Nessuno escluso! Per diritti e welfare universali contro l’omofobia

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Mentre associazioni e forze omofobe, oscurantiste e neo-fasciste portano avanti da mesi un’offensiva, a partire dalla campagna contro la fantomatica Teoria Gender nelle scuole, che ha l’obiettivo di impedire qualsiasi forma di riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali e che va verso un nuovo family day, abbiamo il bisogno di una vera e propria risposta di popolo che, oltre al supporto della libertà di orientamento sessuale e della volontà di autodeterminazione affettiva, pratichi una battaglia di tutte e tutti contro la subalternità.
La chiamata alla mobilitazione dell’associazionismo nazionale Lgbt rappresenta un fatto politico importante, soprattutto perché pone una sfida decisiva: mettere i diritti lgbt e la lotta alle discriminazioni al centro di un’agenda programmatica comune per la trasformazione generale della società, per un modello basato su uguaglianza, pari opportunità per tutti, autodeterminazione dei singoli.

Lo diciamo chiaramente: il Ddl Cirinnà può costituire un passo in avanti rispetto allo stato di cose attuali, ma non è la legge che i movimenti lgbt chiedono da tempo, né rappresenta per noi un avanzamento decisivo per l’affermazione della piena eguaglianza delle famiglie e per i diritti degli individui: il Governo ha una grave responsabilità nell’aver legittimato una mediazione al ribasso sul fronte dei diritti, che durante la discussione parlamentare rischia di mutilare ulteriormente il testo di legge, come nel caso della stepchild adoption. Non possiamo permetterci di annacquare le nostre rivendicazioni o di legittimare con un consenso indiretto il gioco al ribasso sui diritti lgbt portato avanti dal Governo e dal Partito Democratico

Per questo scenderemo in piazza con la volontà di aprire una nuova fase di mobilitazione per l’ottenimento di pieni diritti per tutte le famiglie, a partire dall’istituzione del matrimonio e fra persone dello stesso sesso e del diritto di adozione per le coppie omosessuali, e per un profondo cambiamento sociale e culturale, attraverso la promozione dei saperi e degli studi di genere, l’estensione del concetto di famiglia oltre gli schemi tradizionali, il ripensamento del welfare in ottica universale, perché nessuno sia più vittima di esclusione sociale e di discriminazioni. Non ci fermeremo affatto il 23 gennaio, ma rilanceremo su una stagione lunga di mobilitazione e di conflitti per i diritti delle coppie omosessuali, l’educazione sessuale e alle differenze contro l’omofobia, un welfare universale per l’emancipazione di tutte e tutti, sulla base dei contenuti di questa piattaforma. Nessuno escluso!

Dove siamo

Liberi di essere, liberi di amare. Poter vivere le proprie passioni senza rimanere ostaggio del bigottismo o vittima di discriminazione e violenza omofoba. Avere la garanzia del riconoscimento dei diritti sociali del coniuge e di un welfare universale per l’emancipazione di tutte e tutti. Non si tratta di aspetti aspetti settoriali, né delle rivendicazioni per una parte della nostra società, ma elementi decisivi per conquistare per tutte e tutti un orizzonte di uguaglianza, contro le molteplici subalternità che subiamo sulla nostra pelle. Si tratta di un percorso verso l’affermazione di diritti che in Italia risulta particolarmente accidentato. Il nostro Paese, infatti, registra un grave ritardo sul piano dei diritti lgbt, condannando migliaia di persone in un apartheid di diritti che impattano nella profondità delle condizioni sociali: non esiste un istituto giuridico che preveda per le coppie omosessuali l’assistenza reciproca (sanitaria, carceraria), l’unione e la separazione dei beni, il subentro nel contratto di affitto, la reversibilità della pensione.

