La città agli invisibili: al via le campagne sul welfare municipale

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La Rete della Conoscenza lancia oggi con azioni in tutta Italia la campagna “La Città agli invisibili” per l’estensione del welfare municipale ed il pieno riconoscimento del diritto alla città per i soggetti in formazione.

Non è possibile che gli studenti siano, da un lato, fonte di speculazione per contratti a nero, affitti esorbitanti, arricchimento di interi quartieri e, dall’altro, siano privi di diritti fondamentali quali quello alla salute o al voto solo perché non residenti. Lanciamo oggi in tutta Italia la campagna nazionale per il riconoscimento della cittadinanza studentesca “La città agli invisibili!” attraverso la quale delineiamo una nuova visione partecipata, inclusiva e sostenibile di gestione del territorio che possa restituire le città ed i quartieri a coloro che li vivono realmente ed oggi subiscono la crescita esponenziale delle disuguaglianze. Non vogliamo essere più fantasmi, come il protagonista della nostra campagna, rappresentativo della condizione studentesca nelle città. Per non essere più “invisibili”, vittime dei processi di esclusione sociale e politica, richiediamo quindi agli Enti Locali, la promozione attiva dell’autodeterminazione dei soggetti in formazione attraverso l’erogazione di reddito in forma diretta ed indiretta.

Lanciamo una visione alternativa di città a pochi mesi dalle elezioni comunali per far emergere tutte le contraddizioni oggi presenti sui nostri territori. Abbiamo una chiara idea di città con rivendicazioni ampie su: diritto alla partecipazione, diritto alla socialità, diritto allo studio, accesso alla cultura, diritto alla mobilità, diritto alla salute, diritto all’abitare. Questi rappresentano per noi pilastri fondamentali per l’estensione del welfare municipale al di fuori del principio di residenzialità, questione cara agli studenti, ma estendibile a tantissime altre categorie sociali, e per una nuova visione di diritto alla città e vivibilità. Riteniamo fondamentale partire dalla costruzione di nuovi diritti dal basso per dare risposte concrete ai bisogni, in una fase in cui i diritti sono sempre più limitati e ristretti a livello nazionale. E’ attraverso vittorie locali di questo tipo, infatti, che è possibile incalzare il Governo per la promulgazione della legge nazionale sul diritto allo studio e per la promozione di politiche di welfare universali per tutte e tutti.

 

 

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[accordion title=”Introduzione” icon=”icon-list”]

Uno spettro si aggira per le nostre città: è lo spettro di migliaia di studentesse e studenti invisibili ma pronti a riconquistarsi i loro spazi, le loro vite, il loro presente e il loro futuro. Siamo la generazione che sta subendo le conseguenze della cosìdetta “cura” di austerità, con il restringimento della spesa pubblica e i suoi effetti politici e sociali sulle nostre vite. Ad averne fatto maggiormente le spese siamo stati noi, i soggetti in formazione, persone situate al di fuori delle tutele del workfare, ovvero dei sistemi di protezione interni al mercato del lavoro, che stanno tentando di sganciarsi da quelle reti sociali, in primis le famiglie, che nel sostenerci  sostituiscono il più delle volte le funzioni di uno Stato inesistente.

Per noi studiare dovrebbe essere un diritto, viceversa spesso risulta impossibile dal punto di vista economico e non solo. Il diritto allo studio costantemente definanziato e strutture formative e cittadine incapaci di accogliere gli studenti con le loro esigenze, rendono la formazione un percorso irto di ostacoli.

