Dopo la COP21 ripartiamo dal basso per un altro modello di sviluppo

    0 Flares 0 Flares ×
    Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

    cop21

    La settimana parigina è terminata: lascia alla storia una svolta securitaria e una torsione verso destra dell’intera Europa, ormai in guerra, sotto le parole d’ordine della stabilità e dello Stato d’eccezione; un successo elettorale senza precedenti del Front National nei settori della società francese maggiormente colpiti dall’austerità, dalla povertà e dalla subalternità generate dalla crisi e , sopratutto, il primo accordo internazionale sul clima che assume chiaramente l’orizzonte problematico dei “disordini climatici” e delle necessarie risposte da costruire a livello globale. Temi all’apparenza eterogenei ma che, in realtà, rappresentano le cause dirette di un sistema economico e sociale fondato a livello globale su un estrattivismo forsennato delle risorse del pianeta e l’accumulo estremamente diseguale delle ricchezze. Un modello che si sostiene unicamente attraverso un sostanziale asservimento delle visioni politiche in campo, da quelle più tradizionalmente liberali e conservatrici a quelle post-socialdemocratiche, per non parlare di quelle più marcatamente post-democratiche e neo-fasciste, ai grandi interessi delle corporation e della finanza.

    L’accordo firmato durante la Cop21 rappresenta evidentemente un punto di svolta per quanto riguarda le politiche planetarie dei prossimi anni ed il loro rapporto con i numerosissimi conflitti, e tragiche catastrofi, ambientali che sempre più innervano le metropoli, le città, le periferie e le campagne della società globale. Per la prima volta dopo 21 conferenze e 23 anni, 195 Paesi raggiungono un accordo: vengono definiti gli obiettivi di mantenere l’innalzamento della temperatura globale entro i 2 °C fino ad arrivare alla soglia di 1,5 °C; di destinare 100 mld di € l’anno ai Paesi in via di sviluppo – Cina e India comprese – e una revisione ogni 5 anni degli impegni dei singoli paesi in termini sempre più stringenti. Dopo anni di negazioni e disimpegni viene definito come necessario, e quindi raggiungibile tecnicamente, l’obiettivo di emissioni 0. Un accordo però, e qui cominciano ad emergere le prime contraddizioni, che si autodefinisce vincolante ma non prevede alcun meccanismo sanzionatorio che permetta all’ONU, e ai diversi momenti di verifica internazionali che si dovranno susseguire, di avere alcun potere di controllo che non sia semplicemente “etico”.

    Una volta descritta la cornice, salutata come storica dai capi di governo ed esaltata dai rappresentanti dei grandi gruppi economici – e questo non è mai un buon segno – è necessario dare un occhio al quadro, che ha fatto giudicare come “insufficiente” l’accordo dalla maggior parte della comunità scientifica e degli attivisti che a Parigi, e nel mondo, guardavano con sempre maggiore attenzione – ed è un inedito per questa tipologia di evento – a quello che succedeva durante la COP.

    Gli impegni specifici dei singoli Paesi (Indc), che restano gli unici impegni chiari messi nero su bianco, sono insufficienti poiché manterrebbero comunque l’innalzamento della temperatura globale sopra i 3 °C, una soglia insostenibile per il pianeta e la specie umana. L’emergenzialità della situazione non viene assunta nella sua pienezza con interventi di riduzione delle emissioni che, sulle ceneri dell’accordo di Kyoto, cominceranno soltanto  nel 2020, prevedendo il raggiungimento del picco delle emissioni entro il 2030 per poi calare ‘rapidamente’. Un accordo poco chiaro sul tema della forestazione – nonostante si sia mantenuto un riferimento esplicito – sulla trasformazione energetica, sul trasporto delle persone e delle merci, in particolar modo quello marittimo, e sul modello di sviluppo necessario a salvare il pianeta.

    Quel che è certo è che durante la COP non si è manifestata la necessaria volontà politica di abbandonare le fonti fossili, di tagliarne i sussidi, per aprire ad una trasformazione energetica e alla conversione del modello di sviluppo produttivo. Sul piano, che viene definito centrale, dell’educazione e del trasferimento di tecnologie necessarie a rendere “democratica” ed accessibile a tutti questa necessaria trasformazione energetica e produttiva, l’accordo si scontra invece con una logica sempre più “proprietaria” dei saperi e delle tecnologie, all’interno di un più ampio processo di finanziarizzazione e mercificazione della conoscenza. Questa situazione di fatto è pienamente leggibile  nel  continuo processo di privatizzazione dei luoghi della formazione e della ricerca, che aprono un terreno facile di conquista e di lobbying per quei poteri economici e finanziari che sono i principali artefici della crisi in cui ci troviamo.

    Mentre i Governi parlano di accordo storico, quindi, le multinazionali e le borse applaudono vedendosi aprire davanti a sé la possibilità della più grande operazione di “green whasing” mai concepita. Si aprono, nel solco dell’importante ma non realmente concretizzata presa di “consapevolezza” di Parigi, sterminate distese sul campo della “green economy” pronte ad un ulteriore processo di finanziarizzazione e accumulo di ricchezza alle spalle di chi in questi anni ha visto crescere esponenzialmente le diseguaglianze economiche. Processi che oggi vedono i grandi interessi economici, che continuano ad essere i principali sostenitori finanziari delle energie fossili, come i principali attori in campo in quanto unici detentori delle conoscenze e dei mezzi economici e di produzione fondamentali all’ormai ineludibile, seppur in maniera non interessata a procedere alle necessarie rotture radicali e repentine, processo di conversione.