Inoltre, il clima culturale e il dibattito politico su queste tematiche è ancora fortemente condizionato dalle tesi più omofobe e oscurantiste, agitate dai settori più retrivi della Chiesa cattolica, dall’ipocrisia del pensiero borghese benpensante, dalla destra tradizionale e da gruppi neo-fascisti per contrastare il riconoscimento di qualsiasi riconoscimento per le coppie omosessuali e per mantenere una forte impronta maschilista e sessista nelle relazioni sociali. La cultura maschilista e machista, l’omotransfobia, la violenza di genere trovano sempre più spazi di agibilità, anche per responsabilità delle istituzioni, che troppo spesso non condannano in modo fermo e irrevocabile episodi di discriminazione o di vera e propria aggressione, e delle politiche con cui si è affrontato il fenomeno: quando queste non diventano più o meno esplicitamente conniventi con l’omofobia, dimostrano comunque di non voler e di non essere in grado di affrontare in profondità il problema, a partire dal ruolo che possono ricoprire i luoghi della formazione per la rimozione degli stereotipi e della visione eteronormata della società. A tutto questo si aggiunge una quotidiana discriminazione che va ben oltre la negazione dei diritti delle coppie omosessuali: contesto sociale che scoraggia, soprattutto per i giovani, il coming out e un confronto sereno con la propria sessualità, discriminazioni sul luogo di lavoro, fenomeno delle aggressioni fisiche in preoccupante aumento.

Il confronto con il piano internazionale è ancora più scoraggiante. Siamo ben lontani dalla rimozione dell’omotransfobia e della discriminazione, in uno scenario globale dove l’omossessualità è ancora un reato in alcuni Paesi, ma la direzione intrapresa dentro Stati che sono stati animati negli anni da importanti movimenti per i diritti lgbt e per l’uguaglianza è ben diversa dalla nostra: anche soltanto nell’ottica liberale del riconoscimento di diritti civili sul piano giuridico, con tutte le contraddizioni che questo comporta rispetto alla uguaglianza sostanziale delle opportunità e delle tutele nella società delle differenze: le coppie omossessuali possono contare quasi in tutta Europa su un istituto giuridico che disciplina i diritti del coniuge, mentre in Italia tale riconoscimento resta ancorato alla famiglia tradizionale e al matrimonio fra uomo e donna.

Ha fatto molto parlare il caso irlandese, con l’introduzione dei matrimoni omossessuali dopo un referendum che ha consentito una presa di parola popolare su un argomento che non è stato sottratto alla discussione politica per ragioni di coscienza e di scelte etiche individuali (come accade quasi sempre nel nostro Paese), ma ha assunto una centralità decisiva per la costruzione di una società più giusta. Addirittura, nel luglio scorso è stata la Corte europea dei diritti a condannare l’Italia per il mancato riconoscimento di diritti e tutele per le coppie omosessuali: non possiamo più aspettare, è necessario aprire una nuova stagione di mobilitazione e di conflitti per l’affermazione dei diritti e dell’uguaglianza, per contrastare l’offensiva omofoba che si sta radicalizzando e che ha come obiettivo di fondo la negazione delle tutele e la distribuzione del potere nella vita e nelle relazioni sociali secondo gli schemi del patriarcato e della famiglia tradizionale

L’offensiva omofoba

Negli scorsi anni vi sono stati ben pochi cambiamenti politici sostanziali sul piano delle tematiche riguardanti la sessualità , l’omofobia e i diritti civili. A a ogni minimo accenno il fronte del family day è sempre riuscito  prima a frammentare, poi a snaturare e stagnare e infine ad annullare il dibattito su tali tematiche,  evitando che ci fosse una discussione pubblica in merito. E tutto questo richiamando principi come la libertà di espressione, deformando l’oggetto del dibattito come con l’invenzione della teoria del gender, facendosi difensori di ciò che è “naturale”.