Lo dimostrano i tassi di dispersione scolastica  al 17.6%, correlati ai tassi di povertà tra gli under 18, e i 58.00 immatricolati in meno degli ultimi 10 anni. In un modello sociale che rischia di riprodurre disuguaglianze ed annullare ogni tipo di possibilità di autodeterminazione non possiamo restare in silenzio, ma abbiamo il dovere, oltre che di rilanciare la nostra macro-vertenza nazionale su welfare e diritto allo studio, soprattutto di costruire opportunità e sperimentazioni territoriali che diano strumenti reali per affrontare la crisi e immaginare un futuro differente per se stessi e per il proprio territorio. Un’alta percentuale di studenti, per investire sul proprio futuro, si trova costretta a dover cambiare città o Regione, talvolta rinunciando a vivere nella propria città natale e producendo uno spostamento di competenze e di ricchezze troppo spesso non riconosciuto, e questo nonostante il loro originario desiderio di laurearsi e di influire positivamente sul territorio in cui vivono. Altri invece vorrebbero poter cambiare città per fare un’esperienza di vita diversa, o per iscriversi a corsi di laurea inesistenti nel proprio territorio, ma lo Stato con le sue continue mancanze li rende automaticamente studenti di serie B, senza tutele e diritti. Come soggetti in formazione viviamo e abitiamo quotidianamente luoghi inospitali e ostili, nei quali gli enti locali non prendono in minima considerazione il tema della cittadinanza studentesca e più in generale del diritto alla città per tutte e tutti.

Per welfare studentesco intendiamo l’insieme delle iniziative concrete nella pianificazione dei servizi, delle agevolazioni, degli interventi che direttamente o indirettamente contribuiscano a migliorare la condizione dei soggetti in formazione all’interno del territorio in cui vivono, siano essi residenti, fuorisede, italiani o stranieri, delle scuole superiori o universitari, di ITS o AFAM. Noi studenti non vogliamo più essere una parte viva della cittadinanza, cui viene impedito di incidere politicamente, socialmente, culturalmente nei nostri spazi vitali.

Siamo invisibili, perchè viviamo in città mai pensate sulla base delle nostre esigenze, perchè viviamo senza possibilità di accedere a servizi di welfare ad erogazione diretta ed indiretta, senza la possibilità di poter incidere e partecipare sulla scena pubblica e collettiva delle nostre città. Siamo gli esclusi dalla politica e dalla cittadinanza. Studenti delle scuole superiori considerati ancora piccoli per rappresentare “pacchetti di voti” che valga la pena tentare di acaparrarsi, e studenti universitari, di ITS e AFAM esclusi perchè la rappresentanza di istanze sociali è legata ad una idea di residenza oggi lontana dalla realtà di giovani in continuo spostamento.

Oggi nelle città si gioca un’importantissima partita, uno scontro, spesso impari, tra i grandi interessi privati e speculativi e la volontà collettiva di partecipazione democratica dal basso. Come soggetti in formazione vogliamo essere protagonisti fino in fondo di questa partita, per costruire un welfare e una modalità di gestione dei beni comuni capace di favorire percorsi di vita rispettosi dell’autonomia del singolo nella propria progettazione umana, lavorativa e formativa. La pianificazione urbana deve tenere conto del grande impatto del contesto urbano sullo sviluppo di tutti gli individui, sull’integrazione delle loro aspirazioni personali e sociali e dovrà agire contro la segregazione di generazioni e di persone di diverse culture.

Vogliamo riprenderci le città perchè oggi gli invisibili sono la maggioranza, perchè è arrivato il momento di immaginare, costruire e praticare l’alternativa dal basso, città per città, regione per regione, riconquistando spazi di partecipazione e diritti!

Vogliamo riprenderci le città perchè sono diventati luoghi invisibili, quartieri dormitorio o paesi privi di prospettiva che ci spingono ad emigrare. Noi vogliamo uscire dal velo dell’invisibilità e costruire una gestione dei territori partecipata, fondata su cittadinanza inclusiva e partecipazione.

Costruire una campagna sulla cittadinanza studentesca vuol dire costruire una campagna sui nuovi diritti, senza avere strumenti giuridici a cui appellarsi, ma costruendo pratiche di lotta per acquisirne di nuovi, aprendo le contraddizioni di questo sistema economico attraverso conquiste sperimentali e innovative sul piano del welfare municipale dai piccoli ai grandi centri. Prima rivendicazione fra tutte è lo sforamento dei patti di stabilità degli enti locali. Oggi quindi vogliamo osare per riprendere il controllo sulla gestione dei nostri territori, costruire nuove prospettive di vivibilità della città e di sviluppo che ci permettano di superare il binomio centro-periferie: l’isolamento delle periferie metropolitane, così come quello delle province periferiche del Paese, mettendo la formazione e la promozione di diritti al centro dello sviluppo delle nostre città.

