e l’ultimo paese per età di ingresso dei docenti in istruzione primaria.

    Mettendo insieme questi dati è chiaro il responso sul nostro sistema Paese.

    Ci imbottiscono di dichiarazioni sull’inutilità dei percorsi d’istruzione, amplificano le barriere di accesso ai percorsi formativi con i test d’ingresso e l’assenza di diritto allo studio. Questo perché solo i “migliori”, meglio se provenienti da famiglie ricche, possono e devono continuare. Ci hanno fatto credere per anni che il problema fosse il nostro, che dovessimo formarci di più e non trovassimo lavoro per questo. Ci hanno costretto a migliaia di corsi privati, alla corsa dei titoli, ai master costosi, a chiedere sacrifici ai nostri genitori per farci frequentare le migliori università, a lavorare di notte perchè le borse di studio non sono abbastanza per tutti. Poi hanno cominciato a darci dei choosy, a dirci che studiamo troppo e per troppo tempo, che invece la disoccupazione è colpa della scuola e dell’università che sono poco vicine al mercato del lavoro, spingendoci ai percorsi professionali ed a considerare i percorsi altamente qualificati come inutili. Tra tutte queste bazzecole, la verità è una: il nostro Paese non ha un tessuto produttivo adeguato ad occupare lavoratori altamente qualificati, lo dicono i dati sulla disoccupazione. Nessuno sembra preoccuparsene politicamente ma tutti adattano il proprio messaggio sociale a questa consapevolezza: meno sai più hai possibilità di trovare lavoro. Poco importa se sarà un lavoro assolutamente lontano da ciò che hai studiato, poco importa se sarai sfruttato e non potrai ambire ad alcun tipo di prospettiva migliore. La spinta alla parcellizzazione delle conoscenze e delle competenze, quindi, non è una casualità da analizzare annualmente nei rapporti, ma una precisa scelta politica. Viene dal combinato disposto di questi numeri, a cui, al posto di di indignarsi e promuovere soluzioni reali, il Governo risponde con le parole del Ministro Faraone “La risposta sta nella Buona Scuola”, con la solita retorica per cui è la scuola a doversi adattare alle esigenze del mercato e non viceversa. Ci propongono quindi come soluzione una riforma che, come denunciato dall’Unione degli Studenti, continua a spingere alla parcellizzazione, che ha mandato le scuole in tilt, che apre le porte di un dibattito pubblico stereotipato ad un fantomatico modello tedesco.

    Intanto, mentre Faraone dichiara a mezzo stampa le loro fantomatiche e innovative ricette, il Governo Renzi promuove manovre di stabilità senza piani di investimento reali sul tessuto produttivo ed industriale – che invece potrebbero rappresentare una parte di soluzione reale – ma contenenti solo promesse di riduzione delle tasse. Austerità espansiva, sempre la stessa storia. Dopo la manovra dello scorso anno e gli 80 euro però il Paese però è rimasto alla deriva. Lo dicono, ad esempio, i tassi sulle disuguaglianze ISTAT, che vedono quasi combaciare il tasso di dispersione scolastica con il tasso di minori in soglia povertà. Per noi questa non è certo una casualità.

    Bisogna rendere l’istruzione gratuita ed accessibile a tutti, garantendo realmente diritto allo studio ed inclusione sociale di tutt*. Solo così infatti si eliminerà il classismo sempre più visibile dalle percentuali di trasmissione familiare dei livelli di reddito.

    È oramai dirimente eliminare le spese in istruzione e in politiche sociali dai patti di stabilità ed aumentarne le percentuali come minimo fino alla media europea.

    Investire in istruzione è necessario, ma per noi non è sufficiente limitarsi a questa richiesta analizzando questi dati. Non ci interessa costruire una riflessione sui dati OCSE a compartimenti stagni, legata solo ai tagli su scuola e università, perché questi dati sono lo specchio un Paese in crisi. Vanno incrociati con i dati ISTAT sulla povertà e con quelli del rapporto McKinsey che dichiara l’italia uno degli ultimi Paesi per divario di prospettiva di vita dei giovani rispetto ai propri genitori, vanno incrociati con il JobsAct, che ripristina la possibilità di assolvimento dell’obbligo scolastico con i contratti di apprendistato istituzionalizzando la corsa al ribasso di competenze, e con la proposta di Documento di Economia e Finanza del Governo. Incrociando i dati ci rendiamo conto, sempre più visibilmente, che il nostro futuro, la nostra incertezza nel riuscire anche solo lontanamente ad immaginarlo, non è una nostra “colpa” individuale o generazionale, ma è la responsabilità di una classe politica che non ha saputo riconoscere nell’istruzione il motore di sviluppo sociale ed economico del Paese e che, ora più di prima, tratta le nostre vite come dei pezzi di puzzle da plasmare per essere bene inseriti nei buchi lasciati scoperti da questo mercato del lavoro e da un sistema produttivo in crisi.

    La verità è che a noi non interessa il paradigma dell’occupabilità a tutti i costi, a noi interessa cambiare il puzzle, con la consapevolezza che l’istruzione gratuita e di qualità sia senza dubbio lo strumento più forte per riuscirci.

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