Per un lavoro di qualità, i diritti non si piegano!

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    A un anno dal Jobs Act, l’attacco al contratto: giù la maschera!

    E’ passato circa un anno dall’approvazione del Jobs Act, l’intervento principe di Renzi e Poletti sul mercato del lavoro italiano. Ancora oggi ogni aggiornamento dei dati riguardanti occupazione e tipologie contrattuali attivate diventa occasione per il Governo di rivendicare il successo delle proprie riforme nel ridurre la disoccupazione giovanile e contrastare la precarietà. A più riprese, come altri meglio di noi, abbiamo prodotto uno sforzo di demistificazione sia per smascherare il Jobs Act e la sua vera natura precarizzante sia per guardare i numeri oltre il trionfalismo del Governo per quanto riguarda numero di occupati, di inattivi, carattere parziale e insufficiente degli ammortizzatori sociali, nuove frontiere del precariato,a partire dalla trappola dei voucher. Un’iniziativa che ha incontrato non poche difficoltà nel rilanciare un piano di mobilitazione su che tipo di lavoro e che tipo di welfare rivendichiamo in opposizione alla trasformazione neo-liberale che stiamo subendo.

    Questa esigenza resta centrale, anche alla luce delle nuove sfide che ci troviamo davanti, dal carattere meno mediatico della riforma complessiva del mercato del lavoro e forse in alcuni casi colpevolmente sottovalutati. Infatti, con la Legge di Stabilità, ancora in discussione alla Camera dopo la prima approvazione al Senato, il Governo compie un passo avanti rispetto al proprio modello di lavoro e di politiche sociali. Non solo l’intervento previsto contro la povertà rappresenta una misura residuale e uno schiaffo in faccia all’istanza di affrontare il problema con un approccio che superi l’assistenzialismo con l’universalità del sostegno al reddito, ma si conferma l’insufficienza degli ammortizzatori sociali previsti dal Jobs Act, ancora discriminanti ed escludenti nei confronti, per esempio, delle partite IVA e del precariato della ricerca. Inoltre, ci troviamo di fronte a novità che rappresentano un ulteriore salto di qualità. Il ritorno alla defiscalizzazione del welfare aziendale e dei premi di produttività mettono a tema questioni ampie che interessano il salario, la contrattazione e lo Stato sociale.

    La direzione intrapresa è innanzitutto un’ulteriore spinta verso la contrattazione di secondo livello, poiché tanto il salario di produttività che il welfare contrattuale trova la propria sede di contrattazione a livello aziendale. Non a caso il Governo ha più volte ribadito l’intenzione di intervenire la contrattazione di secondo livello e di fissare per legge il salario minimo senza interpellare le parti sociali, facendo il gioco di Confindustria. La prospettiva assume un profilo decisamente pericoloso se inserita nel clima di demonizzazione e feroce attacco alla contrattazione nazionale, colpevole secondo il pensiero neo-liberale di ingessare flessibilità organizzativa e produttività del lavoro.

    Quote crescenti di salario e di prestazioni sociali rischiano di spostarsi progressivamente dai contratti nazionali e dal welfare statale verso accordi basati sulla valutazione meritocratica della produttività e prestazioni organizzate paternalisticamente dalla parte datoriale. In particolare, la composizione del salario rischia di subire un altro piano di attacco, se pensiamo alle dichiarazioni del Ministro Poletti immediatamente rilanciate dal responsabile economico del Partito Democratico, Filippo Taddei: il dibattito sul lavoro da non legare soltanto all’orario di lavoro per determinare la retribuzione sta forzando verso un orizzonte preciso, quello del salario legato ai risultati e alla produttività. Non si tratta solo del rischio del ritorno al cottimo, ma l’approfondimento di un’organizzazione del lavoro post-moderna e pienamente neo-liberale: negli stabilimenti della Toyota in Giappone e in Corea del Nord il salario è determinato soltanto per il 66% dal contratto, mentre la parte restante è sottoposta a criteri di valutazione della produttività, dell’apporto alla realizzazione dell’opera in termini di creatività, lavoro immateriale, ecc. Forse è questo tipo di toyotismo la trasformazione verso la quale la classe dirigente imprenditoriale e politica intende mettere in campo, delineando nuovi meccanismi di subalternità che meritano una riflessione sui conflitti che devono essere immaginati e praticati in risposta.

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    Non stiamo sulla difensiva, costruiamo una risposta universale!

    Non è una novità – per tanti lavoratori del terziario, dell’immateriale, della produzione post-fordista rappresenta un’esperienza quotidiana – che l’estrazione di valore e l’accumulazione vanno oltre il semplice orario di lavoro, perché questa azione investe completamente le sfera delle relazioni, del sapere prodotto e condiviso. Anche alla luce delle profonde trasformazioni del mercato del lavoro che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, con la precarizzazione del lavoro tradizionale, la crisi del lavoro professionale ordinistico, il sensibile aumento della quota di lavoratori delle professioni atipiche, l’esplosione di forme eterogenee di formazione e lavoro (dai tirocini, ai percorsi di abilitazione e per l’accesso alla professione), l’esigenza primaria ci sembra quella di individuare nuove parole d’ordine per l’estensione dei diritti e delle tutele a tutte le forme di lavoro e la conquista di un welfare universale, oltre familismo e lavorismo.