Siamo invisibili in città invisibili, città disgregate, prive di prospettive, prive di socialità. La nostra condizione di invisibilità è irrimediabilmente legata a quella delle nostre città. Smettere di essere invisibili, infatti, significa dare alle nostre città ed ai nostri territori nuove prospettive di futuro collettive, farle uscire dalla condizione di invisibilità in cui sono piombate a causa della speculazione e delle disuguaglianze che ne sono parte costitutiva fin dalla pianificazione urbanistica, reinmaginare completamente il futuro dei nostri territori mettendo al centro la vivibilità, i diritti, i desideri.

Il campo d’azione per investire concretamente nella formazione deve essere ampio ed inclusivo. Occorre finanziare le strutture scolastiche ed universitarie, incentivare l’accesso ai canali di formazione diretta e indiretta, agevolare e potenziare il trasporto pubblico, garantire il diritto all’abitare e la tutela degli studenti in stage, pianificare un sistema di reddito di cittadinanza e di formazione costituito da erogazioni monetarie dirette e da agevolazioni indirette per l’accesso ai servizi e alla produzione culturale, anche in autonomia rispetto al percorso formativo.

Gli interventi necessari per garantire un welfare municipale e la cittadinanza studentesca si possono riassumere nei seguenti sette punti:

1) diritto alla partecipazione;

2) diritto alla socialità;

3) diritto allo studio e reddito di formazione;

4) diritto all’abitare;

5) libero accesso ai saperi;

6) diritto alla mobilità;

7) diritto alla salute.

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[accordion title=”1 – Diritto alla partecipazione” icon=”icon-list”]

Vogliamo partecipare ed incidere nelle scelte per costruire città e quartieri a nostra misura, sperimentando nuovi modelli di democrazia partecipata che possano vedere nella formazione il volano dello sviluppo cittadino. Vogliamo sperimentare esperienze di pubblico-partecipato e progettazione partecipata per un modello diverso di gestione dei nostri territori.

Per questi motivi chiediamo:

  • Approvazione della carta di cittadinanza per i soggetti in formazione
  • Il diritto di voto per i soggetti in formazione per l’elezione dei Consigli di Quartiere/Circoscrizionali;
  • L’istituzione di Consulte cittadine dei soggetti in formazione. Le Consulte dovranno esprimere un parere obbligatorio non vincolante rispetto alle politiche per i soggetti in formazione e godranno del diritto di risposta motivata ai propri pareri, in forma scritta entro tempo ragionevole dalla presentazione dello stesso, inoltre le consulte dovranno avere potere di proposta e di costruzione di iniziative volte alla qualificazione e alla promozione del ruolo dei soggetti in formazione nelle città.
  • La discussione pubblica sul territorio e nei luoghi di formazione degli atti pubblici di indirizzo delle amministrazioni locali (Bilancio, Piano regolatore, Piano del traffico etc.) e di gestione dei beni comuni (acqua, energia, territorio e immobili pubblici);
  • La trasmissione in diretta sul web delle sedute degli organi istituzionali locali;
  • La costruzione di campagne informative nei luoghi della formazione per rendere note alle studentesse e agli studenti le misure attuate dalle Amministrazioni Locali nei confronti degli stessi;
  • Sperimentazione di forme di progettazione partecipata e gestione pubblica-partecipata degli spazi pubblici

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[accordion title=”2 – Diritto alla socialità” icon=”icon-list”]

