Referendum sul Job’s Act: ribaltiamo la precarietà, ripensiamo il lavoro.

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precari_stancaL’approvazione del job’s act il 5 dicembre del 2014 ha segnato un punto di discontinuità nella storia del nostro Paese e nel suo processo di integrazione all’interno del paradigma economico neo-liberista dominante in Europa e più in generale nell’attuale conformazione del capitalismo contemporaneo. Dopo 20 anni di politiche di flessibilizzazione del lavoro, che dal “pacchetto” Treu alla Legge Biagi hanno sensibilmente ridotto i diritti costituzionalmente garantiti al mondo del lavoro, e la fittizia creazione di un mercato del lavoro duale e scientificamente antagonistico (quello tra “garantiti” che ingessavano l’economia e i “precari” a cui era negato un contributo creativo alla “crescita” del Paese)  con la riforma Renzi-Poletti si è definitivamente ricondotto il mercato del lavoro ad una nuova figura unitaria.

La figura ovviamente non è quella di “Marta” che grazie al governo ottiene più diritti per la sua vita e le sue prestazioni lavorative ma quella del precariato continuo e dell’atomizzazione del singolo lavoratore di fronte al sempre più compatto e pretenzioso mondo dell’impresa. Questo anche a seguito del risanamento della frattura tra Marchionne, e i grandi interessi nazionali ed  internazionali che rappresenta, con la Confindustria sulle posizioni ultraliberiste del primo a cominciare dalla messa in discussione della contrattazione collettiva nazionale, dell’imposizione di un modello welfaristico “aziendale” e della rottura del “tabù” che lega la retribuzione all’orario di lavoro.

La trasformazione teorica, politica e normativa dell’approccio del dibattito pubblico al tema del lavoro nel nostro Paese non è ovviamente rimasta chiusa al “semplice” rapporto tra domanda ed offerta di lavoro. Sull’altare del neo-liberismo e delle “nuove” politiche economiche negli ultimi anni abbiamo constatato, e contrastato, la definitiva mutazione genetica della “sinistra” istituzionale italiana, la marginalizzazione e pacificazione forzata dei corpi intermedi e sindacali, l’isolamento dei lavoratori e della cosiddetta “società civile”, la gestione “tecnica” ( ma in realtà tragiamente ultra-ideologica) della crisi e la sua coincidenza con una lotta di classe dall’alto e il più grande spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto a discapito di welfare, diritti e dignità di milioni di persone in tutto il paese.

Questi due anni trascorsi tra l’approvazione del Jobs Act e l’attuale impietoso confronto con quanto sta scuotendo la Francia (e con essa un intero continente che fino a qualche mese fa sembrava condannato al torpore di fronte al razzismo, l’abbattimento del welfare,la povertà e i nuovi muri) ci hanno raccontato anche di un’incapacità italiana di costruire delle risposte mobilitative e partecipative adeguate a rispondere alle sempre più evidente arroganza, auto-legittimazione e auto-sufficienza del potere.

Un blocco di potere ormai “onnipotente” nel suo sentirsi “partito della Nazione”: costituito da pezzi del vecchio ceto dirigente in disfacimento, grandi imprese e multinazionali, istituti bancari e finanziari, mass-media e burocrazia europea che mai come negli ultimi anni, attraverso la retorica di una shock economy necessaria a risolvere la situazione di crisi, è stato in grado di imporre “riforme” retrograde e reazionarie ignorando del tutto, a parte un breve frangente in cui la mobilitazione degli studenti e dei docenti ha messo a dura prova l’approvazione della pessima legge sulla scuola a firma Giannini, la volontà popolare e gli interessi e i diritti di milioni di cittadini.

Così come abbiamo visto anche in occasione del referendum del 17 aprile sulla durata dei permessi relativi alle trivellazioni in mare (uno dei tanti regali del governo alle imprese e alle multinazionali) la continua mistificazione della realtà a reti unificate (le giravolte sui numeri del Jobs Act ne sono un altro esempio lampante) e la celebrazione di una razionalità tecnica del governo incomprensibile al “popolino”, che dal Governo Monti in poi è diventata una costante auto-giustificatoria di ogni abuso di potere, hanno messo in un angolo la capacità democratica del nostro sistema statale di sottomettere il potere politico ed economico alla volontà popolare.

In questo quadro i 3 quesiti referendari presentati dalla CGIL volti a cancellare il Jobs Act e ad aprire una nuova stagione costituente del lavoro, rappresentano una necessaria boccata di ossigeno e l’occasione di una nuova ricomposizione del mondo del lavoro, e non solo, su una battaglia generale e necessaria a tutto il Paese. In primo luogo è importante sottolineare la consistenza numerica e la qualità della partecipazione al percorso messo in campo: circa un milione e mezzo di iscritti si sono espressi decidendo -per la prima volta per il sindacato- di intraprendere il percorso referendario (affiancato da un’iniziativa di legge popolare) e sono già migliaia i banchetti presenti in tutta italia molto spesso in collaborazione con il referendum contro la riforma della scuola di Renzi e in alcuni casi anche insieme a tutto il  percorso dei “Referendum Sociali”, con il quesito contro gli inceneritori e le trivellazioni in mare e terra.

I tre quesiti referendari promossi dal sindacato affrontano dei temi centrali all’interno dell’attuale offensiva padronale ai diritti dei lavoratori, individuando alcuni dei nodi strategici sui cui oggi si articola il conflitto tra il capitale e lavoro: l’abolizione del voucher (punta dell’iceberg dell’attuale sistema di precarizzazione e competizione al ribasso sui diritti dei lavoratori), la riaffermazione e l’estensione del diritto alla reintegrazione al lavoro e al risarcimento del salario perso in caso di licenziamento illegittimo e il tema della piena responsabilità giuridica negli appalti per i committenti.

