Loi Travail e Jobs Act: chi trae vantaggio da queste riforme?

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Ripubblichiamo una traduzione di questo articolo di Federico Bassi, dottorando in economia che svolge il suo lavoro di ricerca tra l’Università “Sapienza” di Roma e quella di “Paris 13”, apparso sul quotidiano francese Liberation.

In queste settimane in Francia è in corso la discussione su un nuovo provvedimento proposto dal governo Hollande in materia di lavoro. Un disegno di legge che su molti elementi si avvicina a quello che il governo Renzi ha portato avanti con il c.d. Jobs Act, a partire dal quale in tutta la Francia sono partite massicce mobilitazioni che hanno coinvolto diversi settori della popolazione, dai dipendenti pubblici al mondo del lavoro precario, dai lavoratori migranti agli studenti. Nonostante il tentativo di mediazione proposto dal governo, la mobilitazione continua determinata nel rifiuto di un futuro nel quale la precarietà lavorativa diventi norma, tramite la destrutturazione del sistema di previdenza sociale e l’attacco alla contrattazione sindacale.

La tendenza che leggiamo sta quindi in un quadro più complessivo sul piano europeo di flessibilizzazione del mercato del lavoro, in entrata e in uscita, che come tale è stato interpretato anche dai tanti giovani che stanno animando la protesta in variegate forme nelle piazze, nelle scuole, nelle università e sui luoghi di lavoro francesi.
Domani, 31 Marzo, è prevista una nuova giornata di mobilitazioni di massa che toccheranno centinaia di città del paese, in occasione dello sciopero intercategoriale convocato da tutte le principali organizzazioni sindacali così come dalle tantissime assemblee che si sono riunite nelle scuole e nelle facoltà occupate in questi giorni contro il progetto di legge e contro un governo che in nome della stabilità economica attacca tutti quei segmenti di popolazione che già oggi soffrono i ripetuti tagli alle politiche sociali.

La lotta di chi incessantemente in queste settimane sta prendendo le piazze di tutta la Francia è dunque anche la nostra, e rappresenta un segnale importante da cogliere sul piano europeo, di un’attivazione intergenerazionale che rivendica un presente e futuro di diritti e dignità. Crediamo che questo vada colto con uno spirito direttamente transnazionale, ponendo al centro i temi del reddito e del salario minimo europei e favorendo iniziative di convergenza tra i tanti processi che su questo campo si stanno producendo in tutto il continente.

Loi Travail, no grazie! Ci meritiamo più di questo!

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Quelli che nel 2012 credevano che il governo socialista francese sarebbe rimasto nella memoria collettiva per le sue battaglie contro l’austerità sono certamente scomparsi, e la recente proposta di riforma del codice del lavoro rischia di trovarli ancor più sconfitti. Il progetto di legge si inserisce in un progetto più ampio di flessibilizzazione del mercato del lavoro secondo la “flexicurity”, questo mix di flessibilità del lavoro e delle sicurezze salariali e dei disoccupati. Il suo spirito è comparabile a quello del Jobs Act nostrano. Senza produrre gli effetti previsti sull’impiego questa riforma si inserisce nel quadro europeo per quanto riguarda il sociale e la deflazione.

La flessibilità prima di tutto.

Il progetto di riforma del 2016 è stato preceduto dall’accordo nazionale interprofessionale dell’11 gennaio 2013 sulla competitività e la sicurezza del lavoro che introduceva già una buona dose di flessibilità al di là delle sicurezze previste.

Assieme alla flessibilità, la riforma del 2013 introduceva la possibilità per le imprese in difficoltà di modificare i tempi di lavoro e le remunerazioni con un accordo a maggioranza, con il licenziamento per cause economiche in caso del rifiuto dell’accordo. La legge facilitava anche i piani sociali e la mobilità interna dei salari determinata da un accordo di secondo livello, sotto la minaccia del licenziamento per motivi personali in caso di rifiuto. Le altre disposizioni di questa riforma del 2013 erano la possibilità di privilegiare nell’ordine di licenziamenti economici la competenza professionale e la riduzione del tempo di prescrizione per appellarsi contro il licenziamento.

Dal lato della sicurezza l’accordo prevedeva, dei sovracontributi di disoccupazione per i contratti a tempo determinato legati ad un aumento di attività, l’esonero dai contributi dei contratti a tempo indeterminato per i giovani sotto i 26 anni. Prevedeva altresì un accesso generalizzato a un’assicurazione sanitaria con un paniere minimo di prestazione e dei diritti aggiuntivi all’assicurazione sulla disoccupazione e un «conto » annuale di formazione con delle ore annue pagate.