Nelle nostre città è esplosa una nuova ondata repressiva a suon di ordinanze anti degrado. Sarebbe degradante, infatti, secondo i Prefetti e le Amministrazioni Comunali, tutto ciò che sfugge all’ordine ed al controllo, tutti noi, studenti, migranti, clochard. Il decoro costruito tramite restrizioni per l’utilizzo di alcool fuori orario, per la permanenza nei parchi e nelle piazze, non è altro che un modo per camuffare esteticamente la frammentazione del tessuto sociale, tenendo ancor più fuori gli esclusi e gli invisibili dalle nostre città, senza agire in nessun modo sul cuore del problema. Quelle piazze sono oggi gli unici luoghi di aggregazione e gli unici luoghi realmente vissuti. Il diritto alla città, alla socialità ed alla partecipazione di tutte e tutti non può essere represso, ma va costruita una idea diversa di città, che scardini il rapporto centro-periferie dormitorio abbandonate e metta al centro la socialità e l’aggregazione. Le città sono nostre, gli invisibili siamo tutti noi esclusi dalle decisioni di una politica cittadina, che incita ancor di più all’odio verso la diversità ed all’ordine contro una idea collettiva di socialità. Praticheremo resistenza alle politiche anti-degrado in ogni città, sperimentando nuovi modelli di socialità contro i paradigmi dell’ordine che annullano i nostri sogni e desideri. Rilanciamo la necessità di vivere attivamente le nostre città e i nostri luoghi di formazione nei loro spazi pubblici come indice di qualità di una comunità democratica. La presenza di spazi è fondamentale nei frammentati contesti urbani di fronte a cui ci troviamo per ricostruire il tessuto sociale, costruire identità nel quartiere e nel contesto cittadino, promuovere esperienze mutualistiche e culturali. Rivendichiamo come soluzione alternativa alla dismissione ed all’abbandono la sperimentazione di esperienze di pubblico-partecipato che possano costruire con la cittadinanza sperimentazioni di nuova gestione del territorio.

Per questi motivi chiediamo:

  • L’apertura prolungata nelle ore serali delle sedi scolastiche (in ottemperanza al DPR 567/96), universitarie e culturali (biblioteche, cinema, teatri etc.);
  • Il recupero e la messa a disposizione al pubblico (singoli, gruppi, associazioni riconosciute) degli immobili inutilizzati o sottoutilizzati di proprietà pubblica, con particolare attenzione per l’istituzione di spazi pubblici per la produzione e la fruizione libera di saperi e culture al di fuori dei circuiti commerciali;
  • L’abolizione e la completa revisione, in collaborazione tra soggetti in formazione, residenti, esercenti e Amministrazione, delle Ordinanze restrittive in merito alla fruzione degli spazi pubblici urbani in particolare nelle ore serali e notturne;
  • La semplificazione e l’eventuale accorpamento delle incombenze burocratiche necessarie per la fruizione degli spazi pubblici urbani per l’organizzazione di eventi senza scopo di lucro (ad esempio concerti o altre iniziative ricreative e culturali);
  • Impegno per l’apertura di spazi di aggregazione a gestione pubblica-partecipata.

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[accordion title=”3 – Diritto allo Studio e Reddito di Formazione” icon=”icon-list”]

In Italia, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, il diritto allo studio è diventato materia di competenza regionale, soggetta quindi alle disponibilità finanziarie delle singole regioni, senza che lo stato abbia mai fissato i livelli essenziali per i servizi. I risultati sono evidenti: pochissime regioni riescono a coprire tutti gli idonei alle borse di studio, gli alloggi sono inadeguati rispetto al numero degli aventi diritto, le forme di reddito indiretto (mobilità gratuita, mense agevolate, misure per l’accesso alla cultura, luoghi di aggregazione culturale sui territori), dove esistono, sono assolutamente insufficienti. Il primo passo per garantire un adeguato diritto allo studio e dei livelli essenziali delle prestazioni capaci di abbattere le disuguaglianze sociali e regionali è l’approvazione della legge nazionale sul diritto allo studio. Strumenti di welfare studentesco di tipo assistenziale seppur fondamentali non bastano alla promozione dell’autonomia del soggetto in formazione. Vogliamo non solo poter studiare, ma poterlo fare dove vogliamo indipendemente dalle capacità della nostra famiglia, sviluppando le nostre personali attitudini anche oltre il semplice sapere accademico e promuovendo le possibilità formative.