    In primo luogo, questo bisogno si traduce in un necessario sforzo di approfondimento del costruire coalizione fra le soggettività sociali. La precarizzazione e la ristrutturazione neo-liberale del mercato del lavoro hanno prodotto una frammentazione divisiva fra i soggetti che vivono una condizione di subalternità e che subiscono costantemente ricatti. Contro questa divisione imposta dall’alto – e la contrapposizione che genera fra garantiti e non garantiti, occupati e disoccupati, lavoro autonomo e lavoro subordinato, studenti e chi già esercita una professione – serve innanzitutto ricostruire i legami sociali, ricomporre una parte della società attorno al mutuo riconoscimento dei bisogno e di rivendicazioni comuni.

    Si stanno muovendo percorsi interessanti che provano a dare delle risposte al problema di fondo che caratterizza questi anni di crisi: la tendenza al corporativismo come conseguenza del peggioramento delle condizioni di vita e della chiusura degli spazi di partecipazione e di contrattazione sociale. Restano di estrema attualità le intuizioni che hanno portato alla nascita del percorso della Coalizione sociale, da rilanciare e da praticare concretamente sul primo livello di intervento: quello territoriale, di prossimità rispetto allo spazio di costruzione delle vertenze e della cooperazione concreta fra soggetti sociali. Serve tenere questo approccio di coalizione per consolidare un fronte sociale ampio per riaprire la discussione su che tipo di lavoro, di tutele sociali e di welfare ci immaginiamo.

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    Per un lavoro di qualità: salario, welfare, formazione, diritti

    Da questo punto di vista, risulta di estremo interesse il percorso aperto dalla Cgil per la scrittura di un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori: uno statuto che superi l’accesso differenziale ai diritti e alle tutele – in via di dismissione con il Jobs Act – fra lavoro tradizionale e lavoro atipico, fra lavoro subordinato e lavoro autonomo; uno statuto che riunisca il mondo del lavoro sotto l’enunciazione di principi effettivi e universali. La qualità e l’efficacia di questo percorso sta anche nella capacità di costruire un processo partecipato, arricchente grazie al contributo degli sforzi di autorappresentazione che provengono dalle professioni ordinistiche e atipiche, dalle soggettività fra formazione e lavoro. Una punta avanzata di questo ragionamento si è data nel percorso, a cui abbiamo contribuito, della Coalizione 27 Febbraio, in particolare nella due giorni di assemblea pubblica “Lo Statuto che non c’è” per una carte delle pretese e dei diritti del lavoro autonomo saldamente ancorata ai principi della progressività fiscale e del carattere universale delle tutele, che rappresenti innanzitutto uno spazio di autorappresentazione in grado di interloquire criticamente con l’iniziativa legislativa del Governo (Ddl sul lavoro autonomo collegato alla Legge di Stabilità).

    In conclusione, pensiamo sia strategico che in questa fase le proposte che puntano al rafforzamento e all’estensione dei diritti e delle forme di welfare riescano a tracciare percorsi di partecipazione e di attivazione sui territori, a partire dall’individuazione dei punti programmatici comuni. Partiamo da quelli che riteniamo fondamentali:

      • Diritto all’istruzione e alla formazione: non ci rivolgiamo soltanto al disastrato sistema di diritto allo studio nella scuola pubblica e negli atenei. E’ necessario ragionare sul diritto alla formazione di chi lavora in carriere sempre più condizionate dall’aggiornamento e dall’innovazione tecnologica. Rilanciare e attualizzare la battaglia storica per le 150 ore e sancire la necessità di una strategia pubblica e inclusiva sulla formazione continua risultano elementi centrali per contrastare la privatizzazione – sempre più onerosa in termini economici – dell’aggiornamento professionale e l’impossibilità materiale di acquisire nuove conoscenze e nuovi saperi. A questo si aggiunge la necessità, soprattutto dentro le università, di individuare nuovi strumenti e servizi per fronteggiare il sensibile aumento negli anni della crisi di studenti-lavoratori (che devono svolgere prevalentemente “lavoretti”, termine che nasconde spesso sfruttamento e sommerso economico, per pagarsi gli studi) e di lavoratori-studenti (occupati in vario modo che intendono completare gli studi o aprire un nuovo percorso formativo);
      • Tra Formazione e lavoro: dobbiamo affrontare evoluzioni complesse e insidiose. La linearità fordista dei periodi di vita nettamente separati tra formazione, lavoro e pensione è saltata per larghi strati della società, con lo sviluppo di identità multiple (soggetti che contemporaneamente studiano e lavorano) e un bisogno formativo che non si esaurisce alla fine della filiera formativa classica. Alternanza Scuola-Lavoro, stage, tirocini, praticantato e percorsi di abilitazione e specializzazione: campi specifici con evidenti differenze, ma vale per tutti l’urgenza di costruire diritti e tutele universali.
        In particolare, è necessario individuare le tutele legali per mettere al bando il lavoro gratuito o sottopagato mascherato da formazione per accumulare esperienza e competenze per l’accesso al salario,nonché criteri effettivi per garantire la qualità del momento formativo di queste esperienze. Infine, praticare con decisione la strada della contrattazione inclusiva per ricomprendere tutte le figure che operano attorno a un sito produttivo o a uno studio professionale o che contribuiscono alla realizzazione di un’opera immateriale;
      • Contrattazione: la contrattazione collettiva sta subendo da anni un attacco feroce sul quale anche in questo articolo abbiamo provato ad avanzare alcune riflessioni. Riteniamo che la contrattazione collettiva debba restare centrale nella definizione di diritti, tutele e trattamenti salariali inderogabili. Al tempo stesso, è fondamentale aprire lo spazio della contrattazione collettiva e l’enunciazione di una serie di diritti esigibili per la contrattazione individuale nel rapporto di committenza fra lavoratore autonomo e committente;
      • Salario minimo ed equo compenso: il lavoro gratuito o sottopagato rappresenta un dispositivo di sfruttamento potentissimo, pertanto deve stare al centro di una battaglia senza quartiere per metterlo fuori legge, tanto nel lavoro subordinato che nel lavoro autonomo. La proporzione del compenso sulla base della qualità e della quantità del lavoro svolto si deve accompagnare all’affermazione del salario minimo, affinché non sia possibile prevedere compensi al di sotto di quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali.
        L’impossibilità di applicare per tutte le tipologie di lavoro o di mansione un accordo collettivo impone una riflessione sul salario minimo per legge, che sancisca come al di sotto di una certa cifra non si parla più di retribuzione adeguata ma di sfruttamento. Al tempo stesso, la strategia internazionale di crescita ordo-liberale basata su esportazione e svalutazione competitiva del costo del lavoro rende ancora decisiva la parola d’ordine di un salario minimo europeo;
      • Ammortizzatori sociali: il Jobs Act partiva dalla promessa (inaccettabile) di smantellare il diritto del lavoro classico, centrato sulla difesa del posto di lavoro, per passare a un sistema di universale di sostegno al reddito e di politiche attive. Se il Governo Renzi è stato più che efficace nell’abolizione dell’articolo 18, sul garantire alla parte datoriale mano libera su demansionamento e controllo a distanza dei dipendenti, la pietra di scambio di un’estensione universale degli ammortizzatori sociali non si è minimamente prodotta.
        Il nostro sistema di protezione sociale resta profondamente iniquo, insufficiente ed escludente. La riforma renziana ha introdotto due nuovi ammortizzatori sociali (NASPI e DIS-COLL) sottraendo risorse ad altri benefici (cassa integrazione, mobilità ecc.). Chiediamo in primis che questi strumenti vengano estesi, per consentire ai lavoratori intermittenti – che non arrivano al minimo contributivo richiesto per accedere alla NASPI – dottorandi e precari della ricerca – ingiustamente esclusi dal beneficio della DIS-COLL – siano sostenuti in caso dell’interruzione del rapporto di lavoro. Inoltre, per i parasubordinati in generale è necessario uscire dalla logica dell’una tantum, come si è ancora una volta registrato con la DIS-COLL, e prevedere strumenti per la continuità di reddito per i lavoratori autonomi a partita IVA, questione scomparsa dal Jobs Act e non affrontata nemmeno nel Ddl sul lavoro autonomo collegato alla Legge di Stabilità;
      • Reddito minimo: infine, resta decisivo il tema dell’introduzione di un reddito contro la precarietà, i ricatti e le disuguaglianze. Si tratta per noi della pietra angolare di una riforma complessiva del welfare che punta a redistribuire risorse dall’alto verso il basso della società e a concepire le prestazioni sociali oltre il meccanismo assicurativo, affermando la centralità della fiscalità generale.
        Un reddito universale, erogato su base individuale per superare la tradizione familista del nostro welfare e puntare sull’autonomia sociale dei soggetti, pensato come strumento modulare in grado di declinarsi come reddito di formazione e in forma di erogazione di servizi gratuiti, che non sia condizionato all’accettazione della prima offerta di lavoro, indipendentemente dal profilo formativo o dal trattamento contrattuale e salariale. Questa è una priorità assoluta per eliminare davvero la povertà e la marginalità sociale, nonché per redistribuire la ricchezza e spezzare l’isolamento, la fragilità e il ricatto della precarietà.
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