Nel frattempo, sono aumentati di gran numero le aggressioni a sfondo omotransfobico, episodi di squadrismo davanti alle scuole, intimidazione di professori che hanno tentato di portare una didattica e una cultura inclusiva delle differenze nelle aule. In televisione lo spazio e la visibilità data all’esposizione di idee e linguaggi omotransfobici, oscurantisti e confessionali, che negano i fenomeni di discriminazione ed esclusione sociale, cresce sempre di più insieme al bombardamento mediatico pregno di disinformazione diretto a genitori e all’opinione pubblica. Addirittura, alcune curie hanno iniziato a richiamare i professori di religione a segnalare le scuole che diffondessero una cultura “omosessualista” fino a parlare di un concetto totalmente deformato dell’identità sessuale come la “Teoria del Gender” non appena UE e OMS hanno iniziato a sostenere l’importanza di un’educazione sessuale inclusiva delle differenze nelle scuole.

E’ chiaro che, a differenza del mondo politico che si definisce progressista, il fronte del family day riconosce il valore culturale e sociale del modello di sessualità che la società adotta, sentendo l’urgenza di affrontarlo in una strategia che abbia una visione di insieme, ma che al tempo stesso disperda l’azione di eventuali controparti su singole battaglie. Non è un caso infatti che più dell’approvazione dell’estensione dei diritti alle coppie omosessuali, temano un intervento nei programmi didattici che possano in qualche modo scardinare stereotipi di genere che permettono la conservazione di un accesso ai diritti solo per chi è normale.

Siamo alle porte di un nuovo family day, che cade non a caso mentre al centro del dibattito politico trova spazio il tema delle unioni civili alla luce dell’iter parlamentare del Ddl Cirinnà. Ancora una volta, l’iniziativa “a difesa della famiglia” ha degli obiettivi politici chiari: delegittimare qualsiasi riconoscimento, anche timido e parziale, dei diritti delle coppie omosessuali, paventando un attacco alla famiglia tradizionale e una coercizione “omosessualista” sulle giovani generazioni, dichiarando di fatto che tutto ciò che sta al di fuori dello schema del matrimonio fra uomo e donna non ha diritto di esistere perché contro natura e distruttivo del ruolo della famiglia. Questa visione omofoba e oscurantista, nella quale si inseriscono i settori più retrivi della società e le destre neo-fasciste con l’obiettivo di contrastare qualsiasi slancio verso un’affermazione universale di diritti e tutele, prenderà corpo nella piazza del family day del 30 gennaio, che questa volta ha ottenuto un sostegno esplicito da parte dei vescovi: anche se la CEI ha ribadito come l’iniziativa del family day sia dei laici e che la Chiesa non scenderà in piazza, il Cardinale Bagnasco ha recentemente ribadito la vicinanza con queste istanze e l’inopportunità della scelta del Parlamento di discutere di questi temi a fronte di altre emergenze sociali. Una presa di parola del tutto strumentale e avallata ieri anche dal Presidente della Repubblica Mattarella, come se la lotta per i diritti lgbt e l’affermazione dell’uguaglianza non siano strettamente connesse con le istanze di emancipazione e di giustizia sociale.

Non solo è gravissima l’azione del fronte del family day, ma anche e soprattutto la legittimità e lo spazio democratico che gli si sta dando, permettendo la conservazione di una subcultura che di democratico, laico e scientifico non ha niente.  Le controparti politiche che non agiscono in maniera nitida e forte in contrasto a questi soggetti con l’affermazione di soluzioni politiche reali e delegittimazione di quella subcultura attraverso la conoscenza, non rappresentano di certo una minaccia per questo fenomeno che agisce sempre più indisturbato.

A partire dall’uguaglianza, verso la cittadinanza delle differenze

Il percorso che ha compiuto finora il DDL Cirinnà è stato caratterizzato dall’assenza di dialogo con le organizzazioni che da anni lottano per i diritti delle coppie omosessuali e dalla continua mediazione al ribasso con le forze omofobe interne alla maggioranza e allo stesso partito democratico.

