Per il riconoscimento del ruolo della Ricerca e il superamento del lavoro precario

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Firma la petizione “Salviamo la ricerca italiana” —> https://goo.gl/rjLJ92

Partecipa allo “sciopero alla rovescia” indossando la maglietta #ricercaprecaria e inviando foto a Rete della Conoscenza, Link – Coordinamento Universitario, Coordinamento dei Ricercatori non Strutturati Univirsitari e alle altre reti che sostengono l’iniziativa

 

Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sullo stato di salute della ricerca italiana. Centrale in questo è risultata la risposta della ricercatrice Roberta d’Alessandro, una dei 30 ricercatori italiani vincitori dei fondi europei ERC, ai complimenti della Ministra Gianni per i risultati della nostra ricerca. Al netto delle complessità (su cui torniamo dopo) che si nascondono dietro l’opposizione del merito alle dinamiche clientelari e baronali presenti nell’Università, la risposta ha avuto la capacità di far emergere due questioni decisive. In primo luogo, il carattere insopportabile e ipocrita dell’approccio del Governo (solo pochi giorni prima lo stesso Renzi twittava sul contributo della ricerca italiana alle scoperte sulle onde gravitazionali), per certi versi parassitario e sempre pronto a strumentalizzare i risultati della ricerca e i processi di innovazione. Più in generale, il panorama desolante che è stato costruito attorno alla ricerca e ai bisogni di un’intera generazione che, come già detto altrove, vive immersa nella precarietà e non accetta, dopo anni di lotte contro lo smantellamento dell’università e del proprio futuro, di essere descritta come bamboccioni poco inclini alla fatica.

 

E’ forse necessario provare a fare un bilancio limitato e parziale della discussione pubblica su Università e Ricerca degli ultimi anni. Il forte ciclo di movimenti 2008-2010, dall’Onda alle piazze contro la Riforma Gelmini del 2010, è stato in grado di sollevare la difesa dell’Università pubblica e della ricerca come questione al tempo stesso generale, cioè fortemente legata all’interesse collettivo e al modello di società che si intende favorire, e generazionale, declinata come smantellamento delle prospettive future per una composizione sempre più precaria dentro e fuori le mura universitarie. Negli ultimi anni le iniziative del corpo vivo e più ricattato degli atenei italiani (studenti, dottorandi, ricercatori precari e la parte più illuminata di docenti strutturati) hanno insistito strenuamente sulla catastrofe a cui siamo andati incontro, ma dentro un clima di minore attenzione mediatica e in un contesto nel quale è decisamente crollata l’empatia fra il mondo dell’Università e l’opinione pubblica: questo processo è senza dubbio figlio dei rapporti di forza, più sfavorevoli con la risacca della partecipazione, ma anche di un’offensiva ideologica che ha legittimato nuovi dispositivi di divisione ed esclusione.

 

Le questioni del baronato e delle dinamiche gerarchiche del potere gerarchico esistenti dentro l’Università sono state sussunte in un discorso politico che, insistendo sulle inefficienze degli atenei, ha sdoganato la necessità di una razionalizzazione delle risorse e della promozione dei principi di meritocrazia, favorendo il terreno ai tagli selvaggi al Fondo di Finanziamento Ordinario e del Diritto allo Studio, alla valutazione della VQR e dell’ANVUR che mira a una concentrazione delle (poche) risorse in pochi atenei eccellenti, all’esasperazione del lavoro precario nella ricerca. Ci sono stati importanti sforzi di demistificazione, interessanti strumenti per orientarsi e smontare le menzogne montate ad arte per legittimare le politiche responsabili del disastro, ma questo lavoro non è stato supportato dalla capacità di tradursi in vettore di mobilitazione. Di fronte a questo sfacelo e alla difficoltà di imporre un cambiamento di rotta come obiettivo cruciale per tutto il Paese, la risposta della ricercatrice italiana e le diverse iniziative di sensibilizzazione e mobilitazione che si stanno sviluppando dentro il mondo dell’Università e della ricerca hanno riaperto una finestra di attenzione mediatica nella quale è importante giocare una partita di alto profilo politico in grado di parlare a larghi strati di opinione pubblica.

