Ambiente e democrazia sono ostaggio di una politica fossile: liberiamoci

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fossileNon possiamo che partire dal dato oggettivo emerso dalla giornata di ieri: nonostante il quorum non sia stato raggiunto quasi 16 milioni di italiani si sono recati alle urne e di questi quasi 13,5 milioni si sono espressi per il ‘Sì’. Un segnale inequivocabile da parte di chi pensa che i beni collettivi come gli idrocarburi non possano essere concessi all’infinito ai privati, che basare la nostra indipendenza energetica sul petrolio significa aver scelto di perdere in partenza, che il futuro e il presente del nostro Paese è nelle energie rinnovabili. Si tratta di una minoranza del Paese, che si è però dovuta misurare con il tentativo – da parte di chi tifava per il fallimento della consultazione – di sommare l’area dei contrari all’abrogazione con un’area sempre più in espansione, quella dell’astensionismo e dell’allontanamento dalla partecipazione politica (parliamo di più del 42% degli elettori, stando ai risultati delle ultime elezioni a livello nazionale, le Europee del 2014). Un’area che qualcuno, proprio chi dovrebbe per primo interrogarsi sul fallimento della politica istituzionale nel coinvolgere questi 22 milioni di cittadini, ha spesso definito in altri frangenti ‘fisiologica’. Questo tentativo è riuscito, e francamente non pensiamo che possa essere definito una vittoria della democrazia e della politica.

Crediamo che la politica istituzionale abbia il compito di non liquidare facilmente un’espressione chiara di una parte consistente del Paese (per fare un confronto tra numeri assoluti e intenderci meglio, quei 13,5 milioni rappresentano, di fatto, una quota di elettorato più grande di quella che nelle ultime elezioni Europee hanno scelto i partiti della “maggioranza” che appoggia il Governo Renzi). La conferenza stampa del Presidente del Consiglio di ieri notte, invece, ha fatto esattamente l’opposto, mescolando in un vortice retorico analisi balzane del risultato, divisioni arbitrarie tra vincitori e vinti e ammiccamenti inconsistenti ai sostenitori del ‘Sì’.

“Chi vota non perde mai”, ha detto il capo di quel Governo che non ha mosso un dito per intervenire rispetto all’oscuramento mediatico e alla disinformazione trasmessa a reti unificate, che ha scelto volutamente di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative – lamentandosi ora dei 300 mln di € di ‘costi della democrazia’ – e che ha fatto esplicitamente propaganda per l’astensione. “I vincitori sono gli 11.000 lavoratori del settore degli idrocarburi”, dice poi il Presidente del Consiglio che ha varato il Jobs Act – ovvero dell’estensione della precarietà a tutti e dei regali alle imprese per assumere che stanno determinando un vero e proprio flope ha tagliato gli incentivi a un settore come quello delle energie rinnovabili (meno 40% per l’eolico, meno 23% per il mini idroelettrico) che finora ha dato lavoro a 190.000 persone. Ancora una volta, ci si è aggrappati al ricatto della presunta alternativa tra ambiente e lavoro, una contrapposizione fittizia che nasconde quella tra vita dignitosa per tutti e profitti per i pochi soliti noti, come sta egregiamente dimostrando il caso di Tempa Rossa in Basilicata (per inciso, l’unica Regione che ha superato il quorum).

Quello che si sta provando a raccontare in queste ore è che il referendum è stato un (fallito) assalto alla diligenza del Governo, una resa dei conti interna al PD o tra maggioranza e opposizione parlamentare. Questa lettura è falsa: al netto del merito specifico del quesito si è trattato di un referendum pienamente politico, nel senso che chi è andato a votare si è espresso sul presente e sul futuro delle politiche energetiche di questo Paese, che intrecciano temi determinanti come la formazione e l’innovazione, il lavoro e la sua qualità e sicurezza, la democrazia energetica come frammento fondamentale della democrazia sostanziale.

Ora Renzi dice che il Governo è dalla stessa parte di chi vuole un’altra politica energetica, e che casomai il disaccordo è sui tempi di attuazione di questa politica: i fatti lo smentiscono, a partire dall’impianto stesso dello Sblocca Italia, dal taglio agli incentivi alle energie rinnovabili e dall’assenza, nel nostro Paese, di un Piano strategico per le politiche energetiche. Il Governo porterà questi grandiosi risultati alla cerimonia ufficiale della firma degli accordi di Parigi, che si terrà questo giovedì a New York. L’accordo della COP21 sarebbe un primo passo, limitato ma significativo, nella direzione giusta, se non fosse che da dicembre in Italia tutte le scelte politiche sono andate esattamente nella direzione opposta.

Guardando a Parigi e a New York, dunque, non possiamo che pensare al referendum di domenica come a un primo passo, a una battaglia persa se guardiamo ai numeri e constatiamo il successo di chi ha letteralmente reso impraticabile e poi abbandonato il campo del confronto, ma a una lotta che è tutta ancora aperta e che possiamo ancora vincere se guardiamo alla questione che è stata sollevata dai milioni di persone che hanno detto ‘Sì’ in questi mesi di mobilitazione e ieri anche nell’urna. Abbiamo infatti iniziato a recuperare il doppio filo che lega la tutela dell’ambiente e dei nostri territori con la costruzione, dal basso, di un reale processo democratico di presa di parola e di determinazione collettiva del futuro del nostro Paese. L’ambiente e la democrazia, in Italia, non sono messi bene: per questo risulta fondamentale, per noi, proseguire nella raccolta firme dei referendum abrogativi della Buona Scuola, del Jobs Act e dello Sblocca Italia, per la legge di iniziativa popolare sul Diritto allo Studio Universitario, per il Nuovo Statuto dei Lavoratori e per la petizione contro le privatizzazioni. Per questo il referendum costituzionale di ottobre sarà un’occasione fondamentale per fermare e invertire il ciclo di trasformazione neoliberale della società e delle istituzioni.

Continuiamo questa lotta nelle scuole, nelle università, nelle tante mobilitazioni territoriali che provano a indicare la strada alternativa agli idrocarburi, allo sfruttamento selvaggio delle risorse e, allo stesso tempo, la strada alternativa a una politica che dà via libera agli interessi di pochi: spazzare via i fossili dalle nostre vite, dal nostro ambiente e dalla politica è una sfida fondamentale, ed è solo all’inizio.

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