Questo accordo del 2013 allargava il campo degli accordi di impresa sulle remunerazioni, il tempo di lavoro e i licenziamenti. La CGT e Fo avevano rifiutato di firmare questo accordo definendolo “l’accordo della vergogna”. Il Ministero delle imprese francese aveva invece firmato non curandosi dell’eliminazione dei diritti dei lavoratori francesi.

Al di la della flessibilità : inversione della gerarchie delle norme e eliminazione delle 35 ore

Il progetto di legge El Khomri da corpo alle paure della CGT e FO e ai sogni del Medef sulla deregolamentazione del mercato del lavoro e la decentralizzzazione della contrattazione sul secondo livello.

In primis, facilita il licenziamento estendendo il campo di applicazione del licenziamento economico e fissando una soglia massima di indennità in caso di licenziamento abusivo ( molto simile al Jobs Act). In più con l’estensione della contrattazione aziendale si arriva all’eliminazione delle 35 ore di lavoro, decidendo caso per caso sulla base delle esigenze dell’azienda. Così l’intera regolamentazione del lavoro viene additata agli accordi di impresa, evitando le “rigidità del diritto”.

Nel nome di una semplificazione del codice del lavoro, ridotto ai suoi principi di base, questo progetto di legge ribalta la gerarchia delle norme. Il codice del lavoro e gli accordi nazionali avranno il solo compito di fissare i principi e il quadro normativo e di superare i casi in cui manca un accordo aziendale. Gli accordi aziendali saranno superiori a quello nazionali e alla legge, che si accontenterà di stabilire le norme minime. Questo permetterà ai datori di lavoro di prendere le decisioni al livello d’impresa in cui i rapporti di forza sono squilibrati a sfavore dei dipendenti al posto che al livello di categoria o interprofessionale. Tanto più che la possibilità di ricorrere al referendum aziendale rischia di indebolire i sindacati.

Progetto di Legge El Khomri e Jobs Act : differenze formali ma ugualianza sostanziale.

E’ interessante comparare il progetto di legge francese al Jobs Act italiano. Malgrado le numerose differenze esistono delle somiglianze tra la riforma del mercato del lavoro di Matteo Renzi e il Progetto di legge El Khomri soprattutto rispetto allo spirito di queste riforme.

Il Jobs Act serviva a facilitare il ricorso ai contratti a tempo indeterminato creando una nuova forma di contratto, il contratto a tutele crescenti. Accordando ai datori di lavoro un margine di manovra enorme sui licenziamenti, assieme all’esonero dai costi sociali, questo contratto è previsto che rimpiazzi tutte le forme di contratto esistenti. In più, nel prolungamento del progetto di facilitazione dei licenziamenti del governo Mario Monti, viene soppressa la protezione salariale contro i licenziamenti non giustificati. Questa protezione assicurava l’obbligo di reintegrazione del lavoratore se il tribunale giudicava il licenziamento ingiustificato. Questo obbligo rimane solo in casi molto particolari e la possibilità di reintegro negli altri casi è sostituita da un indennità proporzionale all’anzianità con un massimale di 24 mensilità.

Il progetto di legge El Khomri non prevede nuovi contratti come il contratto a tutela a tutele crescenti, ma introduce comunque disposizione simili a quelle del Jobs Act. Se il governo francese si è parzialmente salvato sulla soglia massima di indennità di licenziamento ingiustificato, ha mantenuto l’idea di una soglia indicativa in base all’anzianità del lavoratore. Inoltre nel progetto di legge francese, come nel codice del lavoro italiano, la remunerazione degli straordinari si deciderà per accordo sindacale con solamente un limite minimo fissato al 10 % in più della paga oraria normale. Ma il progetto di legge va più lontano nella deregolamentazione del mercato del lavoro e nella decentralizzazione della contrattazione lasciando agli accordi di impresa il compito di decidere la soglia massima, laddove in italia è stabilito per legge.

Quueste due leggi partecipano a un processo di convergenza verso il basso dei diritti dei laboratori. Un elemento della legge El Khomri merita tuttavia un attenzione particolare : la centralità degli accordi di impresa che rappresentano uno degli elementi più controversi e che sono uno dei maggiori elementi di deregolamentazione e di abbassamento dei salari nella contrattazione.

