Referendum e volontà popolare: per un accorpamento con il voto delle amministrative

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    Il quesito referendario sulle prospezioni petrolifere in mare ammesso lo scorso 7 gennaio dalla Corte Costituzionale rappresenta la prima porta che si apre su una stagione referendaria contro le politiche messe in atto dal governo Renzi. Per il Presidente del consiglio sarà il primo banco di prova diretto con i cittadini, sfida che ha sempre arginato dall’inizio del suo mandato demandandola ad un confronto retorico plebiscitario mediato dai mezzi d’informazione.

    La paura del Governo nei confronti di una verifica popolare sul merito dei propri provvedimenti è dimostrata dal fatto che il percorso dei quesiti referendari sulle trivellazioni è stato oggetto di una serie di interventi parlamentari finalizzati a sviare il passaggio dalle urne. Dei sei quesiti originari, tre sono stati soddisfatti con emendamenti alla Legge di Stabilità a fine 2015; uno solo ha superato il vaglio di Cassazione e Corte Costituzionale: riguarda la definitiva chiusura dei procedimenti in corso al di sotto delle 12 miglia dalla costa (il parlamento aveva votato una sospensione); altri due sono stati bocciati dalla Corte, ma 6 delle 10 regioni promotrici del referendum hanno presentato ricorso per conflitto di attribuzione fra poteri dello stato.

     Gli ultimi due quesiti non ammessi – per ora – sono emblematici per comprendere l’idea del Governo sulle politiche energetiche e i processi democratici. Essi riguardano l’elaborazione di un Piano delle Aree (su cui le regioni chiedono di intervenire col referendum) e la durata dei permessi e delle concessioni in mare e terraferma. Cancellando il Piano delle Aree, il Parlamento ha manifestato il suo disinteresse sia per una pianificazione energetica del territorio nazionale sia per il coinvolgimento delle regioni e dei cittadini che si sono mobilitati in questi anni.

    L’unico quesito ammesso, tuttavia, spaventa il Governo. In questo scontro è rimasta solo una cartuccia da utilizzare per Renzi al fine di depotenziare il ricorso alle urne: la data del referendum. Da Presidente del consiglio e segretario di partito teme l’idea che questo si debba svolgere in contemporanea con le amministrative. Una partecipazione maggiore al referendum potrebbe dare un esito a lui sfavorevole. Inoltre una campagna politica contro le azioni del suo governo sottrarrebbe voti al partito nelle elezioni cruciali che si svolgeranno in città come Milano, Roma, Napoli e Torino.

    Per salvaguardare il suo risultato elettorale, quindi, il governo sta seguendo ancora una volta un percorso che tenta di ostacolare la partecipazione popolare: non indire un election day, ma separare le votazioni confidando nelle difficoltà che questa scelta comporterebbe per i cittadini; si pensi, per esempio, agli studenti fuori sede che avranno problemi per tornare due volte a casa per votare.

    Due appuntamenti elettorali implicano anche il doppio dei costi, scelta curiosa dopo anni in cui il mantra del “taglio della spesa pubblica” sembra essere prioritario alla stessa materia delle competenze governative generando tagli lineari e la demolizione del welfare. Renzi sarebbe disposto usare 300 milioni di euro dello stato anziché 150 per soddisfare i suoi timori elettorali.

    Sarebbe un’iniziativa autoritaria, una posizione politica del governo a favore delle multinazionali petrolifere e dello sfruttamento del territorio – come accaduto alle isole Tremiti, svendute a dicembre per meno di 2 mila euro l’anno. L’ennesima torsione autoritaria all’interno di un Paese che nonostante la voce grossa del governo ha vissuto la crisi economica come un commissariamento de facto della volontà popolare, in cui gli interessi economici e finanziari valgono più della vita delle persone e della tutela dei territori.

    In una stagione politica in cui gli interessi dei molti vengono sacrificati sull’altare del profitto dei pochi, crediamo che una stagione referendaria intesa come “presa di parola collettiva” sulle nostre vite e sul nostro futuro sia una necessaria iniezione di democrazia in un Paese ormai asfittico socialmente e politicamente. Pretendiamo che il voto sul referendum in materia di trivellazioni, che implica la richiesta di una nuova strategia energetica nazionale basata sui principi della “democrazia energetica” e sulla decarbonizzazione, sia accorpato a quello delle amministrative: la volontà popolare va rispettata e deve essere messa in condizione di esprimersi. Non è attraverso strumenti amministrativi e tattici volti ad aggredire la possibilità del raggiungimento del quorum, ma tramite una campagna sull’oggetto del referendum in cui il Governo è obbligato a spiegare e a cercare il necessario consenso sulle proprie idee confrontandosi a viso aperto con quelle centinaia di migliaia di cittadini che sui territori hanno costruito processi di mobilitazione reale, che un Paese che si dichiara ancora democratico deve agire.

     

     

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