    La montagna ha quindi partorito un topolino? Evidentemente sì, se guardiamo alle necessarie e urgenti misure che era necessario prendere alla luce della gravità della situazione e ad alcuni giochi su numeri e previsioni che depotenziano la portata dell’accordo. Noi però crediamo sia necessario guardare anche a come si è arrivati all’accordo, alle pressioni che in tutto il mondo le popolazioni in mobilitazione in difesa dei loro territori e del pianeta hanno posto ai governanti e alle lobby collegandosi geneticamente alle mobilitazioni contro le diseguaglianze economiche e per i diritti sociali che in ampie zone del Sud del mondo, ma non solo, hanno caratterizzato i più interessanti processi di trasformazione sociale e politica degli ultimi anni.

    E’ necessario per leggere le contraddizioni nel campo a noi avverso che per la prima volta è costretto ad ammettere principi fino a pochi anni fa innominabili: l’emergenzialità della situazione in atto e dell’innalzamento limite di 1,5/2 °C, il collegamento tra cambiamenti climatici e diseguaglianze anche tra Paesi, la diversa capacità e dovere di intervento tra i paesi industrializzati e in via di sviluppo, la possibilità concreta del raggiungimento dell’obiettivo delle emissioni 0 e quindi dell’abbandono dell’energia fossile, la centralità per questo secolo di intervenire in maniera radicale sul tema del clima. Tutti questi elementi, assunti da anni all’interno dei movimenti ambientali e degli ambienti scientifici, hanno potenzialmente fatto esplodere una contraddizione irriducibile nella maggior parte delle politiche energetiche che gli stessi Paesi presenti a Parigi, Italia in primis, continueranno a portare avanti fin dal momento successivo alla firma dell’accordo con “il cavillo” dei tempi estremamente distesi dell’accordo e della sua non reale vincolabilità.

    Su questo nodo, cruciale per quello che succederà nei prossimi anni, si sta determinando una contraddizione irriducibile tra gli interessi della maggior parte della popolazioni a salvaguardia del pianeta e quelli rappresentati dai governi trasversali del fronte dell’estrattivismo e del neoliberismo e i poteri economici che ne rappresentano la base sociale.

    Una insolubilità definita dal principio cardine, mai discusso a Parigi, del “chi ha inquinato deve pagare”, unico strumento necessario a recepire le risorse e gli strumenti per una gestione democratica, radicale e repentina del modello economico e sociale di sviluppo necessario: un elemento, questo, che denuncia immediatamente la connivenza tra le corporation e la politica. E’ necessaria quindi una lotta al cambiamento climatico e alle sue cause e non solamente una prospettiva di adattamento e governo della crisi.

    L’obiettivo della decarbonizzazione come quello dello stop al  finanziamento delle energie fossili, che raggiungono la cifra monstre di 5.300 mld di €, sono parole d’ordine che dobbiamo necessariamente assumere. Lo stesso fatto che per  i fondi “Loss e Damage” per l’adattamento e i cambiamenti irreversibili nei Paesi in via di sviluppo, che vengono rilanciati ma che hanno l’ombra del loro estremo definanziamento nell’ultimo decennio, sia esplicitato chiaramente che essi “non possano essere base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione” la dice lunga sulla mancata presa di responsabilità riguardo “debito storico e ambientale” di quella che si vanta essere la parte più sviluppata del pianeta.

    Crediamo sia necessario pretendere, anche nel nostro Paese, una reale democrazia energetica, in cui venga messo all’ordine del giorno non solo la decarbonizzazione e il passaggio completo alle energie pulite ma anche la redistribuizione dei mezzi di produzione energetica, insito nella nostra visione al concetto di “energie alternative” e reso possibile dalle numerose forme di fonti rinnovabili, contro ogni tentativo di accentramento e di consumo intensivo di suolo di nuovi grandi “poli” di produzione energetica.

    La Cop 21 lascia quindi in campo un solo protagonista nella lotta per salvare il pianeta e quindi le nostre vite e i nostri territori: il movimento per la giustizia ambientale e contro i cambiamenti climatici, così come si esprime nella sua nuova configurazione nata sulle ceneri del fallimento del vertice di Copenaghen nel 2009. Attraverso quel  “prendersi cura della terra e degli altri”, evocato ad esempio nel Leap Manifesto in Canada: una prospettiva contro le diseguaglianze, in una visione della battaglia per il clima non come una prospettiva autonoma rispetto a quelle per una società più giusta che viva sui principi della partecipazione e della democrazia reale.

    La vittoria contro il progetto “Ombrina mare”, in procinto di essere bloccato a meno di clamorosi colpi di scena da un emendamento del Governo che ristabilisce il limite delle 12 miglia per le trivellazioni in mare, sta per essere ottenuta proprio grazie alla pressione di un’intera popolazione in mobilitazione e dal rischio per il Governo di essere sconfitto nel risultato referendario. E’ su queste basi, anche alla luce delle mobilitazioni in difesa dei territori vissute in questi anni, che In Italia riteniamo sia necessario costruire un processo di coalizione e di mobilitazione ampia per mettere in contraddizione e bloccare le politiche del Governo Renzi a partire dallo Sblocca Italia, per fermare le speculazioni che si stanno costruendo sulle nostre vite e sull’ambiente.

    Bisogna lavorare perché questa prospettiva, così come quella della #climatemarch del 29 Novembre, anticipata da anni di lotte sui territori e proseguita su scala internazionale per tutta la settimana parigina, assuma una dimensione generale e necessariamente trasnazionale, riconoscendo un collegamento necessario con le mobilitazioni contro le diseguaglianze economiche e sociali, tutte figlie di un intero modello economico e di sviluppo che ha fallito e che ci sta portando al collasso.

    Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

    related articles

    logoretebianco La Rete della Conoscenza è il network nazionale dei soggetti in formazione. Vi aderiscono l'Unione degli Studenti e Link - Coordinamento Universitario.

    CONTATTI

    Privacy Policy