Il testo del DDL era già manchevole e timido già dall’inizio: molto lontano dall’obiettivo del matrimonio egualitario e della transizione verso un modello di welfare non più basato sulla famiglia eterosessuale ma adatto a garantire a tutti e tutte, a prescindere dal proprio orientamento sessuale e dalla scelta di sposarsi o meno, i diritti individuali  e la possibilità di costruire relazioni, reti sociali e famiglie.

Su questo impianto si sono innestate le battaglie del Nuovo Centro Destra e dei cattolici del PD per far cadere uno dopo l’altro gli elementi più incisivi del testo. Esemplare da questo punto di vista è stata l’eliminazione dell’equiparazione delle unioni civili al matrimonio, che ha costretto il legislatore a una pericolosissima e fragile enumerazione dei diritti garantiti da questo nuovo istituto.

Allo stesso modo si svolge oggi lo scontro sulla stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio o la figlia del proprio partner, con il tentativo di sostituzione di quest’ultima con l’affidamento rafforzato; una posizione giustificata dall’intolleranza verso qualunque famiglia che non sia basata sulla coppia eterosessuale e che configura un quadro di diritti incompleto anche per i figli delle coppie omosessuali.

Questo DDL è manchevole sotto molti aspetti, non garantisce la parità dei diritti alle coppie omosessuali, dal matrimonio egualitario alla possibilità di adottare, non prevede un ripensamento del welfare in senso individuale, non contiene adeguate forme di tutela per le famiglie non basate sul matrimonio.

Il 23 Gennaio saremo in piazza in tutte le città d’Italia per rivendicare i nostri diritti, perchè pretendiamo che subito dopo l’approvazione del DDL Cirinnà non si interrompa il percorso per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT, perché riteniamo inaccettabili gli attacchi che la componente più reazionaria e bigotta della nostra società sta portando avanti in questi giorni per cercare di frenare il decreto.

Non abbiamo, però, minima intenzione di far strumentalizzare la nostra presenza nelle piazze del 23 come un sostegno acritico al DDL Cirinnà e menchemeno al Governo: come abbiamo già detto questo provvedimento non è sufficiente, e la sua approvazione, garantirà maggiori diritti alle coppie omosessuali, ma non può considerarsi che un piccolo passo;  d’altra parte il Governo non è stato in grado di difendere i contenuti più incisivi del disegno di legge dall’offensiva omofoba e anzi è sostenuto proprio da coloro che più stanno attaccando il DDL, né possiamo dimenticare le mancanze del governo nel contrasto all’omofobia e nelle politiche riguardanti l’educazione sessuale e alle differenze.

Il 23 Gennaio non sarà che l’inizio! non ci riterremo soddisfatti fino a che non sarà riconosciuta l’effettiva parità di diritti, indipendentemente dal genere e l’orientamento sessuale, fino a che non sarà garantito il matrimonio omosessuale e il diritto all’omogenitorialità, fino a che non saranno prese misure efficaci contro l’omotransfobia, a partire dall’educazione sessuale nelle scuole, fino a che non saranno tutelate tutte le famiglie, anche tra persone che decidono di non sposarsi.

Per il riconoscimento di tutte le famiglie!

La pluralità delle famiglie esiste ormai da molti anni nella società, non resta che prenderne atto. Le persone si amano, convivono, si prendono cura le une delle altre, crescono figli in una moltitudine di schemi e possibilità che è folle cercare di ridurre ad un unico modello. Nessuno può permettersi di imporre ad altri l’obbligo di uniformarsi all’idea della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio. Il legislatore dovrebbe interrogarsi e intervenire per tutelare il più possibile tutte le forme di convivenza e di famiglia esistenti nella società; invece, ancora oggi, le istituzioni, ostaggio di forze politiche bigotte e conservatrici, discriminano le tante famiglie e le tantissime persone nel nostro paese che si discostano dalla norma del matrimonio eterosessuale.