In tutti i paesi dell’Unione Europea, tranne Italia e Grecia, esistono forme di reddito diretto per i soggetti in formazione. Si tratta di uno strumento che supera il modello assistenzialistico e rende lo studente libero e responsabile delle proprie scelte, favorendo la partecipazione e la creatività giovanile e stimolando l’opportunità di formarsi culturalmente al di là dei luoghi classici della formazione. Si tratta, soprattutto, di uno strumento di autonomia e di liberazione, in grado di slegare i soggetti in formazione dalla famiglia e dalla propria condizione sociale. Questo strumento produrrebbe un’accelerazione della mobilità sociale ed un maggior riconoscimento per ogni individuo del diritto all’istruzione e alla formazione e del proprio ruolo sociale, limitando la diaspora degli studenti e abbattendo una delle maggiori cause della dispersione scolastica e universitaria. Esso, infatti, può essere considerato uno strumento di lotta alla criminalità organizzata che specula su chi oggi è escluso dai luoghi della formazione per ingrossare le proprie fila e consolidare il proprio consenso sul territorio, offrendo quei servizi e quelle sicurezze che lo Stato è incapace di assicurare. Per la sua realizzazione, è necessario un investimento economico, oltre che la volontà politica per andare oltre il contingente e costruire una prospettiva.

A nostro avviso il diritto allo studio non può rinchiudersi soltanto in una dimensione nazionale e regionale ma devono rientrare anche in una nuova visione di welfare  municipale.

Nell’ambito di questa battaglia nazionale per il diritto allo studio e la ripubblicizzazione dei saperi, proponiamo quindi di attuare sperimentazioni di forma di reddito a livello comunale, sul modello dell’esperienza barlettana, per quegli studenti che vivono condizioni economiche particolarmente disagiate e come forma di contrasto alla dispersione formativa; fino a pensare all’istituzione di un “fondo per il futuro” che renda l’intervento strutturale per tutti i soggetti in formazione.

Per questi motivi chiediamo:

  • Una legge quadro nazionale sul diritto allo studio
  • Ammodernamento e finanziamento immediato delle leggi regionali sul diritto allo studio con apertura di tavoli con le parti sociali
  • immediata sperimentazione del reddito di formazione per tutti gli studenti che vivono in condizioni economiche particolarmente disagiate;
  • la costruzione di un tavolo aperto di confronto che ragioni sulle fonti di finanziamento per rendere tale intervento strutturale.

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[accordion title=”4 – Diritto all’abitare” icon=”icon-list”]

La condizione degli studenti fuori sede è a dir poco drammatica. Da un lato gli affitti crescono di anno in anno, dall’altro la mancata registrazione del contratto d’affitto o la diffusione del “contratto grigio” minano le poche possibilità offerte dal sistema del diritto allo studio. Infatti, gli studenti che non hanno un contratto regolarmente registrato all’Agenzia delle Entrate perdono la possibilità di ricevere la borsa di studio di cui avrebbero diritto, vengono classificati come pendolari e ricevono, se idonei, una borsa di studio equivalente alla metà di quella per i fuorisede. Inoltre, esistono agevolazioni fiscali per le famiglie dei giovani che hanno contratti di locazione per studenti universitari. Gli studenti fuorisede vivono nella maggior parte dei casi una condizione di ricattabilità e di esclusione da qualsiasi forma di tutela.

Bisogna soffermarsi, poi, sulle politiche attive per il diritto all’abitare di giovani e soggetti in formazione. Il loro ruolo non è soltanto nella garanzia diretta dei beneficiari dell’edilizia pubblica, ma anche nel fare “concorrenza” ai privati e, quindi, nel riuscire a calmierare il mercato dell’affitto privato.

Una concreta politica di attacco al mercato degli affitti in nero e alla relativa speculazione non può che passare dall’implementazione dell’offerta pubblica degli alloggi studenteschi. Una delle cause che ha prodotto l’emergenza abitativa è la speculazione immobiliare. La casa non è, però, un bene che può essere inteso come una qualsiasi merce di consumo. La casa di proprietà potrà anche essere considerata una merce, ma avere la garanzia di poter abitare in una casa a norma e che questa sia accessibile è un diritto fondamentale di tutte e tutti.