 

Ce ne sono, crediamo, le condizioni. Non siamo, infatti, soltanto di fronte a un ritorno estemporaneo dell’attenzione pubblica sul tema della ricerca, ma si stanno consolidando percorsi e processi reali dentro le mura di un’Università profondamente trasformata dalla Riforma Gelmini, nella quale dopo 5 anni si registrano tanto i minori spazi di democrazia e l’accentuazione di una governance verticista e aziendalista, quanto l’emersione di profonde contraddizioni che si configurano sempre più come questioni politiche insopprimibili. Ci riferiamo a un diritto allo studio sempre più residuale e con risorse insufficienti a garantire la borsa alla totalità della platea (molto magra se confrontata con altri Paesi come Francia, Germania o Spagna) degli aventi diritto; alla precarizzazione del lavoro di ricerca, con l’introduzione del ricercatore a tempo determinato e il parallelo mantenimento della selva di posizioni pre-ruolo (post doc, assegni di ricerca, borse di ricerca, ecc.); al disconoscimento della stessa dignità di lavoro per le figure più precarie della ricerca, definite dal Ministro Poletti e dal Sottosegretario Faraone attività “fortemente connotata da una componente formativa” ed escluse dall’accesso alla DIS-COLL, strumento di sostegno al reddito previsto per le collaborazioni coordinate e continuative e a progetto; al pesantissimo dimagrimento del numero di docenti a causa del definanziamento complessivo e del blocco del turn over.

 

Tali contraddizioni hanno palesato come l’Università non sia più al centro di un progetto di inclusione sociale e di innovazione del modello produttivo e di sviluppo, dove il ruolo della ricerca subentra alla svalutazione del costo del lavoro per competere nel mercato delle esportazioni. Così come hanno dimostrato lo scontro forte di interessi, interni ed esterni agli atenei, che si riproduce dentro l’Università ed hanno creato le condizioni per convergenze e nuovi modelli di coalizione fra le soggettività che subiscono la trasformazione neo-liberale e aziendale dell’università stessa. Ne è stata prova importante il lavoro coordinato sulla Legge di Stabilità che abbiamo svolto insieme a Flc-Cgil, Adi, Coordinamento dei Ricercatori non Strutturati Universitari e Rete 29 Aprile e che è culminato nel presidio sotto Montecitorio lo scorso 18 dicembre.

 

Per insistere in questa direzione ci sembrano decisive alcune iniziative più recenti, da rilanciare e diffondere in tutte le università. In primo luogo la petizione “Salviamo la Ricerca italiana” di 69 autorevoli scienziati italiani, che bene individua il nodo per risollevarne le sorti: triplicare i finanziamenti in Ricerca e Sviluppo e alzare i redditi del lavoro da ricerca in Italia, fra i più bassi d’Europa, nell’interesse collettivo del Paese. Inoltre, lo “sciopero alla rovescia” promosso dal Coordinamento dei Ricercatori non Strutturati con lo slogan #ricercaprecaria, per il riconoscimento del lavoro di ricerca svolto dalle figure precarie dentro l’università e l’affermazione di un diritto all’esistenza che si alimenta con l’accesso a tutele, diritti, strumenti di sostegno al reddito: un percorso che ha favorito l’attivazione a macchia d’olio fra i ricercatori precari degli atenei italiani e sta incontrando un sostegno sempre più vasto fra studenti e personale strutturato delle università, favorendo la ricomposizione delle diverse soggettività frammentate e spesso messe in feroce competizione fra loro dalle politiche nazionali in materia. Infine la vicenda del boicottaggio della Valutazione della Qualità della Ricerca, che in alcune sue componenti ha assunto un carattere di rivendicazione generale rispetto ai problemi dell’università, in primis il problema del reclutamento e della ricerca precaria.

 

Si tratta non di primi passi, ma di passaggi importanti sui quali continuare a costruire nell’ottica di sviluppare e consolidare il processo complessivo, verso una presa di parola pubblica collettiva del mondo dell’Università e una nuova fase di mobilitazione, per ribaltare lo schema delle politiche e della retorica dell’ultimo decennio e costruire connessioni forti con gli interessi e i bisogni di portata generale.

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