Non è più tollerabile la discriminazione che subiscono le coppie omosessuali nel nostro paese: il loro amore non è diverso da quello delle coppie eterosessuali eppure ancora oggi è negata loro la possibilità di sposarsi, sulla base dell’idea di “famiglia naturale” che non è altro che una grottesca copertura del più bieco e ignorante sentimento omofobo. Le unioni civili non bastano, non è accettabile alcuna soluzione tampone che pongai le coppie omosessuali un gradino più in basso rispetto a quelle eterosessuali, non ci stancheremo di lottare fino a che non saranno riconosciuti loro gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ancora più violente diventano le argomentazioni omofobe, quando si discute di adozioni e omogenitorialità, si tira in ballo il presunto diritto dei bambini ad avere un padre e una madre, eppure gli studi scientifici e tutte le società internazionali di psicologia ci spiegano che non  vi è differenza, per lo sviluppo psicologico dei figli, tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali. Prendiamone atto, smascheriamo l’ipocrisia omofoba e riconosciamo a tutte le coppie il diritto di sposarsi.

Ma la galassia delle famiglie non riconosciute dallo stato non si ferma alle coppie omosessuali: genitori single con figli, coppie che non intendono sposarsi, familiari che si prendono cura gli uni degli altri sono solo alcuni esempi. Occorre pensare a strumenti giuridici (coppie di fatto, unioni civili, qualunque nome va bene purché se ne condividano le finalità e non lo scelgano gli omofobi) che tutelino queste forme di famiglia, rivedendo l’impianto giuridico ad oggi esistente che prevede solo la famiglia basata sul matrimonio e superando un modello di società, superato dalla realtà, che sovrappone le dimensioni dell’affettività, dell’amore, della cura, della sessualità e della riproduzione.

Non sono le leggi a dover definire il valore dell’amore e il sostegno che noi condividiamo con altri esseri umani, ma è proprio quel concetto in termini universali che deve essere interpretato e rappresentato dalle leggi in un’ottica di inclusione e uguaglianza.

Ma quale gender?!? Educazione alla sessualità e libertà dei corpi contro l’omofobia

Riteniamo che un intervento nelle scuole in materia di educazione sessuale sia fondamentale, non solo come risposta alla strategia disinformativa basata sulla distorsione dei Gender Studies come “teoria del Gender”, ma un’affermazione di un processo di trasformazione culturale sia individuale che collettivo, urgente e necessario. La conoscenza sulla sessualità da una parte rappresenta uno strumento di sviluppo personale nell’autodeterminazione della propria vita affettiva e sessuale sia con consapevolezza e libertà e dall’altra permette lo scardinamento degli stereotipi sociali di genere, gettando le basi per una società in cui l’esclusione sociale e la violenza di genere/omotransfobiche non sono tollerate.

La considerazione dell’individuo come un’interazione complessa tra il suo sesso biologico, la sua identità di genere e il suo orientamento sessuale permette di stabilire un’idea di cittadino che fa parte della società in quanto persona che con la sua diversità arricchisce la comunità umana intorno a lui.Ed è proprio il ragionamento alla base di un welfare universale,  in cui i diritti sono di tutti e vanno pretesi senza mezzi termini.

Ecco perché chiediamo precisi piani ministeriali che prevedano interlocutori qualificati dalle ASL, Psicologi e sessuologi, in grado di fornire una conoscenza delle tematiche non solo in termini clinici e scientifici, ma anche affettivi e sociali. E’ infatti fondamentale un ripensamento dei programmi e delle modalità didattiche in quest’otica di qualsiasi materia, in maniera da evitare la presenza di stereotipi retrogradi nei libri di testo oppure omissioni di ambiti di una materia solo per la presenza di tabù perbenisti sulla sfera della sessualità.

