La strategia del Governo sul lavoro e la strada verso i diritti per tutte/i

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Leggi il documento Nuovo Lavoro, Nuovo Welfare: Per i diritti di tutte e tutti 

Dopo l’attacco al lavoro dipendente compiuto attraverso il DL Poletti e il Jobs Act, il Governo ha varato in Consiglio dei Ministri lo scorso 28 gennaio un Disegno di Legge denominato “Statuto del lavoro autonomo e professionale”. Nel merito del provvedimento, che deve ancora passare l’esame parlamentare, troviamo senza dubbio dei segnali interessanti: innanzitutto a livello di principio, dato che il c.d Ddl Del Conte si occupa per la prima volta di lavoratori e lavoratrici finora del tutto esclusi dalla cittadinanza sociali o non riconosciuti come tali, nella morsa costruita fra lavoro dipendente e attività imprenditoriale; inoltre, si compiono passi avanti su una serie di richieste storiche del movimento dei freelance e delle associazioni del lavoro professionale. La totale deducibilità delle spese di formazione, l’eliminazione dell’obbligo di astensione dal lavoro per beneficiare della maternità, la sospensione e successiva rateizzazione dei versamenti contributivi in caso di malattia, l’aumento dell’indennità di malattia grave, l’estensione dei congedi parentali, l’accesso ai Fondi strutturali europei e agli appalti della Pubblica Amministrazione non sono questioni affatto banali e, soprattutto, costituiscono diritti e opportunità per troppo tempo confinate fuori dal campo del possibile.

Ci sembra altrettanto evidente come non soltanto sia improprio parlare di Statuto del lavoro autonomo di fronte a un testo di legge che produce alcuni avanzamenti su materie limitate, ma anche come siano del tutto assenti i diritti sociali più urgenti e il diritto alla contrattazione delle proprie condizioni nel rapporto di committenza. Soprattutto, non è possibile affrontare oggi la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale senza fare i conti con le trasformazioni del mercato del lavoro e con la condizione materiale dei professionisti ordinisti e atipici. Una parte consistente del lavoro autonomo e indipendente ha subito un processo di impoverimento e di precarizzazione crescente: quasi il 50% dei professionisti intervistati per la ricerca Vita da Professionisti della Cgil percepisce meno di 15.000€ annui (solo il 21,7% supera i 30.000), mentre diventa sempre più difficile programmare il proprio futuro a causa dell’intermittenza di reddito, dei bassi compensi, della piaga dilagante del lavoro grauito. Ci sono quindi almeno tre punti cruciali da cui ripartire per un allargamento dell’orizzonte programmatico: estensione universale degli ammortizzatori sociali e delle prestazioni previdenziali; equo compenso contro lavoro gratuito e sottopagato; reddito minimo svincolato dalla prestazione lavorativa per l’emancipazione di tutte e tutti dal ricatto della precarietà e della marginalità sociale.

Ci interessa, però, leggere il disegno complessivo del Governo, attraverso il Ddl sul lavoro autonomo e la riforma complessiva del mercato del lavoro, e di conseguenza provare a tracciare alcuni punti di una strategia che le forze sociali, sindacali e di movimento che si battono per l’estensione dei diritti e delle tutele dovrebbero assumere. Renzi, lo sappiamo, ha impostato l’approvazione del Jobs Act sulla delegittimazione ideologica dei corpi sociali intermedi e, in particolare, dei sindacati dei lavoratori, colpendo indirettamente quei diritti del lavoro dipendente conquistati in decenni di battaglie del movimento operaio, accusati dalla propaganda governativa dell’alto tasso di disoccupazione e di un mercato del lavoro duale: tutele rigide per chi lavora da decenni, precarietà e scarse protezioni sociali per le nuove generazioni e per il lavoro autonomo. Da qui l’inaccettabile pietra di scambio che avrebbe dovuto portare alla crescita inesorabile dell’economia e dell’occupazione: smantellamento delle tutele tradizionali in cambio dell’universalizzazione delle indennità di disoccupazione e delle prestazioni previdenziali. Una prospettiva peraltro smentita dai dati più recenti.

Sappiamo come si è chiusa la partita del Jobs Act: l’articolo 18 è stato mandato in soffitta, sono aumentate le possibilità per la parte datoriale di licenziare, demansionare, controllare a distanza i dipendenti, incrementando il carattere precario e il potere del ricatto esercitato sul lavoro subordinato; parallelamente è saltata una vera inclusione dentro le politiche del welfare per il lavoro autonomo e indipendente. Adesso, il Ddl Del Conte torna su questo argomento, assumendo rivendicazioni che provengono dalle organizzazioni di freelance e professionisti, con un approccio che sembra portare a termine un disegno preciso: dopo il disastro compiuto sul lavoro dipendente e la definizione di un rapporto di forza ulteriormente sbilanciato in favore delle imprese, si riconosce cittadinanza e valore sociale al lavoro autonomo e indipendente attraverso un provvedimento ad hoc, ma senza l’affermazione di diritti sociali non più rimandabili (sostegno al reddito ed equo compenso su tutti) e dentro una cornice generale che lascia al libero mercato la redistribuzione della ricchezza prodotta fra capitale e lavoro e che mantiene in piedi un modello di welfare inaccettabile e sempre più inadeguato: escludente, corporativo, familista e coercitivo verso l’accettazione della prima offerta di lavoro.