È necessario soffermarsi sull’importanza che hanno i progetti di riqualificazione degli stabili pubblici dismessi in un’ottica di sviluppo sostenibile e di non deturpazione dei territori. Il livello di urbanizzazione delle grandi città non consente la costruzione di nuovi immobili. Questa è la scelta sbagliata perseguita in Italia per cui a fronte di una speculazione sui canoni d’affitto nel centro delle città e di un imborghesimento delle stesse (il fenomeno della gentrification) le periferie divengono grandi quartieri dormitorio di fasce sociali disagiate.

Per questi motivi chiediamo:

  • politiche di investimento per la costruzione di nuove Case dello Studente e la riconversione di immobili dismessi dei Comuni per mettere in campo politiche di social housing per i soggetti in formazione (interventi simili aumenterebbero il fondo regionale per il dsu, secondo il DPCM 2001);
  • interventi di ri-qualificazione degli studentati e riapertura di quelli chiuse e abbandonati;
  • politiche d’incentivazione per la stipula da parte dei proprietari di casa di contratti “calmierati” agli studenti – da portare avanti congiuntamente alle amministrazioni comunali – e la costituzione di Agenzie Comunali degli Affitti  con il ruolo di intermediari tra domanda ed offerta. Esistono diverse modalità di azione che vanno dalla promozione del contratto di affitto concordato, alla tutela legale dei conduttori, alla creazione di database online per la ricerca dell’alloggio;
  • Abolizione della parte di Tasi a carico dell’inquilino per gli studenti fuori sede con regolare contratto a canone concordato o, più semplice da ottenere, fissazione della cifra di Tasi a carico dell’inquilino (sempre con contratto a canone concordato) al 10%, ovvero al minimo e non al 30,  come stanno facendo tutti i comuni;
  • Per combattere il fenomeno degli affitti in nero o irregolari, i Comuni potrebbero applicare una  riduzione della Tari sui proprietari che registrano i contratti a canone concordato;
  • Che la città universitaria si doti di luoghi adatti all’ospitalità di studenti per tempi ridotti, sia per gli studenti presenti in città per brevi periodi di tempo (tra la settimana ed il mese), sia per gli studenti privi di alloggio ma che devono trovare una sistemazione definitiva o devono svolgere degli esami;
  • Promuovere sperimentazioni di social housing e nuovi modelli.

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[accordion title=”5 – Accesso libero ai saperi” icon=”icon-list”]

La dimensione culturale è un perno fondamentale per lo sviluppo della società nel suo insieme. Forse non creerà nel breve periodo un profitto monetario ma, sicuramente, è un fattore di crescita e sviluppo nel lungo periodo. Le statistiche nostrane ci consegnano una triste realtà: solo il 45% degli italiani legge almeno un libro l’anno, le famiglie spendono in cultura solo il 6,9% della spesa complessiva, solo il 29% degli italiani ha visitato un sito museale o un’esposizione temporanea nel corso dell’ultimo anno e, dulcis in fundo, l’Italia si colloca tra gli ultimi Paesi Europei in quanto a spesa culturale.

E’ superfluo ricordare che la conoscenza e la cultura hanno un costo. Da sempre riteniamo quel costo un investimento certo e fruttuoso. È fondamentale quindi ripensare il rapporto tra cultura e conoscenza ritenendo la loro produzione e diffusione come accessibili universalmente.

La mercificazione dei saperi mette prepotentemente in discussione la completezza, la libertà, l’autonomia e la validità di qualsiasi percorso formativo, rendendolo subordinato alle esigenze e alle tendenze del mercato. La lotta a questo modello di gestione dei saperi e della cultura è imprescindibile per restituire dignità ai luoghi della formazione e ai soggetti che li abitano. Oggi, nell’era di Internet, è impensabile che il territorio comunale e molti luoghi della formazione siano ancora sprovvisti di una connessione libera e gratuita.

Quello del caro libri è un altro degli aspetti che pesano tantissimo sul costo della formazione. I libri per gli studenti medi e universitari hanno un costo elevatissimo. È altrettanto necessario che l’apertura dei canali della cultura e del sapere venga riconosciuta e considerata parte integrante delle politiche formative: riteniamo indispensabile il libero accesso a tutti i luoghi della formazione e della cultura, formali e non. Cinema, musica, teatro, internet-point, mostre, libri, ecc., appartengono a pieno titolo alle attività che contribuiscono alla crescita culturale e formativa dei cittadini. Crediamo che sia improponibile la costituzione di nuove enclosures che recintano un bene comune ed immateriale come il sapere attraverso la proprietà intellettuale e l’esclusività dei canali di accesso ai saperi.

