Per l’istruzione gratuita, contro le disuguaglianze e per lo sviluppo del Paese

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freeducationPer chi negli ultimi anni è stato impegnato e attivo nei movimenti studenteschi, sentire le parole del Presidente del Consiglio in conclusione dei lavori della Leopolda 2016 avrà fatto accendere più di una spia: “E ora andiamo a prenderci il futuro”. Si tratta in effetti dell’ennesima occasione nella quale proprio chi negli ultimi anni ha smantellato i diritti sociali, a partire dal diritto allo studio per arrivare a quelli del lavoro e ad una vita dignitosa, si è appropriato di un discorso prodotto ‘dal basso’, quello sul futuro ‘rapito’ da riprendere collettivamente. Un discorso che oggi è addirittura stato superato dal fatto che il piano delle aspettative di un’intera generazione che si è completamente schiacciato su quello dei bisogni. Ciò che bisogna riconquistare oggi è in realtà innanzitutto un presente dignitoso, e questo è proprio uno degli effetti più tangibili delle trasformazioni che hanno attraversato tanto il mondo della formazione (la distruzione del sistema del diritto allo studio, l’aziendalizzazione e la privatizzazione de facto di scuole e università, il ruolo punitivo della valutazione) quanto quello del lavoro (la precarizzazione crescente anche di aree precedentemente più “garantite”, l’assenza di forme di welfare e previdenza universale, l’attacco a tutto campo ai diritti sindacali e al ruolo della contrattazione collettiva).

Oggi la rotta del “Governo del cambiamento” è tracciata in continuità con questo disegno. Con la rimodulazione dei criteri di calcolo di ISEE e ISPE, che amplifica il peso della condizione patrimoniale dei nuclei familiari, il 25-30% degli studenti universitari che l’anno scorso hanno ricevuto una borsa di studio quest’anno non ne avranno più diritto. Con un tratto di penna si è ristretta una platea, quella dei beneficiari delle borse di studio, già tra le più piccole d’Europa (10% di studenti idonei, contro il 25% di Francia e Germania) e si è data un’ulteriore spinta al processo di espulsione degli studenti dalla formazione terziaria (20% di studenti in meno negli ultimi sette anni). Su questo piano gli unici avanzamenti significativi, anche se purtroppo parziali e non sufficienti, si sono prodotti grazie alla nostra azione sindacale sul piano regionale. Da parte del Governo nazionale, invece, non c’è ad oggi nessuna risposta degna di nota, eccezion fatta per le sparate della Ministra Giannini sui costi dell’università e del Ministro Poletti sull’utilità della formazione accademica. Tutto tace anche sul fronte del diritto allo studio degli studenti delle scuole superiori: a dispetto delle affermazioni pompose – delle quali avevamo già denunciato il valore esclusivamente retorico – contenute nell’art. 1 della Buona Scuola (“affermare il ruolo  centrale  della  scuola  nella  società della conoscenza (…) contrastare le disuguaglianze socio-culturali e territoriali, per prevenire e recuperare l’abbandono e la dispersione scolastica (…)”) ad oggi sono zero le risorse stanziate su quello che viene ancora considerato un capitolo di spesa, e non una delle voci d’investimento più determinanti per lo sviluppo, umano e materiale, del nostro Paese. Tutto ciò mentre il tasso di dispersione scolastica rimane sensibilmente più alto di quello della media UE (15% contro l’11,2%, con picchi del 24% in Sicilia e del 23,4% in Sardegna).  

A fronte della situazione misera sul versante del diritto allo studio e della lotta alla dispersione scolastica e all’esclusione dall’università, la retorica governativa sul binomio sicurezza-cultura come risposta al terrorismo assume una luce ancora più tetra: il tentativo di rendere digeribile l’aumento delle misure di controllo e di sicurezza – come se il fallimento totale della stretta securtaria post Charlie Hebdo reso evidente dai tragici fatti del 13 novembre fosse dovuto a un livello di controlli troppo basso e non a una sostanziale inutilità degli stessi -, affiancandolo a un po’ di cultura e a una non meglio precisata opera di “rammendo delle periferie”, nasconde un sostanziale disinteresse del Governo nei confronti di un’emergenza enorme, nel nostro Paese e non solo: quella dell’accesso all’istruzione e alla cultura.