Di fronte a questo scenario, che strade e quali percorsi possiamo provare a seguire, se l’obiettivo resta quello di garantire tutele sociali universali per tutto il mondo del lavoro in grado di incidere positivamente nei rapporti di forza fra capitale e lavoro? Innanzitutto, risulta fondamentale riunire ciò che la trasformazione neo-liberale dell’economia e i provvedimenti del Governo hanno diviso e messo in competizione nell’accesso al “mercato dei diritti”. Per questo ci sembra decisivo uno sforzo di ricomposizione del mondo del lavoro, sciogliendo la contrapposizione fra tempo indeterminato e precari, fra lavoro dipendente e lavoro autonomo e professionale, attraverso l’affermazione di diritti fondamentali, tutele e garanzie di carattere universali. Va in questa direzione il processo aperto dalla Cgil con la consultazione degli iscritti sulla proposta della Carta universale dei diritti del lavoro – Nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori: questo testo costituisce una base fondamentale per il confronto nel merito dei bisogni a cui trovare risposta, ma può e deve aprire un processo che crei una agenda programmatica comune per rilanciare le prospettive del conflitto e dell’iniziativa vertenziale per il miglioramento delle condizioni materiali di tutte e tutti.

Come definito nella Carta dei diritti e dei principi del lavoro autonomo e indipendente frutto dell’elaborazione della Coalizione 27 febbraio, abbiamo bisogno di costruire questa agenda programmatica concentrandoci su due direttrici: azione vertenziale su problemi materiali immediati e che riguardano condizioni specifiche (come la richiesta di abbassare l’aliquota previdenziale per gli iscritti alla Gestione Separata INPS o di abolire i minimi contributivi delle casse ordinistiche); punti di convergenza attorno a rivendicazioni trasversali che rispondono a bisogni comuni. Da questo discende la necessità di interpretare il Ddl sul lavoro autonomo come una piccola breccia da forzare con una campagna programmatica per l’estensione universali dei diritti e delle protezioni sociali, per garantire il diritto alla contrattazione della propria condizione di lavoro in una cornice di tutele che riveda il rapporto di forza attualmente ultra-squilibrato a vantaggio delle imprese, per un welfare che rompa definitivamente con la tradizione lavorista, familista e assistenziale che lo ha caratterizzato nella storia del nostro Paese. Una prospettiva che si assuma il compito di approfondire in primo luogo due questioni non banali e sulle quali abbiamo bisogno di un paziente sforzo di confronto e sintesi fra tradizioni e cultura diverse: in primo luogo, prendere atto del carattere ormai strutturale per ampie fasce di popolazione del lavoro intermittente e della discontinuità di reddito, realtà che fa saltare nei fatti la dialettica tradizionale fra lavoro e non-lavoro e che impone la conquista di tutele e welfare pienamente universali e slegati dalla prestazione lavorativa; inoltre, ricercare nuove forme di dialettica e coalizione fra le nuove forme di autorappresentanza di pezzi del lavoro precario, atipico e professionale e il sindacato tradizionale, nell’ottica di garantire, da un lato, il diritto di tutte e tutti alla contrattazione della propria condizione lavorativa e, dall’altro, la tenuta del principio confederale della riunificazione del mondo del lavoro.

Abbiamo elaborato un documento, Nuovo Lavoro, Nuovo Welfare: Per i Diritti di tutte e tutti, che contiene una scheda di analisi della proposta di Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil statuto dei lavoratori e delle lavoratrici della Cgil, ma non si limita a interloquire sui punti di merito dello statuto: vogliamo soprattutto mettere al centro dell’agenda di un fronte sociale ampio e di una nuova iniziativa di mobilitazione i punti cardine per la costruzione dell’alternativa per tutte e tutti all’impoverimento e alla subalternità del presente. A partire dal diritto alla formazione durante i percorsi classici di studio e durante l’arco della carriera lavorativa; dalle tutele per tirocinanti e iscritti a percorsi di specializzazione; dall’estensione universale degli ammortizzatori sociali, dalla conquista dell’equo compenso e la validità erga omnes del salario minimo dei contratti nazionali; dalla definizione di diritti sociali universalmente validi e di un welfare che rompa con la tradizione corporativa, familista e lavorista; dal reddito minimo contro le disuguaglianze e il ricatto della precarietà.

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