Chi trae vantaggio da queste riforme?

La questione della flessibilità è abbastanza centrale nell’analisi economica degli ultimi 30-40 anni. L’attuale corrente dominante in economia si concentra su quelle che si definiscono le “rigidità istituzionali”, che ostacolano la libera concorrenza e l’ipotetica possibilità di un adeguamento spontaneo dei mercati verso un equilibrio “ottimale” (senza sapere bene per chi esattamente questo equilibrio è ottimale). Gli squilibri economici sarebbero quindi il frutto di queste rigidità – che l’economista italiano Guido Carli definisce come “lacci e lacciuoli” – che conviene siano eliminate. La flessibilità si presenta quindi come la cura per inefficienza e le distorsioni della concorrenza su un mercato del lavoro troppo rigido a causa dell’eccessiva regolamentazione; questo si suppone che sia nell’interesse di tutti, specialmente dei lavoratori.

I sostenitori della riforma di flessibilizzazione del mercato del lavoro, soprattutto in Europa, si basano sui presupposti teorici dell’economia mainstream per affermare che queste riforme potranno ridurre la disoccupazione. Non sembrano affatto disturbati dall’abbondanza di evidenza empirica che mostra l’assenza di un nesso scientificamente provato tra flessibilità del mercato del lavoro e i tassi di disoccupazione. I discorsi sul disegno di legge francese come sul Jobs Act dimostrano una mancanza di consapevolezza del fallimento di queste riforme in materia di lotta contro la disoccupazione. Anche le principali istituzioni economiche internazionali, che hanno a lungo diffuso il mito della flessibilità, hanno riconosciuto il loro errore. La flessibilità del mercato del lavoro, che mira a favorire sia l’ingresso che l’uscita dal mercato del lavoro, ha effetti ambigui: gli afflussi sono stati compensati da deflussi globalmente prociclici, che rendono il mercato eccessivamente reattivo in rapporto ai cicli economici. Se l’obiettivo è veramente quello di far crescere il tasso di occupazione e stabilizzare il ciclo, sarebbe meglio ricorrere a misure macroeconomiche per stimolare la domanda e riempire gli ordini alle imprese, o a forme di intervento diretto suggerite per esempio dai sostenitori dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza.

Le riforme che mirano a flessibilizzare il mercato del lavoro pesano sul salario più di quanto riducano la disoccupazione. Molti economisti hanno sottolineato il ruolo di queste riforme nell’area dell’euro, dove queste portano il fardello dell’aggiustamento degli squilibri commerciali. La flessibilità del mercato del lavoro riflette in primis la volontà di promuovere una “svalutazione interna”, al fine di consentire ai paesi debitori di recuperare competitività nei costi abbassando i salari e di ridurre le loro importazioni deprimendo la domanda interna. Flessibilizzare il mercato del lavoro rappresenta anche la ricerca un aggiustamento degli squilibri commerciali che la moneta unica ha contribuito ad accrescere. Questo con un indebolimento del potere contrattuale dei sindacati e dei lavoratori. Più che una soluzione al problema della disoccupazione, la flessibilità del mercato del lavoro risulta così essere uno strumento per governare il conflitto salariale. Si presenta anche come un requisito essenziale di una unione monetaria la cui stabilità commerciale si basa sulle ceneri del conflitto salariale. Con l’effetto di racchiudere i paesi debitori in una spirale deflazionistica dai costi sociali ed economici non misurabili.

La riforma El Khomri peserà quindi soprattutto sui sindacati e sui lavoratori dei settori più sensibili alle pressioni del datore di lavoro, dove la minaccia di chiusura e delocalizzazione sarà la più forte, sul principale terreno elettorale del Front National. Perché indebolirà ulteriormente il potere contrattuale dei sindacati, già colpito dalla crisi economica. Conosciamo gli obiettivi dei referendum d’impresa: introdurre il lavoro domenicale (FNAC), il lavoro notturno (Sephora) o tornare alle 39 ore di cui solo 37 pagate (Smart). Essi sono stati spesso respinti dall’opposizione dai sindacati rappresentanti più del 50% dei dipendenti, un’opposizione che non avrà più alcuno spazio nel disegno di legge El Khomri. Il rischio di ricorrere in maniera permanente ad accordi e referendum aziendali, come un modo per rinegoziare i principi di base che il codice del lavoro deve invece proteggere, si manifesta qui in tutta la sua grandezza.

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