Chiediamo che la scuola sia un luogo in cui l’autodeterminazione e la libertà dei corpi possa rappresentare un fondamento di coesione sociale tra i cittadini del domani e non un mero strumento procreativo. Per questo  motivo è fondamentale che anche professori e dirigenti scolastici ricevano formazione riguardante la tematica, per poter svolgere un ruolo pedagogico di reale accompagnamento durante il percorso adolescenziale di una ragazza o un ragazzo.

La condivisione delle esperienze rappresenta un’ulteriore momento di arricchimento e l’abbattimento di meccanismi di bullismo basati sull’umiliazione e la discriminazione. Per questo è fondamentale ricorrere a metodi di didattica alternativa, come la peer education, in cui un gruppo di ragazzi venga formato e possa trasmettere ai compagni di classe i concetti attraverso momenti di confronto e discussione. Ecco perché anche il concepire le pratiche sessuali non procreative come un’interazione tra persone che implicano rispetto e libertà deve rappresentare un argomento di discussione nelle aule, senza che l’unica fonte di conoscenza a riguardo sia la pornografia.

La conoscenza sulla sessualità rappresenta anche un modo di esercitare con consapevolezza il proprio diritto alla salute, sia nell’essere consapevoli di come praticare un sesso sicuro oltre che rispettoso degli altri, sia in termini anche psicologici e personali, per cui nelle scuole e nelle università non possono mancare sportelli di ascolto e uno stretto contatto con i consultori ginecologici.

Invece di rappresentare ciò che il fronte del family day dipinge come l’annullamento delle differenze per volontà della teoria gender, la scuola che vogliamo valorizza le differenze, senza rilegare le identità e la sessualità a schemi binari tra ciò che è “da maschio” e ciò che è “da femmina”.

Un welfare universale per l’emancipazione di tutte/i

Quando si parla di famiglie non riconosciute e dei diritti delle persone omosessuali non ci si limita mai all’aspetto simbolico del matrimonio e al semplice riconoscimento dell’amore e dell’affetto che provano due persone. L’esclusione vissuta da chi non si riconosce nel modello di famiglia basato sul matrimonio eterosessuale è sostanziale, e riguarda ogni aspetto della vita e del benessere delle persone.

Il nostro modello di welfare è incentrato infatti sulla figura del maschio, bianco, eterosessuale e lavoratore e sulla sua famiglia. Ciò determina che tutti coloro che si distaccano da questo archetipo, risultano fortemente svantaggiati dalla possibilità di accesso ai benefici dello stato sociale.

Non vogliamo elemosinare un’integrazione in un sistema di stato sociale che lasci comunque fuori altre persone. Non basta riconoscere la pluralità delle famiglie esistenti nella società, occorre in primis una transizione verso un sistema di welfare incentrato sull’individuo, che garantisca a tutti diritti, protezione e inclusione sociale, indipendentemente dalla condizione lavorativa, dalla cittadinanza e dallo stato civile.

Occorre quindi la gratuità e la possibilità per tutti di accedere ai servizi essenziali quali l’istruzione di ogni grado e livello, la sanità, la cultura; occorre una forma di reddito di base che contrasti la poverta e garantisca autonomia alle persone; occorrono politiche di cittadinanza inclusive; occorrono politiche del lavoro che contrastino la precarietà e lo sfruttamento delle fasce più deboli della popolazione; occorono politiche di sostegno alla maternità e alla paternità effettive e non sporadiche.

Solo così si potrà effettivamente dare forma a una società che non discrimina nessuno e che garantisce la possibilità di ognuno di autodeterminarsi nelle proprie scelte di vita.

Lungi dall’indebolire la famiglia e disgregare la società, un tale modello di welfare garantirebbe a tutti la sicurezza e la serenità necessarie per intrecciare relazioni e formare reti sociali, stringere affetti, amare, prendersi cura di altri, vivere la propria sessualità.

Chiediamo a gran voce anche posizioni serie contro la discriminazione e la disinformazione. Idee che discriminano altri non solo non sono democratiche, ma si sedimentano in subculture che poi giustificano atti di violenza e discriminazione.

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