Inoltre la città è di per sè “un luogo di apprendimento” a partire dalle strade e dalla cultura popolare radicata nei nostri territori. E’ necessario rendere le nostre città “città educative”, capaci di moltiplicare le opportunità formative attraverso le esperienze quotidiane con un nuovo sviluppo cittadino legato alla promozione della formazione permanente, mettendo al centro la valorizzazione di elementi di connubio tra formazione informale, non formale e formale, con particolare riguardo alla cultura popolare dei nostri territori.

Per questi motivi chiediamo:

  • L’istituzione di una carta per i Soggetti in Formazione che nel concreto dovrà:

– incentivare l’accesso alle attività formative, artistiche e ricreative del territorio;

– garantire la partecipazione gratuita degli studenti a tutte le attività culturali organizzate o patrocinate dagli enti amministrativi locali;

– assicurare la possibilità di stipulare accordi con cinema, librerie, teatri, musei, etc. in modo da incentivare l’accesso ad ogni canale extra-curriculare del sapere tramite sconti e con esercizi quali copisterie, cartolerie etc. per garantire l’accesso a strumenti fondamentali per lo studio;

– promuovere agevolazioni agli studenti tramite convenzioni con tutte le organizzazioni impegnate nella diffusione della cultura sul territorio;

  • l’installazione di reti Wi-Fi libere e gratuite negli spazi pubblici e nei luoghi di formazione, con un piano progressivo di copertura di tutto il territorio comunale;
  • l’istituzione di un piano di finanziamento per forme di sperimentazione di comodato d’uso dei libri scolastici;
  • il libero accesso ai beni culturali sotto la diretta gestione del Comune, la creazione di specifici accordi con gli altri enti proprietari o preposti alla gestione dei beni culturali, la creazione di specifiche iniziative nel corso dell’anno volte all’avvicinamento e al coinvolgimento dei soggetti in formazione alle politiche di gestione e accesso ai beni culturali;
  • Promozione dell’ultilizzo di copyleft all’interno di scuole ed università.

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[accordion title=”6 – Diritto alla mobilità” icon=”icon-list”]

Il pendolarismo è una condizione generalizzata dei soggetti in formazione dovuta alle distanze che esistono tra i luoghi di vita, quelli di formazione e tra quelli di formazione formale (scuola, università, accademie) e di formazione informale (biblioteche, cinema, teatri, etc.). I luoghi di produzione, circolazione e fruizione di saperi costituiscono un reticolato che percorre tutta la superficie nazionale spingendo noi studenti da una Regione all’altra, da una città all’altra per costruire il nostro percorso formativo.

Una mobilità economicamente escludente è una delle principali fonti di precarietà esistenziale dei soggetti in formazione ed alimenta differenze tra chi sta nei “centri” e chi sta nelle periferie, tra chi vive nella prossimità dei luoghi della formazione adatti alle proprie esigenze e chi proviene da luoghi distanti da essi.

Insieme alle tasse e al materiale didattico, la mobilità diventa un capitolo di spesa sempre più incisivo per le famiglie degli studenti e delle studentesse, creando e peggiorando le sacche di disagio e povertà, aggravando i livelli di abbandono scolastico e universitario, incanalando sempre più studenti nei percorsi lavorativi, legali ed illegali. Il diritto alla mobilità si tramuta in un privilegio, perdendo la capacità, al pari di ogni altro diritto, di dare cittadinanza e  di essere motore per il riscatto sociale, di essere la via per un miglioramento degli individui, delle comunità e della società tutta.

Il problema dei trasporti per gli studenti si compone quindi di due aspetti: i trasporti locali e quelli su scala nazionale.