Dal merito dei quesiti è evidente come questo referendum rappresenti una sfida generale al mondo in cui è stata gestita la crisi negli ultimi anni e al modello di “sviluppo e innovazione”, quanto mai vecchio e legato a sistemi produttivi e di gestione del potere novecenteschi per quanto mascherati da un’abile decoupage hi-tech, proposto dal governo Renzi.

Dalla competizione al ribasso sul mercato del lavoro alla redistribuzione del potere dall’impresa al lavoratore, dall’eliminazione di strumenti di precarizzazione estrema alla riaffermazione dei diritti del lavoro. Il combinato disposto dei quesiti referendari con l’iniziativa di legge popolare legata ad un nuovo statuto dei lavoratori e con la “Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente”, inoltre, apre una finestra politica importantissima per una nuova fase costituente nel mondo del lavoro: all’alba della IV rivoluzione industriale diventa per noi centrale ritornare a discutere del concetto di lavoro, di cosa lo sia e di cosa non lo sia, del rapporto tra i tempi di vita e quelli di lavoro, del valore della conoscenza e della formazione all’interno dei modelli produttivi, di come costruire strumenti universali di welfare in grado di rispondere alla crescente disoccupazione e alla necessaria affermazione del diritto alla dignità della vita lavorativa e non.

Un sostegno popolare esplosivo ai referendum costituirebbe un risultato politico importante ed inedito che, però, non può essere interpretato in modo neutro rispetto ai processi in atto ed alla fase politica attuale. La capacità di incanalare questa partecipazione in forza mobilitativa e di rafforzare le prospettive di apertura ad altri mondi fuori dal classico bacino sindacale, sarà infatti il banco di prova su cui misurare la capacità del sindacato di condurre fino in fondo la battaglia, iniziata con ritardo, di connessione di tutte le diverse forme del lavoro e di rinnovamento profondo del mondo del lavoro stesso, delle sue rappresentanze e dei diritti di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori nel nuovo contesto economico mondiale. E’ fondamentale quindi, la costruzione di connessioni tra il processo referendario sul lavoro e gli altri percorsi referendari in campo, oltre che la connessione tra la proposta di Statuto dei Diritti e di “Carta del lavoro autunomo e precario” , promossa dalla coalizione 27 Febbraio. A nostro avviso il confronto sui temi del lavoro deve essere ampliato e affiancato da iniziative di piazza che interroghino tutti i soggetti di rappresentanza sociale su come costruire una nuova modalità di intendere i percorsi referendari e i processi democratici nella società, connettendo la raccolta firme a nuovi strumenti di partecipazione e mobilitazione sperimentando nuove pratiche capaci di distruggere la dicotomia tra conflitto e consenso.

Le studentesse e gli studenti del Paese saranno tra i protagonisti di una nuova stagione di mobilitazione per il  lavoro e la democrazia, a cominciare dalla messa in discussione del paradigma del lavoro gratuito e dello sfruttamento legato ai sistemi di accesso al mondo del lavoro e delle professioni; attraverso la critica agli stage e all’alternanza scuola-lavoro per come sono interpretati nel nostro paese in quanto sfruttamento lavorativo con nessuna formazione o connessione tra sapere e saper fare; mobilitandoci contro  l’uso privatistico delle scuole, dell’università e della ricerca rivendicando il possibile, e necessario, uso sociale del sapere a favore del territorio e della popolazione: siamo quindi pronti su questo a costruire  una nuova stagione di lotta.

Rivendicare una reale liberazione dei saperi e contribuire a nuove forme di auto-rappresentanza ed organizzazione nella ristrutturazione del mercato del lavoro, significa costruire prima di tutti opportunità di autodeterminazione e di ribaltamento dei rapporti di forza attualmente in campo nella società. La lotta per il diritto allo studio e per la liberazione dei saperi non si può che intrecciare con una radicale ristrutturazione della società a cominciare dalla costruzione di nuovi meccanismi collettivi, travalicando i recinti dei percorsi accademici per interfacciarsi con la prospettiva di una formazione permanente, purchè si costruisca a partire da una conoscenza realmente accessibile a tutti e da un altro paradigma di lavoro: è per noi centrale ripartire dalle rivendicazioni del diritto alla formazione per tutte e tutti non solo in età scolare o accademica; del riorientamento ai canali formativi per disoccupati e Neet; dalle 150 ore di permesso studio nei contratti di lavoro; dalla riorganizzazione degli orari di lavoro tra lavoro e formazione retribuita fuori dalla catena di montaggio; dall’organizzazione e attivazione di ampli segmenti del mercato del lavoro, a cominciare dalle molteplici soggettività che si costituiscono a cavallo tra i percorsi formativi e quelli lavorativi, che attualmente trovano impedimenti alla loro partecipazione ed emancipazione collettive.

Se “i giovani sono il futuro”, come afferma la retorica dominante e paternalistica del nostro Paese , noi ribadiamo che vogliamo cominciare a trasformare la nostra vita dal  presente in cui viviamo: vogliamo avere il potere di trasformare la nostra società a cominciare dal riaffermare la  centralità di un lavoro di qualità, dal riconoscimento del diritto ad una vita dignitosa, da una lotta senza quartiere alle disuguaglianze rivendicando una reale  redistribuzione della ricchezza e del potere dall’alto verso il basso. Nei prossimi mesi ci troverete nelle piazze, nelle strade, nelle scuole e nelle università pronti a dimostrarlo

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