Il provvedimento più sbandierato nei giorni scorsi, quello del “bonus cultura” di 500 € per i neo diciottenni, è l’emblema dell’assenza di una strategia strutturale su questo piano: una misura una tantum e circoscritta ai soli 18enni che non si preoccupa di diversi aspetti determinanti. Ne citiamo alcuni: lo stato disastroso in cui versa il patrimonio culturale e artistico di questo Paese, a partire dalle condizioni occupazionali di chi vi lavora; la forte disomogeneità della presenza dei presidi culturali sul territorio, in particolare tra Nord e Sud, ma anche tra città e periferie; ultimo, ma non meno importante, le enormi falle che il sistema formativo italiano presenta all’accesso, con barriere enormi di tipo economico e non. La paghetta di Renzi – che senza troppa malizia si potrebbe ricollegare a qualche forma di tornaconto elettorale, se non altro guardando all’anagrafe dei beneficiari – è insomma una misura assolutamente inutile. Eppure con quei 300 mln di € si sarebbe potuto, innanzitutto, rifinanziare il sistema del diritto allo studio universitario facendo fronte al già citato problema degli idonei non beneficiari, eliminando così definitivamente un unicuum giuridico a livello europeo. Non possiamo, tuttavia, limitarci a fare proposte alternative rispetto a come dislocare in maniera migliore quel miliardo di € promesso da Renzi per la “cultura”; questo sostanzialmente per due ragioni.

La prima è che oggi siamo chiamati a far fronte non a una sola dimensione di disuguaglianza, ma a un fenomeno complesso che intreccia le disuguaglianze di reddito, quelle di provenienza territoriale e ancora quelle derivanti dal contesto socio-culturale di provenienza: è una situazione alla quale non si può rispondere esclusivamente con un aumento quantitativo delle risorse – anche se questo rappresenterebbe il necessario primo passo – ma è altrettanto imprescindibile una mutazione qualitativa dei modelli e delle politiche da adottare. La seconda ragione è che chi ci governa su più livelli si ostina a dirci che le risorse a disposizione sono troppo limitate per poter rendere sostenibile un cambio di paradigma nelle politiche di welfare, e che dobbiamo ripagare il debito con meno diritti, meno risorse, meno democrazia: oggi, dopo sette anni di tagli e attacchi all’istruzione e ai diritti, siamo invece più che mai in credito di democrazia, diritti, risorse. E’ sempre più urgente cambiare un sistema fiscale iniquo e sempre meno progressivo – abbiamo introdotto la questione nel documento Siamo in credito, iniziamo a riscuotere – e uscire dalla stagione delle politiche di austerità a livello europeo, per liberare le risorse necessarie non solo a riottenere quanto ci è stato sottratto nell’ambito di una crisi che in realtà è stata una gigantesca redistribuzione di risorse dal basso verso l’alto, ma anche per cambiare radicalmente il sistema dell’istruzione.

Per noi, la prospettiva che va perseguita è quella della gratuità totale dell’istruzione, intesa in senso ampio, quindi con riguardo anche all’accesso alla cultura e alla necessaria autonomia individuale nella costruzione del percorso formativo, lungo tutto l’arco della vita. Si tratta di una scelta di rottura radicale con l’esistente, che per noi va perseguita a tutti i livelli e con tutti gli strumenti in un’ottica progressiva, dalle battaglie per una tassazione universitaria più equa alla nostra contrarietà al contributo volontario – che spesso non viene presentato come tale – nelle scuole. Oggi infatti siamo molto lontani dall’ambizioso obiettivo dell’istruzione gratuita: secondo il Codacons, la spesa media per studente delle scuole superiori è di circa 500 € per l’anno scolastico 2015/16 (in aumento del 1,7% rispetto all’anno scorso); per quanto riguarda l’università, in Europa siamo al terzo posto per tasse universitarie, superati solo da Olanda e Inghilterra, senza contare i costi per i trasporti, l’alloggio, il vitto, i libri e gli altri materiali di studio. Inoltre, se più della metà degli studenti sceglie il proprio percorso di studio in base ai ‘consigli’ dei genitori, significa che siamo ben lontani anche dall’emancipazione degli studenti stessi dai contesti socio-culturali di provenienza, oltre che dall’emancipazione dai vincoli strettamente economici.

Un’istruzione totalmente gratuita, con un sistema universale e individuale di welfare studentesco e un reddito di formazione per la piena autonomia sociale di chi studia sono misure che, se finanziate da un sistema fiscale veramente progressivo e in grado di attaccare le rendite e i grandi patrimoni, possono ridurre sensibilmente le disuguaglianze intervenendo alla radice delle stesse, innalzando i livelli generali delle competenze in maniera diffusa e non concentrata, trasferendo al sistema produttivo innovazioni di prodotto e di processo necessarie alla transizione verso un modello di sviluppo sostenibile socialmente ed ecologicamente. Si tratta perciò di una battaglia da combattere non solo per migliorare la condizione delle studentesse e degli studenti del nostro Paese – o anche per permettere a chi vorrebbe studiare di farlo – ma per costruire una società più giusta, più aperta e più libera.

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