Dalla scuola al lavoro con un grande spreco di competenze

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    Pubblichiamo di seguito un articolo di Emiliano Mandrone, Francesco Pastore e Debora Radicchia apparso su lavoce.info

    Un diplomato su tre e un laureato su cinque sono convinti che la loro attività lavorativa potrebbe essere svolta anche con un titolo di studio inferiore a quello che hanno conseguito. Lo spreco di capitale umano comporta inefficienze e costi ingenti per gli individui, le famiglie e lo Stato.

    Capacità e lavoro

    Ma la nostra non era la società della conoscenza? Proprio da queste pagine, di recente, sono state evidenziate alcune tendenze preoccupanti: da un lato le iscrizioni all’università crollano e, dall’altro, i paesi in via di sviluppo tendono a superare i cosiddetti paesi avanzati in termini di livelli di istruzione con ovvie ricadute sul reddito.
    Una spiegazione alla crisi di vocazione dei nostri giovani può venire dalla teoria del capitale umano che vede un cortocircuito negli alti costi e nei bassi rendimenti dell’istruzione, cui si aggiungono i tempi lunghi per conseguire una laurea e trovare un lavoro.
    In questo scenario, ci soffermiamo qui sul fenomeno dell’educational mismatch, ovvero il disallineamento tra capacità possedute (livello d’istruzione o percorso formativo) e richieste (necessarie per svolgere il proprio lavoro). La stima è quanto mai complessa, sia in termini epistemologici che di misura: qui il disallineamento tra istruzione e professione è limitato al titolo di studio più alto conseguito, non alla tipologia
    L’indagine Isfol Plus 2014 (scaricabile qui) consente, attraverso interviste dirette, di ottenere una definizione più accurata del fenomeno. Nella tabella 1 mostriamo cinque indicatori: tre soggettivi (tratti da quesiti) e due oggettivi (sulla posizione relativa).

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    Cosa ci dicono gli indicatori

    Il primo indicatore soggettivo è lo sheepskin effect, il cosiddetto effetto “pezzo di carta”: un diplomato su tre e un laureato su cinque ritengono che la loro attività lavorativa potrebbe essere svolta anche con un titolo di studio inferiore a quello da loro posseduto, sintomo di una domanda di lavoro generica e poco orientata alle professionalità elevate.
    Il secondo indicatore soggettivo introduce il confronto con il livello d’istruzione specifico e consente di ottenere per la prima volta in Italia una misura dell’under-education non fondata sul metodo statistico. Tra i laureati prevale nettamente l’over (18 per cento) rispetto all’under-education (5,7 per cento), confermando ancora la bassa domanda di lavoro qualificata espressa dal nostro sistema produttivo. Mentre tra i diplomati il fenomeno di under-education (18 per cento) supera di poco quello dell’over-education (16 per cento). Ciò denota una svalutazione del titolo di scuola secondaria superiore che, essendo sempre più comune, tende ormai a essere percepito come un livello di istruzione base.
    Per il terzo indicatore soggettivo, è interessante notare che l’under-skilling rappresenta quote molto basse sia per i diplomati (3,2 per cento) che per i laureati (2,3 per cento), mentre le misure statistiche tendono a sovrastimare il fenomeno. Discorso ben diverso è quello che riguarda l’over-skilling, che risulta sovradimensionato rispetto alle percentuali presenti in altri studi: tra i laureati raggiunge il 35,6 per cento, mentre tra i diplomati è pari al 29,2 per cento. Ciò ha diverse spiegazioni: la modesta domanda di lavoro qualificato e lo scarsissimo grado di integrazione tra il mondo della scuola e quello del lavoro.
    Se passiamo poi agli indicatori oggettivi, l’over/under-education su base statistica si basa sulla coerenza tra titolo di studio dell’individuo i-esimo rispetto alla corrispondenza fra ciascun grande gruppo professionale e un certo titolo di studio stabilito dalla classificazione delle professioni Isco (International Standard Classification of Occupations). Un quinto dei lavoratori è over-educated, ma un altro 20 per cento di diplomati sono under-educated, spia di un certo disordine del sistema.
    Il secondo indicatore oggettivo di over/under-education misura la coerenza tra istruzione dell’individuo i-esimo e valore modale (la massima frequenza) del titolo di studio per professione: un quinto dei diplomati e oltre un terzo dei laureati non è ben abbinato rispetto alla distribuzione dell’istruzione per quella mansione.
    La figura 1 consente di fare alcune comparazioni sull’over-education: le donne sono meno esposte, come i diplomati rispetto ai laureati, ma cambia la composizione. È maggiore nel settore privato, mentre al crescere dell’età si assiste a un (lento ma incompleto) allineamento tra capitale umano e mansioni. L’avere impieghi atipici o con bassi livelli di soddisfazione lavorativa espone a sistematico sotto-inquadramento. L’over-education è decrescente rispetto alla retribuzione e al reddito familiare: un’ulteriore prova che il network familiare rappresenta il maggior fattore di protezione individuale.mondrone2

    Insomma, l’over-education è un fenomeno diffuso e multiforme. I livelli d’impiego del capitale umano sono tali da rendere inevitabile una riflessione più ampia sulla necessità di indirizzare le imprese verso produzioni di beni e servizi innovativi. Il versante pubblico può fare molto: dovrebbe aggiornare il sistema scolastico e formativo e sostenere la ricerca di qualità, ma anche dare sostegno in maniera selettiva alle imprese che innovano.
    Al di là delle sensibilità sul costo sociale provocato da questo spreco e sulle differenze che possono nascondersi tra una lettura qualitativa o quantitativa del capitale umano, è indubbio che ciò comporti inefficienze gravi e un costo economico ingente per gli individui, le famiglie e lo Stato. Una riduzione dell’over-education altro non è che un recupero di efficienza del sistema scuola-lavoro.

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