Partiamo da questi ultimi: la possibilità di spostarsi a livello nazionale non deve essere vista unicamente come un mero dislocamento da un luogo ad un altro, ma come un occasione per allargare le proprie conoscenze, intessere relazioni, acquisire competenze, mettere in rete le diverse esperienze. In quanto tale il diritto alla mobilità dovrebbe essere garantito a tutti, e in particolar modo ai soggetti in formazione, senza alcuna barriera economico-sociale che impedisca il completo utilizzo dei sistemi di trasporto pubblico.

Per quanto riguarda il trasporto locale il problema è molto più ampio: spesso i mezzi di trasporto sono organizzati male, ci sono poche corse, molto spesso affollate, c’è un bassissimo collegamento tra le aree cittadine e quelle periferiche e rurali, i mezzi servono poco le aree universitarie e di interesse culturale e sociale, e in moltissimi casi terminano le proprie corse presto la sera. Ciò mette in grande difficoltà tutte quelle fasce di popolazione che non possiedono mezzi di locomozione propri. Inoltre in questi anni i costi dei mezzi pubblici sono fortemente aumentati, rendendo oneroso il loro utilizzo.

Per questi motivi chiediamo:

  • Un prolungamento degli orari dei mezzi pubblici urbani nella fascia serale e notturna;
  • Un aumento delle corse che interessano le zone universitarie, i poli scolastici e le residenze studentesche ed i siti di maggior interesse socio-culturale;
  • Un migliore collegamento tra città e zone periferiche;
  • Una forte riduzione dei costi del trasporto pubblico per tutti i soggetti in formazione;
  • Il sostegno di forme di mobilità alternativa, quale ad esempio la bicicletta, attraverso la costruzione di fitte e ragionate reti di piste ciclabili e la creazione di stazioni di bike sharing;
  • Forti agevolazioni in termini di riduzione del costo del biglietto sui treni nazionali per permettere agli studenti di muoversi liberamente sul suolo nazionale un congruo numero di volte l’anno;
  • Lo stanziamento di fondi, recuperati attraverso la dismissione delle grandi opere, per il miglioramento della rete attuale e la costruzione di nuove linee su ferro e su gomma a cominciare dal Sud Italia;
  • Il miglioramento del trasporto pubblico, per renderlo adeguato a standard di competitività con il trasporto privato, anche al fine di abbattere i danni e i costi sociali prodotti da questo;
  • La costituzione al livello nazionale, e in tutte le Regioni, di un sistema di tariffe integrato tra le diverse modalità di trasporto pubblico, e una gestione più democratica e trasparente delle aziende di trasporto pubblico;
  • L’incentivazione del trasporto pubblico attraverso adeguate campagne informative nei luoghi della formazione.

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[accordion title=”7 – Diritto alla salute” icon=”icon-list”]

Il diritto alla salute è un diritto costituzionale che viene riconosciuto fattivamente e pienamente all’interno della propria Azienda Sanitaria di riferimento. Ottenere un medico di base, un consulto o una visita specialistica risulta ben più complesso per quei soggetti in formazione che alloggiano in un luogo diverso da quello di residenza e gli strumenti, quando ci sono, non sono oggetto di un’adeguata informazione.

Inoltre, spesso i soggetti in formazione sono costretti a frequentare luoghi al di fuori di qualsiasi norma di sicurezza (stabilità, rischio d’incendio, presenza di barriere architettoniche, assenza di servizi adeguati etc.) e d’igiene.

Nel diritto alla salute rientra anche il troppo spesso dimenticato diritto ad una informazione laica sulla sessualità e quindi ad una maggiore presenza di consultori e distributori di anticoncezionali, oltre che al competo disgregamento del tabù ‘sessualità’ all’interno delle università ma soprattutto delle scuole.

Per questi motivi chiediamo:

  •        che venga resa possibile l’iscrizione all’azienda sanitaria della città dove lo studente compie il proprio percorso di formazione;
  •        che i luoghi di formazione vengano messi in completa sicurezza, siano abbattute le barriere architettoniche e siano dotati di tutti i servizi necessari per la propria piena funzionalità;
  •        la costituzione di consultori pubblici in prossimità dei luoghi di formazione;
  •        un’adeguata informazione e sensibilizzazione riguardo ai temi della sessualità e della discriminazione di genere;
  •        un distributore di anticoncezionali in ogni istituto scolastico e dipartimento universitario.

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